Congo, Kisangani | “Toccare il malato è toccare Cristo”

Abitanti di OPERA M in preghiera nella Grotta di Lourdes
Da un ospedale in Congo, l’omelia dell’abbé Victor Mbatu Yuakali per la XXXIV Giornata Mondiale del Malato (11 febbraio 2026)
Eccellenza Reverendissima,
cari fratelli e sorelle in Cristo,
cari malati, cari operatori sanitari,
cari membri delle famiglie, delle CEV e delle nostre comunità parrocchiali,
autorizzandoci a celebrare la Giornata mondiale del malato all’interno dell’Ospedale Generale di Riferimento di Kabondo, Sua Eccellenza l’Arcivescovo ci affida una missione profonda: far risuonare il Vangelo della misericordia nel cuore stesso della sofferenza umana, là dove la vita è fragile e la speranza è spesso messa alla prova.
La fede cristiana non comincia con una spiegazione del dolore. Comincia con una presenza.
In Gesù Cristo, Dio non ha osservato la sofferenza umana da lontano. L’ha abitata. Ha toccato i corpi feriti, ha ascoltato le grida silenziose, ha portato i nostri dolori fino alla croce.
Per questo il malato non è soltanto un oggetto di compassione: è un luogo teologico, uno spazio sacro in cui Dio si rivela in modo particolare.
Quando Gesù afferma: «Ero malato e mi avete visitato», stabilisce una misteriosa identità tra Lui e ogni persona sofferente.
Fratelli e sorelle,
toccare il malato è toccare Cristo.
Curare il malato è servire Cristo.
Abbandonare il malato è abbandonare Cristo.
È in questa luce che siamo chiamati oggi a vivere una vera rivoluzione delle opere di misericordia.
Una rivoluzione non violenta, ma evangelica.
Una rivoluzione che ci fa passare da una carità occasionale a una misericordia organizzata, da una compassione emotiva a un impegno duraturo, da una fede dichiarata a una fede incarnata.
Visitare i malati non può più essere un semplice gesto legato al calendario liturgico. Deve diventare uno stile di Chiesa.
Una Chiesa che non va verso i malati finisce per ripiegarsi su sé stessa. Ma una Chiesa che pone i malati al centro diventa una Chiesa credibile, profetica e fedele al suo Signore.
Questa missione ci conduce a promuovere una presa in carico olistica della persona malata.
Il malato non è soltanto un corpo da riparare, né soltanto un’anima da consolare.
È una persona intera: corpo, cuore, spirito, relazioni, speranza.
Curare senza amare disumanizza. Pregare senza agire concretamente svuota la fede della sua carne.
La vera pastorale dei malati:
• cura il corpo con competenza medica,
• sostiene il cuore con una presenza amorevole,
• fortifica l’anima con la preghiera e i sacramenti,
• protegge la dignità con il rispetto,
• ristabilisce la speranza con la comunione ecclesiale.
Ma questa Giornata è anche un tempo di verità. Dobbiamo avere il coraggio evangelico di denunciare ciò che, ancora oggi, disumanizza i malati.
Sì, fratelli e sorelle, il malato talvolta è ridotto a un numero di letto, trascurato per mancanza di mezzi o di volontà, sfruttato economicamente nella sua vulnerabilità, abbandonato dalla famiglia, dimenticato dalla comunità.
A volte la povertà chiude l’accesso alle cure. La corruzione blocca le porte. L’indifferenza prolunga la sofferenza. E la solitudine diventa più dolorosa della malattia stessa.
Tutto questo è un peccato sociale che ferisce il Corpo di Cristo.
Ogni volta che un malato è umiliato, è Gesù che viene umiliato. Ogni volta che un malato è ignorato, è Gesù che viene ignorato.
Proclamiamo oggi con forza: il malato non è né oggetto di profitto né peso sociale, ma una persona sacra.
È proprio in questo spirito che il Santo Padre, Papa Leone XIV, nel suo messaggio per questa Giornata mondiale del malato, ci invita a riscoprire una verità essenziale: là dove rinasce la speranza, comincia già la guarigione.
