“L’alfabeto della Misericordia” | T come TENEREZZA

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25 Febbraio 2026

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Immagine creata digitalmente da spazio + spadoni

Una lettera dell’alfabeto per poi pensare a una parola che ci rimandi alle opere di misericordia. Questo mercoledì, abbiamo la – T

Una riflessione sulla tenerezza della nostra amica e corrispondente Chiara Pellicci, da Lucca, giornalista professionista, redattrice della rivista missionaria per ragazzi «Il Ponte d’Oro» e del mensile «Popoli e Missione»

Non si può essere misericordiosi se non si pratica la tenerezza. Può sembrare un’affermazione vincolante, quasi esagerata, ma compiere gesti di misericordia senza “cuore” limita la misericordia alla filantropia. E la tenerezza, si sa, è espressione di ciò che esce da un cuore docile, gentile, tenero.

Lo stesso papa Francesco ebbe a sottolineare la connessione tra misericordia e cuore, in un videomessaggio inviato al 14esimo Incontro nazionale di Manos abiertas, l’organizzazione di volontari di ispirazione cristiana nata nel 1992 a Villa de Mayo, nei pressi di Buenos Aires, su impulso del padre gesuita Angel Rossi.

«Non c’è misericordia – disse Bergoglio – se non si parte dal cuore, un cuore ferito dalla miseria dell’altro, da una situazione dolorosa dell’altro, un cuore che si lascia ferire».

La misericordia, quindi, è un percorso dal cuore alle mani. E dove c’è un’azione che parte dal cuore, non può non esserci tenerezza.

Allora “misericordia” non sono solo le sette opere di misericordia corporale e le sette opere di misericordia spirituale. Misericordia sono anche i gesti sottili, semplici, delicati, quasi invisibili ai più. Ma anche molto potenti da chi riesce a scorgerli, perché espressione del moto del cuore.

Gesti come chiedere permesso con garbo, dire grazie quando non ce n’è bisogno, accorgersi di un’ombra sul volto dell’interlocutore, rinunciare a dire una parola perché potrebbe ferire.

Gesti che sanno custodire. Come anche, per esempio, riuscire ad ascoltare senza rilanciare domande. Stare accanto senza invadere gli spazi altrui. O anche semplicemente chiedere “posso?” prima di aprire una finestra. A muovere questi (e infiniti altri!) gesti di misericordia è sempre e solo il cuore, che fa della tenerezza il suo linguaggio.

Jean Vanier, fondatore della comunità Arca, filosofo e scrittore, nel suo libro “Chi risponde al grido?” fa un elogio della tenerezza e la descrive come «l’atteggiamento del corpo: degli occhi, delle mani, del tono di voce (…). Consiste nel riconoscere che l’altro è bello e nel rivelarglielo. Ma con il nostro corpo, attraverso la nostra maniera di ascoltarlo, le parole che gli rivolgiamo». E aggiunge: «Gesù è venuto ad insegnarci la tenerezza. È l’atteggiamento che permette di accogliere l’altro e di vivere in relazione con lui».

In altre parole, avere buoni sentimenti può non essere sufficiente per vivere la misericordia. Ma praticare la tenerezza è già vivere la misericordia, perché significa mettere l’altro al centro, accoglierlo ed entrare in relazione con lui.

Ma c’è di più: la tenerezza è anche un atteggiamento rivoluzionario, come ha ben descritto papa Francesco nell’esortazione apostolica Evangelii Gaudium, nella quale usa più volte l’espressione «rivoluzione della tenerezza».

Anche nell’omelia della Santa Messa della notte di Natale 2014 invocò la centralità della tenerezza, esclamando: «Quanto bisogno di tenerezza ha oggi il mondo! Pazienza di Dio, vicinanza di Dio, tenerezza di Dio!». Ecco, questo povero mondo – sempre più riottoso, violento e indifferente – ha davvero sempre più bisogno di una rivoluzione: quella della tenerezza, misericordia che esce da un cuore gentile.

