Esperienza in missione | “La felicità inspiegabile del mettersi al servizio degli altri”

Foto di Rita Usai
L’esperienza missionaria di un giovane ventiquattrenne al confine tra la Repubblica Dominicana e Haiti. Quando la povertà ti insegna ad essere grato
(di Antonio Ruocco)
Il mio nome è Antonio Ruocco, ho 24 anni e da qualche mese mi sono laureato presso l’università Bocconi. Sin da piccolo, una delle mie più grandi passioni è stata viaggiare: mi ha sempre dato vita uscire da casa con la valigia in mano, senza sapere quello che mi aspettasse.
Durante questi anni (l’ultimo soprattutto) ho riscoperto il piacere, la felicità inspiegabile che deriva dal mettersi al servizio degli altri, di potersi sentire un mezzo di Dio per poter aiutare chi è meno fortunato.
Nella Comunità Missionaria di Villaregia ho trovato tutto questo e tanto altro: una famiglia, che mi ha accompagnato in ogni tappa importante della vita. Dunque, mi sono detto che non era un viaggio di cui avevo bisogno, bensì di un’esperienza che andasse oltre: di immergermi in un nuovo contesto, di essere al servizio per qualunque cosa si necessitasse, di fare del bene senza aspettare nulla in cambio.
Ed è così che a settembre ho sciolto ogni dubbio e mi sono detto: “Si va in missione”, direzione? San Juan de la Maguana, una cittadina della Repubblica Dominicana al confine con Haiti. Quanto successo in questi due mesi è davvero difficile da racchiudere in poche righe.
Durante la mia permanenza ho avuto la fortuna di incontrare nel mio cammino due missionarie fantastiche: disponibili, gentili e soprattutto impavide: nonostante il contesto e le sue difficoltà, in loro ho trovato sempre una guida salda. Appena arrivato lì, mi sono veramente sorpreso di quanto fosse un contesto veramente differente sotto molteplici aspetti. Nelle varie comunità della diocesi di San Juan l’ambiente è di campagna, di “campo” come si direbbe lì, e l’economia si regge sull’agricoltura e poco altro.
Proprio in questo ambito, grazie alla mia formazione economica, ho potuto partecipare ad un progetto in collaborazione con Fundasep. Mi sono così occupato di dare supporto ai produttori agricoli delle comunità di “Los Callejones” e “Las Lajitas”. Nonostante queste persone ricevano degli aiuti tramite il supporto di due ingegneri ed abbiano a disposizione un sistema di irrigazione (vero e proprio oro se si pensa alla siccità di quelle zone), la motivazione dei produttori è bassa, il loro lavoro di scarsa qualità e chiaramente la produzione deludente.
Il mio lavoro lì è stato di curare la fase del processo di vendita: aiutarli a trovare degli intermediari con cui stabilire dei rapporti a lungo termine. Nonostante questo compito impegnativo, ben più difficile è stato cercare di accrescere la loro autostima: insistere sul fatto che loro ce la potessero fare, che le cose davvero potessero cambiare, e che ciò dipendeva solo dal loro lavoro.
Parlare però solamente di questo progetto sarebbe riduttivo: la missione è stata tanto altro. Grazie alla comunità missionaria di Villaregia sono stato inserito in una molteplicità di contesti: nella pastorale sociale, nei consigli comunitari, negli incontri di catechismo con i bambini, in quelli con gli adolescenti…
Ho visitato il mercato di Bánica, alla frontiera con Haiti, nel quale ho visto persone di tutte le età che ogni giorno si rompono la schiena per guadagnare pochi pesos, per poter sopravvivere. Ho visitato case che cadono a pezzi, come quella di Gladys e sua sorella, le quali ogni giorno sorridono e pregano per gli altri nonostante sarebbero autorizzate ad avercela con il mondo. Ho visitato bambini i cui genitori non ricordano nemmeno i compleanni.
Lì è stato dove ho forse visto la situazione più critica: nella zona de “Las Lajitas” andavamo spesso perché era di passaggio al fine di raggiungere i produttori agricoli sopra citati, è una zona rurale con un paio di case, forse non arrivano a dieci. Lì vivono tra i 35 e i 40 bambini, in condizioni indescrivibili. Non hanno niente: né giochi, né vestiti, la maggior parte di loro vive con le nonne, i genitori spesso li hanno avuti troppo giovani, ed ora sono in altre parti dell’isola a cercare fortuna.
