“L’alfabeto della Misericordia” | G come GRATUITÀ

Immagine creata digitalmente da spazio + spadoni
Una lettera dell’alfabeto per poi pensare a una parola che ci rimandi alle opere di misericordia. Questo mercoledì, abbiamo la – G
Padre Gianni Notari – gesuita, teologo, sociologo, pedagogista clinico e docente di Antropologia culturale e di Sociologia dei processi religiosi – è direttore a Palermo dell’Istituto di Formazione politica “Pedro Arrupe” – Centro Studi Sociali.
Per noi ha scritto un testo molto intenso sulla gratuità
Viviamo in una società in cui quasi tutto è misurato e valutato. Il nostro valore sembra dipendere da ciò che produciamo, da quanto rendiamo, da quello che riusciamo a “scambiare” con gli altri.
Siamo così abituati a pensare ai rapporti come a contratti, dove tutto è do ut des: io ti do qualcosa, tu mi restituisci qualcos’altro.
Ma procedendo in questo modo abbiamo finito per mettere da parte una dimensione fondamentale dell’esistenza: la gratuità.
Il Vangelo, invece, è molto chiaro: dona senza aspettarti nulla in cambio. Perché?
Perché questo è lo stile stesso di Dio. Dio ci ama per primo, senza calcoli, senza bilanci, senza condizioni. Ci regala la vita, il perdono, la speranza.
È un amore che non compra e non vende: un amore che crea, che trasforma, che fa nuove le cose.
Credere non significa avere sempre le risposte giuste o sentirsi a posto. È quasi il contrario: significa riconoscere che, per vivere davvero, abbiamo bisogno di ricevere. La fede è aprirsi al “gratuito di Dio”, accogliere un amore che non possiamo né meritare né conquistare. È dire con sincerità: da solo non ce la faccio, ma Dio mi dona la forza per vivere come suo figlio.
Un tempo, si pensava – come ai giorni di San Paolo – che la salvezza venisse dall’osservanza della legge. Oggi, forse, confidiamo più nella tecnica, nella scienza, nell’efficienza, nelle ideologie. Ma quante volte scopriamo che non basta? Che, nonostante tutto, rimane un vuoto? E quel vuoto diventa la porta che ci riporta a Cristo e al suo dono gratuito: la salvezza.
Per partecipare a questo dono c’è una condizione indispensabile: l’umiltà.
Essere umili non significa sentirsi incapaci o di poco valore; significa riconoscere la verità: senza Dio siamo poveri, con Lui siamo ricchi. E quando riconosciamo questo nasce spontanea la gratitudine.
Essere grati significa ricordare che tutto è dono, e l’Eucaristia è proprio questo: un grande “grazie” all’amore di Dio che non smette mai di riversarsi su di noi.
Dio non ci ha pensati come individui isolati, ma come comunità, come popolo fatto di fratelli e sorelle. E una comunità vive davvero secondo il suo vero volto solo quando mette al centro la logica del dono.
Lo diceva già il Deuteronomio: non chiudere la mano davanti a chi è nel bisogno; dona con gioia, e il Signore benedirà la tua vita. La prima comunità cristiana viveva così: condivisione, fraternità, aiuto reciproco.
Non era un sogno ingenuo: era una profezia concreta, il segno che il mondo può cambiare se la gratuità diventa il cuore dei rapporti.
Quando la gratuità prende forma, i suoi frutti più maturi sono la giustizia e il perdono.
Una giustizia puramente “calcolata”, fondata sul principio “tu dai a me, io do a te”, non basta a costruire un mondo veramente umano. Basta guardare le disuguaglianze che segnano il pianeta: interi popoli sfruttati da un sistema che misura tutto solo in termini di prestazioni e profitto.
La vera giustizia deve aprirsi al dono, al disinteresse, alla solidarietà.
Non è sufficiente dire: ti do ciò che ti spetta. Si tratta di arrivare a dire: condivido con te ciò che ho, perché tu possa vivere meglio.
E insieme alla giustizia c’è il perdono, il dono più grande che Dio ci fa. Il perdono non è uno “sconto di pena”, ma una nuova possibilità, una rinascita.
Dio ci perdona così, e noi, perdonati, siamo chiamati a perdonare a nostra volta: anche chi ci ha ferito, anche chi sembra un nemico. È questo l’amore più rivoluzionario che possiamo testimoniare: amare chi non lo merita.
Il Crocifisso è il vero vincitore. Ha perso tutto, ed è proprio così che ha vinto: donando e perdonando. In Lui Dio ci mostra che chi sceglie la logica della gratuità non perde nulla, anzi, guadagna tutto.
Per questo, la speranza cristiana non è un’illusione: è una forza che ci spinge a vivere in un modo nuovo, ad amare senza calcoli, a costruire la pace attraverso il dono di noi stessi.