Ci ricorda tre convinzioni fondamentali.
Anzitutto, la centralità assoluta della persona malata: non è un problema da gestire, ma un mistero da accompagnare.
In secondo luogo, la corresponsabilità di tutti: la presa in carico del malato riguarda insieme il personale sanitario, la famiglia, le CEV, la parrocchia e l’intera società.
Il Papa parla di una vera alleanza di prossimità attorno al malato. Nessuno deve soffrire da solo.
Infine, egli chiama la Chiesa a essere vicina, umile e presente: una Chiesa che visita, ascolta, rimane. Una Chiesa che cura con tenerezza.
Fratelli e sorelle,
Attorno al malato deve formarsi una comunione viva.
Agli operatori sanitari, la Chiesa dice grazie: siete i buoni Samaritani di oggi. La vostra competenza è un dono di Dio, e le vostre mani diventano spesso le mani stesse di Cristo.
Alle famiglie: siete il primo ospedale, il primo luogo di pazienza e di fedeltà.
Alle CEV: siete chiamate a diventare vere cellule di vigilanza pastorale, capaci di individuare, visitare, pregare e mobilitare la solidarietà.
Alla parrocchia: siete chiamate a essere una casa aperta, un ospedale da campo, dove nessuno si senta abbandonato.
La pastorale dei malati non è un servizio tra gli altri: è un criterio di maturità ecclesiale.
Cari fratelli e sorelle, oggi Cristo non ci chiede anzitutto:
«Avete capito tutto?» ma: «Dove eravate quando vostro fratello soffriva?»
Che le nostre comunità diventino luoghi di reale prossimità, spazi di misericordia organizzata, testimoni di una speranza che cura.
E che Maria, Salute degli infermi, ci insegni a rimanere fedeli ai piedi di tutte le croci umane.
Amen.
Kisangani, 11 febbraio 2026
Don Victor MBATU YUAKALI
Direttore del Centro Diocesano di Pastorale
Immagine
- Foto di spazio + spadoni
Da un ospedale in Congo, l’omelia dell’abbé Victor Mbatu Yuakali per la XXXIV Giornata Mondiale del Malato (11 febbraio 2026)
Eccellenza Reverendissima,
cari fratelli e sorelle in Cristo,
cari malati, cari operatori sanitari,
cari membri delle famiglie, delle CEV e delle nostre comunità parrocchiali,
autorizzandoci a celebrare la Giornata mondiale del malato all’interno dell’Ospedale Generale di Riferimento di Kabondo, Sua Eccellenza l’Arcivescovo ci affida una missione profonda: far risuonare il Vangelo della misericordia nel cuore stesso della sofferenza umana, là dove la vita è fragile e la speranza è spesso messa alla prova.
La fede cristiana non comincia con una spiegazione del dolore. Comincia con una presenza.
In Gesù Cristo, Dio non ha osservato la sofferenza umana da lontano. L’ha abitata. Ha toccato i corpi feriti, ha ascoltato le grida silenziose, ha portato i nostri dolori fino alla croce.
Per questo il malato non è soltanto un oggetto di compassione: è un luogo teologico, uno spazio sacro in cui Dio si rivela in modo particolare.
Quando Gesù afferma: «Ero malato e mi avete visitato», stabilisce una misteriosa identità tra Lui e ogni persona sofferente.
Fratelli e sorelle,
toccare il malato è toccare Cristo.
Curare il malato è servire Cristo.
Abbandonare il malato è abbandonare Cristo.
È in questa luce che siamo chiamati oggi a vivere una vera rivoluzione delle opere di misericordia.
Una rivoluzione non violenta, ma evangelica.
Una rivoluzione che ci fa passare da una carità occasionale a una misericordia organizzata, da una compassione emotiva a un impegno duraturo, da una fede dichiarata a una fede incarnata.
Visitare i malati non può più essere un semplice gesto legato al calendario liturgico. Deve diventare uno stile di Chiesa.
