Missione possibile: crescere attraverso la condivisione

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15 Novembre 2025

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Uno dei "giochi" al Festival della Missione - Torino, 9-12 ottobre

Una testimonianza sul blog dei Saveriani: il racconto del Festival della Missione affidato ad una giovane partecipante

(di Marta Palmieri)

Nei giorni tra il 9 e il 12 ottobre si è svolto il Festival della Missione, un evento nazionale di quattro giorni scanditi da incontri, attività e testimonianze.

La sera dell’8 ottobre sono partita con il gruppo saveriani di Salerno. Dopo un lungo, viaggio siamo giunti a Torino, dove siamo stati accolti e ospitati presso il Sermig (Servizio Missionario Giovani) – Arsenale della Pace.

La mattina del 9 ottobre, dopo esserci sistemati, abbiamo avuto modo di conoscere alcuni consacrati che vivono al Sermig, persone con cui avremmo collaborato il sabato per l’animazione missionaria in piazza Castello. Un primo incontro è stato dedicato alla presentazione dettagliata delle varie attività (come le interviste, il gioco della pace) e ad un confronto organizzativo fondamentale per coordinare al meglio l’evento.

Il programma è stato arricchito da momenti di profonda spiritualità e comunità: testimonianze che hanno offerto spunti di riflessione; la Veglia del venerdì, un intenso momento di preghiera e canti; e la sveglia del sabato che si è rivelata una serata di piena gioia, un’esplosione di balli, canti e un forte senso di unità e condivisione.

A livello personale è stata la mia prima vera esperienza nel mondo missionario. Ho affrontato questi quattro giorni con forte ansia e insicurezza. La mia partenza non era sostenuta da una convinzione totale, temevo l’impatto con la folla o, paradossalmente, la possibilità di sentirmi completamente isolata.

L’arrivo al Sermig ha innescato una crisi di panico iniziale: l’ambiente era del tutto nuovo, il dover dormire con persone perlopiù sconosciute mi proiettava fuori dalla mia comfort zone e anche il banale dormire per terra mi metteva ansia.

Il primo giorno è stato un tentativo di orientamento emotivo e fisico. Tendevo ad isolarmi, i pensieri non si fermavano. A ogni minuto mi interrogavo sulla validità della mia scelta di essere andata là, di aver affrontato 13 ore di pullman, per cosa? Per provare solitudine, tristezza e rabbia. Sentimenti che, al dire il vero, mi aspettavo di provare. Ero partita con il presupposto di vivere male l’esperienza, di essere una spettatrice che osserva gli altri divertirsi e vivere a pieno l’esperienza, sentendomi totalmente estranea.

Eppure, proprio in quel contesto, mi sono ricreduta su ogni cosa. Ho cambiato prospettiva osservando, vivendo pienamente quegli instanti e, soprattutto, ascoltando.

Oltre al sostegno e alla compagnia del gruppo, l’esperienza mi ha regalato nuove e preziose conoscenze. Ho potuto assistere a una dinamica di comunicazione e fiducia: l’aprirsi e l’affidarsi spontaneo a persone che, un attimo prima, erano perfetti “sconosciuti”. Tutti si prodigavano nell’aiuto reciproco, creando un legame indissolubile, come se in quei giorni si fosse formata una vera e propria famiglia basata sulla fiducia. È stata una lezione di umanità e accoglienza, che ha trasformato l’iniziale ansia in una profonda e inattesa gioia di condivisione.

Ho provato un inaspettato senso di divertimento e di gioia, amplificato dall’osservare coloro che lavorano in questo contesto: persone che operano con il sorriso, traendo da ogni azione una profonda e visibile soddisfazione.

Questa gratificazione si leggeva nei loro sguardi, nel loro linguaggio del corpo, ed era trasmesso con ogni gesto, fosse un abbraccio caloroso o una semplice stretta di mano. Stando accanto a loro ho assorbito ogni emozione positiva che provavano, facendo di questa esperienza missionaria un momento di crescita e di profonda ispirazione.