Spesso questi bambini non hanno nemmeno un atto di nascita: per il mondo non esistono. È lì che allora un giorno ho deciso di regalare una valigia piena di vestiti. Tanti bambini gli si avvicinarono, mentre una restava in disparte, appoggiata ad un albero, guardando. Mi ha lasciato così intenerito che sono andato personalmente a cercarle qualche abito della sua taglia e a vestirla. In quasi tutte le esperienze ho documentato con foto e video, ma quella volta no, perché la povertà era così grande che anche solo tirare fuori un cellulare poteva apparire come un’offesa alle umili condizioni di quella gente.
Ho rifiutato così la sedia e mi sono seduto sul muretto con i bambini. Mentre parlavamo con quelle donne si percepiva la loro forza, la capacità incredibile dell’essere umano di amare la vita e di adattarsi a tutto pur di viverla. Quella bambina la volta successiva mi ha definito come il suo “unico amico” ed ha chiesto al padre di andarmi a raccogliere del mais, perché io ero stato gentile con lei, forse per la prima volta nella sua vita qualcuno si era preso cura di lei.
Durante la messa di invio alla missione ricordo che mi chiesero il motivo per il quale partissi. Durante il cammino, la ragione l’ho trovata in queste piccole cose: nei sorrisi, negli abbracci di quei bambini, nel loro sguardo cambiato dopo un semplice piccolo gesto, sono questi dettagli che, senza accorgermene, mi hanno riempito il cuore di gioia.
Il mio consiglio a tutti i ragazzi che leggeranno questo articolo è di fare ciò che avete nel cuore. Se sentite il desiderio di mettervi al servizio del prossimo, di servire ed aiutare con qualsiasi cosa ci sia da fare, se per voi il sorriso di una persona vale più di ogni altra cosa…allora partite!
Le paure esisteranno, verranno con voi nell’aereo e le prime notti, dopodiché se ne andranno, e sapete perché? Perché starete facendo ciò che dentro vi rende felici. Certo, bisogna adattarsi al meteo, al cibo, alle persone, ma tornando indietro, non mi sento la persona che ero prima di partire. E lo so che sembra una frase fatta, ma dopo aver visto quanto lottano ogni giorno quelle persone per cose che noi diamo per scontate, l’unico sentimento che mi viene è quello di essere “Agradecido”, ovvero sentirmi grato.
Se c’è una cosa che questa esperienza mi ha insegnato, sopra tutte, è che la vita è un dono meraviglioso: se quelle persone, anche senza avere niente, sorridono, allora forse tutti possono farlo.
Antonio
Immagine
- Foto di Rita Usai (Comunità Missionaria di Villaregia)
L’esperienza missionaria di un giovane ventiquattrenne al confine tra la Repubblica Dominicana e Haiti. Quando la povertà ti insegna ad essere grato
(di Antonio Ruocco)
Il mio nome è Antonio Ruocco, ho 24 anni e da qualche mese mi sono laureato presso l’università Bocconi. Sin da piccolo, una delle mie più grandi passioni è stata viaggiare: mi ha sempre dato vita uscire da casa con la valigia in mano, senza sapere quello che mi aspettasse.
Durante questi anni (l’ultimo soprattutto) ho riscoperto il piacere, la felicità inspiegabile che deriva dal mettersi al servizio degli altri, di potersi sentire un mezzo di Dio per poter aiutare chi è meno fortunato.
Nella Comunità Missionaria di Villaregia ho trovato tutto questo e tanto altro: una famiglia, che mi ha accompagnato in ogni tappa importante della vita. Dunque, mi sono detto che non era un viaggio di cui avevo bisogno, bensì di un’esperienza che andasse oltre: di immergermi in un nuovo contesto, di essere al servizio per qualunque cosa si necessitasse, di fare del bene senza aspettare nulla in cambio.
Ed è così che a settembre ho sciolto ogni dubbio e mi sono detto: “Si va in missione”, direzione? San Juan de la Maguana, una cittadina della Repubblica Dominicana al confine con Haiti. Quanto successo in questi due mesi è davvero difficile da racchiudere in poche righe.
Durante la mia permanenza ho avuto la fortuna di incontrare nel mio cammino due missionarie fantastiche: disponibili, gentili e soprattutto impavide: nonostante il contesto e le sue difficoltà, in loro ho trovato sempre una guida salda. Appena arrivato lì, mi sono veramente sorpreso di quanto fosse un contesto veramente differente sotto molteplici aspetti. Nelle varie comunità della diocesi di San Juan l’ambiente è di campagna, di “campo” come si direbbe lì, e l’economia si regge sull’agricoltura e poco altro.
Proprio in questo ambito, grazie alla mia formazione economica, ho potuto partecipare ad un progetto in collaborazione con Fundasep. Mi sono così occupato di dare supporto ai produttori agricoli delle comunità di “Los Callejones” e “Las Lajitas”. Nonostante queste persone ricevano degli aiuti tramite il supporto di due ingegneri ed abbiano a disposizione un sistema di irrigazione (vero e proprio oro se si pensa alla siccità di quelle zone), la motivazione dei produttori è bassa, il loro lavoro di scarsa qualità e chiaramente la produzione deludente.