Se anche tu vuoi scrivere la “tua” parola della misericordia, scegli una lettera e invia a: editor@spaziospadoni.org (Loredana Brigante)
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Una lettera dell’alfabeto per poi pensare a una parola che ci rimandi alle opere di misericordia. Questo mercoledì, abbiamo la – G
Padre Gianni Notari – gesuita, teologo, sociologo, pedagogista clinico e docente di Antropologia culturale e di Sociologia dei processi religiosi – è direttore a Palermo dell’Istituto di Formazione politica “Pedro Arrupe” – Centro Studi Sociali.
Per noi ha scritto un testo molto intenso sulla gratuità
Viviamo in una società in cui quasi tutto è misurato e valutato. Il nostro valore sembra dipendere da ciò che produciamo, da quanto rendiamo, da quello che riusciamo a “scambiare” con gli altri.
Siamo così abituati a pensare ai rapporti come a contratti, dove tutto è do ut des: io ti do qualcosa, tu mi restituisci qualcos’altro.
Ma procedendo in questo modo abbiamo finito per mettere da parte una dimensione fondamentale dell’esistenza: la gratuità.
Il Vangelo, invece, è molto chiaro: dona senza aspettarti nulla in cambio. Perché?
Perché questo è lo stile stesso di Dio. Dio ci ama per primo, senza calcoli, senza bilanci, senza condizioni. Ci regala la vita, il perdono, la speranza.
È un amore che non compra e non vende: un amore che crea, che trasforma, che fa nuove le cose.
Credere non significa avere sempre le risposte giuste o sentirsi a posto. È quasi il contrario: significa riconoscere che, per vivere davvero, abbiamo bisogno di ricevere. La fede è aprirsi al “gratuito di Dio”, accogliere un amore che non possiamo né meritare né conquistare. È dire con sincerità: da solo non ce la faccio, ma Dio mi dona la forza per vivere come suo figlio.
Un tempo, si pensava – come ai giorni di San Paolo – che la salvezza venisse dall’osservanza della legge. Oggi, forse, confidiamo più nella tecnica, nella scienza, nell’efficienza, nelle ideologie. Ma quante volte scopriamo che non basta? Che, nonostante tutto, rimane un vuoto? E quel vuoto diventa la porta che ci riporta a Cristo e al suo dono gratuito: la salvezza.
Per partecipare a questo dono c’è una condizione indispensabile: l’umiltà.
Essere umili non significa sentirsi incapaci o di poco valore; significa riconoscere la verità: senza Dio siamo poveri, con Lui siamo ricchi. E quando riconosciamo questo nasce spontanea la gratitudine.
Essere grati significa ricordare che tutto è dono, e l’Eucaristia è proprio questo: un grande “grazie” all’amore di Dio che non smette mai di riversarsi su di noi.
Dio non ci ha pensati come individui isolati, ma come comunità, come popolo fatto di fratelli e sorelle. E una comunità vive davvero secondo il suo vero volto solo quando mette al centro la logica del dono.
Lo diceva già il Deuteronomio: non chiudere la mano davanti a chi è nel bisogno; dona con gioia, e il Signore benedirà la tua vita. La prima comunità cristiana viveva così: condivisione, fraternità, aiuto reciproco.
Non era un sogno ingenuo: era una profezia concreta, il segno che il mondo può cambiare se la gratuità diventa il cuore dei rapporti.
Quando la gratuità prende forma, i suoi frutti più maturi sono la giustizia e il perdono.
Una giustizia puramente “calcolata”, fondata sul principio “tu dai a me, io do a te”, non basta a costruire un mondo veramente umano. Basta guardare le disuguaglianze che segnano il pianeta: interi popoli sfruttati da un sistema che misura tutto solo in termini di prestazioni e profitto.
La vera giustizia deve aprirsi al dono, al disinteresse, alla solidarietà.
Non è sufficiente dire: ti do ciò che ti spetta. Si tratta di arrivare a dire: condivido con te ciò che ho, perché tu possa vivere meglio.
E insieme alla giustizia c’è il perdono, il dono più grande che Dio ci fa. Il perdono non è uno “sconto di pena”, ma una nuova possibilità, una rinascita.
Dio ci perdona così, e noi, perdonati, siamo chiamati a perdonare a nostra volta: anche chi ci ha ferito, anche chi sembra un nemico. È questo l’amore più rivoluzionario che possiamo testimoniare: amare chi non lo merita.
Il Crocifisso è il vero vincitore. Ha perso tutto, ed è proprio così che ha vinto: donando e perdonando. In Lui Dio ci mostra che chi sceglie la logica della gratuità non perde nulla, anzi, guadagna tutto.
Per questo, la speranza cristiana non è un’illusione: è una forza che ci spinge a vivere in un modo nuovo, ad amare senza calcoli, a costruire la pace attraverso il dono di noi stessi.
Se anche tu vuoi scrivere la “tua” parola della misericordia, scegli una lettera e invia a: editor@spaziospadoni.org (Loredana Brigante)
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