Fonte

Immagine

  • Foto di spazio + spadoni

Una testimonianza sul blog dei Saveriani: il racconto del Festival della Missione affidato ad una giovane partecipante

(di Marta Palmieri)

Nei giorni tra il 9 e il 12 ottobre si è svolto il Festival della Missione, un evento nazionale di quattro giorni scanditi da incontri, attività e testimonianze.

La sera dell’8 ottobre sono partita con il gruppo saveriani di Salerno. Dopo un lungo, viaggio siamo giunti a Torino, dove siamo stati accolti e ospitati presso il Sermig (Servizio Missionario Giovani) – Arsenale della Pace.

La mattina del 9 ottobre, dopo esserci sistemati, abbiamo avuto modo di conoscere alcuni consacrati che vivono al Sermig, persone con cui avremmo collaborato il sabato per l’animazione missionaria in piazza Castello. Un primo incontro è stato dedicato alla presentazione dettagliata delle varie attività (come le interviste, il gioco della pace) e ad un confronto organizzativo fondamentale per coordinare al meglio l’evento.

Il programma è stato arricchito da momenti di profonda spiritualità e comunità: testimonianze che hanno offerto spunti di riflessione; la Veglia del venerdì, un intenso momento di preghiera e canti; e la sveglia del sabato che si è rivelata una serata di piena gioia, un’esplosione di balli, canti e un forte senso di unità e condivisione.

A livello personale è stata la mia prima vera esperienza nel mondo missionario. Ho affrontato questi quattro giorni con forte ansia e insicurezza. La mia partenza non era sostenuta da una convinzione totale, temevo l’impatto con la folla o, paradossalmente, la possibilità di sentirmi completamente isolata.

L’arrivo al Sermig ha innescato una crisi di panico iniziale: l’ambiente era del tutto nuovo, il dover dormire con persone perlopiù sconosciute mi proiettava fuori dalla mia comfort zone e anche il banale dormire per terra mi metteva ansia.

Il primo giorno è stato un tentativo di orientamento emotivo e fisico. Tendevo ad isolarmi, i pensieri non si fermavano. A ogni minuto mi interrogavo sulla validità della mia scelta di essere andata là, di aver affrontato 13 ore di pullman, per cosa? Per provare solitudine, tristezza e rabbia. Sentimenti che, al dire il vero, mi aspettavo di provare. Ero partita con il presupposto di vivere male l’esperienza, di essere una spettatrice che osserva gli altri divertirsi e vivere a pieno l’esperienza, sentendomi totalmente estranea.

Eppure, proprio in quel contesto, mi sono ricreduta su ogni cosa. Ho cambiato prospettiva osservando, vivendo pienamente quegli instanti e, soprattutto, ascoltando.

Oltre al sostegno e alla compagnia del gruppo, l’esperienza mi ha regalato nuove e preziose conoscenze. Ho potuto assistere a una dinamica di comunicazione e fiducia: l’aprirsi e l’affidarsi spontaneo a persone che, un attimo prima, erano perfetti “sconosciuti”. Tutti si prodigavano nell’aiuto reciproco, creando un legame indissolubile, come se in quei giorni si fosse formata una vera e propria famiglia basata sulla fiducia. È stata una lezione di umanità e accoglienza, che ha trasformato l’iniziale ansia in una profonda e inattesa gioia di condivisione.

Ho provato un inaspettato senso di divertimento e di gioia, amplificato dall’osservare coloro che lavorano in questo contesto: persone che operano con il sorriso, traendo da ogni azione una profonda e visibile soddisfazione.

Questa gratificazione si leggeva nei loro sguardi, nel loro linguaggio del corpo, ed era trasmesso con ogni gesto, fosse un abbraccio caloroso o una semplice stretta di mano. Stando accanto a loro ho assorbito ogni emozione positiva che provavano, facendo di questa esperienza missionaria un momento di crescita e di profonda ispirazione.

Fonte

Immagine

  • Foto di spazio + spadoni
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Uno dei "giochi" al Festival della Missione - Torino, 9-12 ottobre

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