Una Chiesa che non va verso i malati finisce per ripiegarsi su sé stessa. Ma una Chiesa che pone i malati al centro diventa una Chiesa credibile, profetica e fedele al suo Signore.
Questa missione ci conduce a promuovere una presa in carico olistica della persona malata.
Il malato non è soltanto un corpo da riparare, né soltanto un’anima da consolare.
È una persona intera: corpo, cuore, spirito, relazioni, speranza.
Curare senza amare disumanizza. Pregare senza agire concretamente svuota la fede della sua carne.
La vera pastorale dei malati:
• cura il corpo con competenza medica,
• sostiene il cuore con una presenza amorevole,
• fortifica l’anima con la preghiera e i sacramenti,
• protegge la dignità con il rispetto,
• ristabilisce la speranza con la comunione ecclesiale.
Ma questa Giornata è anche un tempo di verità. Dobbiamo avere il coraggio evangelico di denunciare ciò che, ancora oggi, disumanizza i malati.
Sì, fratelli e sorelle, il malato talvolta è ridotto a un numero di letto, trascurato per mancanza di mezzi o di volontà, sfruttato economicamente nella sua vulnerabilità, abbandonato dalla famiglia, dimenticato dalla comunità.
A volte la povertà chiude l’accesso alle cure. La corruzione blocca le porte. L’indifferenza prolunga la sofferenza. E la solitudine diventa più dolorosa della malattia stessa.
Tutto questo è un peccato sociale che ferisce il Corpo di Cristo.
Ogni volta che un malato è umiliato, è Gesù che viene umiliato. Ogni volta che un malato è ignorato, è Gesù che viene ignorato.
Proclamiamo oggi con forza: il malato non è né oggetto di profitto né peso sociale, ma una persona sacra.
È proprio in questo spirito che il Santo Padre, Papa Leone XIV, nel suo messaggio per questa Giornata mondiale del malato, ci invita a riscoprire una verità essenziale: là dove rinasce la speranza, comincia già la guarigione.
Ci ricorda tre convinzioni fondamentali.
Anzitutto, la centralità assoluta della persona malata: non è un problema da gestire, ma un mistero da accompagnare.
In secondo luogo, la corresponsabilità di tutti: la presa in carico del malato riguarda insieme il personale sanitario, la famiglia, le CEV, la parrocchia e l’intera società.
Il Papa parla di una vera alleanza di prossimità attorno al malato. Nessuno deve soffrire da solo.
Infine, egli chiama la Chiesa a essere vicina, umile e presente: una Chiesa che visita, ascolta, rimane. Una Chiesa che cura con tenerezza.
Fratelli e sorelle,
Attorno al malato deve formarsi una comunione viva.
Agli operatori sanitari, la Chiesa dice grazie: siete i buoni Samaritani di oggi. La vostra competenza è un dono di Dio, e le vostre mani diventano spesso le mani stesse di Cristo.
Alle famiglie: siete il primo ospedale, il primo luogo di pazienza e di fedeltà.
Alle CEV: siete chiamate a diventare vere cellule di vigilanza pastorale, capaci di individuare, visitare, pregare e mobilitare la solidarietà.
Alla parrocchia: siete chiamate a essere una casa aperta, un ospedale da campo, dove nessuno si senta abbandonato.
La pastorale dei malati non è un servizio tra gli altri: è un criterio di maturità ecclesiale.
Cari fratelli e sorelle, oggi Cristo non ci chiede anzitutto:
«Avete capito tutto?» ma: «Dove eravate quando vostro fratello soffriva?»
Che le nostre comunità diventino luoghi di reale prossimità, spazi di misericordia organizzata, testimoni di una speranza che cura.
E che Maria, Salute degli infermi, ci insegni a rimanere fedeli ai piedi di tutte le croci umane.
Amen.
Kisangani, 11 febbraio 2026
Don Victor MBATU YUAKALI
Direttore del Centro Diocesano di Pastorale
Immagine
- Foto di spazio + spadoni

Abitanti di OPERA M in preghiera nella Grotta di Lourdes