Il mio lavoro lì è stato di curare la fase del processo di vendita: aiutarli a trovare degli intermediari con cui stabilire dei rapporti a lungo termine. Nonostante questo compito impegnativo, ben più difficile è stato cercare di accrescere la loro autostima: insistere sul fatto che loro ce la potessero fare, che le cose davvero potessero cambiare, e che ciò dipendeva solo dal loro lavoro.
Parlare però solamente di questo progetto sarebbe riduttivo: la missione è stata tanto altro. Grazie alla comunità missionaria di Villaregia sono stato inserito in una molteplicità di contesti: nella pastorale sociale, nei consigli comunitari, negli incontri di catechismo con i bambini, in quelli con gli adolescenti…
Ho visitato il mercato di Bánica, alla frontiera con Haiti, nel quale ho visto persone di tutte le età che ogni giorno si rompono la schiena per guadagnare pochi pesos, per poter sopravvivere. Ho visitato case che cadono a pezzi, come quella di Gladys e sua sorella, le quali ogni giorno sorridono e pregano per gli altri nonostante sarebbero autorizzate ad avercela con il mondo. Ho visitato bambini i cui genitori non ricordano nemmeno i compleanni.
Lì è stato dove ho forse visto la situazione più critica: nella zona de “Las Lajitas” andavamo spesso perché era di passaggio al fine di raggiungere i produttori agricoli sopra citati, è una zona rurale con un paio di case, forse non arrivano a dieci. Lì vivono tra i 35 e i 40 bambini, in condizioni indescrivibili. Non hanno niente: né giochi, né vestiti, la maggior parte di loro vive con le nonne, i genitori spesso li hanno avuti troppo giovani, ed ora sono in altre parti dell’isola a cercare fortuna.
Spesso questi bambini non hanno nemmeno un atto di nascita: per il mondo non esistono. È lì che allora un giorno ho deciso di regalare una valigia piena di vestiti. Tanti bambini gli si avvicinarono, mentre una restava in disparte, appoggiata ad un albero, guardando. Mi ha lasciato così intenerito che sono andato personalmente a cercarle qualche abito della sua taglia e a vestirla. In quasi tutte le esperienze ho documentato con foto e video, ma quella volta no, perché la povertà era così grande che anche solo tirare fuori un cellulare poteva apparire come un’offesa alle umili condizioni di quella gente.
Ho rifiutato così la sedia e mi sono seduto sul muretto con i bambini. Mentre parlavamo con quelle donne si percepiva la loro forza, la capacità incredibile dell’essere umano di amare la vita e di adattarsi a tutto pur di viverla. Quella bambina la volta successiva mi ha definito come il suo “unico amico” ed ha chiesto al padre di andarmi a raccogliere del mais, perché io ero stato gentile con lei, forse per la prima volta nella sua vita qualcuno si era preso cura di lei.
Durante la messa di invio alla missione ricordo che mi chiesero il motivo per il quale partissi. Durante il cammino, la ragione l’ho trovata in queste piccole cose: nei sorrisi, negli abbracci di quei bambini, nel loro sguardo cambiato dopo un semplice piccolo gesto, sono questi dettagli che, senza accorgermene, mi hanno riempito il cuore di gioia.
Il mio consiglio a tutti i ragazzi che leggeranno questo articolo è di fare ciò che avete nel cuore. Se sentite il desiderio di mettervi al servizio del prossimo, di servire ed aiutare con qualsiasi cosa ci sia da fare, se per voi il sorriso di una persona vale più di ogni altra cosa…allora partite!
Le paure esisteranno, verranno con voi nell’aereo e le prime notti, dopodiché se ne andranno, e sapete perché? Perché starete facendo ciò che dentro vi rende felici. Certo, bisogna adattarsi al meteo, al cibo, alle persone, ma tornando indietro, non mi sento la persona che ero prima di partire. E lo so che sembra una frase fatta, ma dopo aver visto quanto lottano ogni giorno quelle persone per cose che noi diamo per scontate, l’unico sentimento che mi viene è quello di essere “Agradecido”, ovvero sentirmi grato.
Se c’è una cosa che questa esperienza mi ha insegnato, sopra tutte, è che la vita è un dono meraviglioso: se quelle persone, anche senza avere niente, sorridono, allora forse tutti possono farlo.
Antonio
Immagine
- Foto di Rita Usai (Comunità Missionaria di Villaregia)

Foto di Rita Usai


