Naufragio di Natale | Ci sono ancora i buoni Samaritani

Immagine creata digitalmente da spazio + spadoni
Tra morte e indifferenza, un gesto di umanità e misericordia ci dona speranza. Un pescatore tunisino ha salvato l’unico superstite
Nel giorno di Natale, mentre il mare restituiva l’ennesima tragedia dell’emigrazione forzata, un pescatore ha compiuto un gesto semplice e radicale: si è fermato. Tra relitti, silenzio e corpi senza vita, ha avvistato un uomo ancora aggrappato alla speranza e lo ha tratto in salvo.
Era l’unico superstite di un naufragio che ha inghiottito 116 vite.
Non ha chiesto chi fosse, da dove venisse, quale fosse la sua storia. Ha visto un essere umano in pericolo e ha fatto ciò che il mare e la coscienza gli chiedevano: lo ha soccorso. In quel gesto, istintivo e concreto, si riflette una delle immagini più potenti del Vangelo: il buon Samaritano.
Come nella parabola narrata da Gesù, anche qui c’è una strada pericolosa — oggi è una rotta di mare — e un uomo lasciato mezzo morto. E come allora, c’è chi passa oltre e chi invece si ferma.
Il pescatore, come il Samaritano, non delega, non calcola, non si protegge dietro la paura o le regole non scritte dell’indifferenza. Si avvicina, rischia, salva.
Il Natale, festa dell’Incarnazione, rende questo gesto ancora più eloquente. Dio che si fa uomo nasce ai margini, senza riparo, affidato alle mani di altri. In quel corpo stremato salvato dal mare si riflette il volto fragile dell’umanità che il Natale celebra e spesso dimentica.
Il pescatore non è un eroe, come lui stesso probabilmente direbbe. È un uomo del mare che conosce il valore della vita e il prezzo della tempesta. Ma proprio per questo il suo gesto rivela che l’umanità non è scomparsa, è solo diventata rara.
Nel suo atto si intrecciano le opere di misericordia vissute senza proclami: salvare chi rischia di morire, accogliere chi è senza difese, fasciare le ferite di chi è stato spogliato di tutto. Come il Samaritano, anche il pescatore affida poi il sopravvissuto alle cure di altri, ricordandoci che la misericordia non si esaurisce nel primo gesto, ma continua nella responsabilità condivisa.
In un Mediterraneo trasformato troppo spesso in confine mortale, questo soccorso è una parabola contemporanea. Dice che non tutto è perduto, che c’è ancora spazio per scegliere da che parte stare. E che, anche oggi, la domanda del Vangelo resta intatta: chi è stato prossimo di quell’uomo?
A Natale, la risposta è venuta da una barca di pescatori. Non da grandi decisioni politiche, ma da mani tese. Ed è da lì, forse, che occorre ricominciare.
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Tra morte e indifferenza, un gesto di umanità e misericordia ci dona speranza. Un pescatore tunisino ha salvato l’unico superstite
Nel giorno di Natale, mentre il mare restituiva l’ennesima tragedia dell’emigrazione forzata, un pescatore ha compiuto un gesto semplice e radicale: si è fermato. Tra relitti, silenzio e corpi senza vita, ha avvistato un uomo ancora aggrappato alla speranza e lo ha tratto in salvo.
Era l’unico superstite di un naufragio che ha inghiottito 116 vite.
Non ha chiesto chi fosse, da dove venisse, quale fosse la sua storia. Ha visto un essere umano in pericolo e ha fatto ciò che il mare e la coscienza gli chiedevano: lo ha soccorso. In quel gesto, istintivo e concreto, si riflette una delle immagini più potenti del Vangelo: il buon Samaritano.
Come nella parabola narrata da Gesù, anche qui c’è una strada pericolosa — oggi è una rotta di mare — e un uomo lasciato mezzo morto. E come allora, c’è chi passa oltre e chi invece si ferma.
Il pescatore, come il Samaritano, non delega, non calcola, non si protegge dietro la paura o le regole non scritte dell’indifferenza. Si avvicina, rischia, salva.
Il Natale, festa dell’Incarnazione, rende questo gesto ancora più eloquente. Dio che si fa uomo nasce ai margini, senza riparo, affidato alle mani di altri. In quel corpo stremato salvato dal mare si riflette il volto fragile dell’umanità che il Natale celebra e spesso dimentica.
Il pescatore non è un eroe, come lui stesso probabilmente direbbe. È un uomo del mare che conosce il valore della vita e il prezzo della tempesta. Ma proprio per questo il suo gesto rivela che l’umanità non è scomparsa, è solo diventata rara.
Nel suo atto si intrecciano le opere di misericordia vissute senza proclami: salvare chi rischia di morire, accogliere chi è senza difese, fasciare le ferite di chi è stato spogliato di tutto. Come il Samaritano, anche il pescatore affida poi il sopravvissuto alle cure di altri, ricordandoci che la misericordia non si esaurisce nel primo gesto, ma continua nella responsabilità condivisa.
In un Mediterraneo trasformato troppo spesso in confine mortale, questo soccorso è una parabola contemporanea. Dice che non tutto è perduto, che c’è ancora spazio per scegliere da che parte stare. E che, anche oggi, la domanda del Vangelo resta intatta: chi è stato prossimo di quell’uomo?
A Natale, la risposta è venuta da una barca di pescatori. Non da grandi decisioni politiche, ma da mani tese. Ed è da lì, forse, che occorre ricominciare.
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