Se anche tu vuoi scrivere la “tua” parola della misericordia, scegli una lettera e invia a: editor@spaziospadoni.org (Loredana Brigante)

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Una lettera dell’alfabeto per poi pensare a una parola che ci rimandi alle opere di misericordia. Questo mercoledì, abbiamo la – T

Una riflessione sulla tenerezza della nostra amica e corrispondente Chiara Pellicci, da Lucca, giornalista professionista, redattrice della rivista missionaria per ragazzi «Il Ponte d’Oro» e del mensile «Popoli e Missione»

Non si può essere misericordiosi se non si pratica la tenerezza. Può sembrare un’affermazione vincolante, quasi esagerata, ma compiere gesti di misericordia senza “cuore” limita la misericordia alla filantropia. E la tenerezza, si sa, è espressione di ciò che esce da un cuore docile, gentile, tenero.

Lo stesso papa Francesco ebbe a sottolineare la connessione tra misericordia e cuore, in un videomessaggio inviato al 14esimo Incontro nazionale di Manos abiertas, l’organizzazione di volontari di ispirazione cristiana nata nel 1992 a Villa de Mayo, nei pressi di Buenos Aires, su impulso del padre gesuita Angel Rossi.

«Non c’è misericordia – disse Bergoglio – se non si parte dal cuore, un cuore ferito dalla miseria dell’altro, da una situazione dolorosa dell’altro, un cuore che si lascia ferire».

La misericordia, quindi, è un percorso dal cuore alle mani. E dove c’è un’azione che parte dal cuore, non può non esserci tenerezza.

Allora “misericordia” non sono solo le sette opere di misericordia corporale e le sette opere di misericordia spirituale. Misericordia sono anche i gesti sottili, semplici, delicati, quasi invisibili ai più. Ma anche molto potenti da chi riesce a scorgerli, perché espressione del moto del cuore.

Gesti come chiedere permesso con garbo, dire grazie quando non ce n’è bisogno, accorgersi di un’ombra sul volto dell’interlocutore, rinunciare a dire una parola perché potrebbe ferire.

Gesti che sanno custodire. Come anche, per esempio, riuscire ad ascoltare senza rilanciare domande. Stare accanto senza invadere gli spazi altrui. O anche semplicemente chiedere “posso?” prima di aprire una finestra. A muovere questi (e infiniti altri!) gesti di misericordia è sempre e solo il cuore, che fa della tenerezza il suo linguaggio.

Jean Vanier, fondatore della comunità Arca, filosofo e scrittore, nel suo libro “Chi risponde al grido?” fa un elogio della tenerezza e la descrive come «l’atteggiamento del corpo: degli occhi, delle mani, del tono di voce (…). Consiste nel riconoscere che l’altro è bello e nel rivelarglielo. Ma con il nostro corpo, attraverso la nostra maniera di ascoltarlo, le parole che gli rivolgiamo». E aggiunge: «Gesù è venuto ad insegnarci la tenerezza. È l’atteggiamento che permette di accogliere l’altro e di vivere in relazione con lui».

In altre parole, avere buoni sentimenti può non essere sufficiente per vivere la misericordia. Ma praticare la tenerezza è già vivere la misericordia, perché significa mettere l’altro al centro, accoglierlo ed entrare in relazione con lui.

Ma c’è di più: la tenerezza è anche un atteggiamento rivoluzionario, come ha ben descritto papa Francesco nell’esortazione apostolica Evangelii Gaudium, nella quale usa più volte l’espressione «rivoluzione della tenerezza».

Anche nell’omelia della Santa Messa della notte di Natale 2014 invocò la centralità della tenerezza, esclamando: «Quanto bisogno di tenerezza ha oggi il mondo! Pazienza di Dio, vicinanza di Dio, tenerezza di Dio!». Ecco, questo povero mondo – sempre più riottoso, violento e indifferente – ha davvero sempre più bisogno di una rivoluzione: quella della tenerezza, misericordia che esce da un cuore gentile.

Se anche tu vuoi scrivere la “tua” parola della misericordia, scegli una lettera e invia a: editor@spaziospadoni.org (Loredana Brigante)

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