L’ondata dei giovani africani verso il Golfo: il rischio di una nuova schiavitù

il: 

21 Novembre 2025

di: 

Emigrazione-africana-Golfo
Emigrazione-africana-Golfo

Immagine creata digitalmente da Rodrigue Bidubula

Il nostro corrispondente per l’Africa Rodrigue Bidubula ci parla di un nuovo fenomeno: l’immigrazione africana verso i Paesi del Golfo

Il miraggio del Golfo e la dignità umana: quando l’Africa perde i suoi figli nel deserto dell’illusione

Una nuova ondata migratoria si sta profilando discretamente nel continente africano.
Dopo l’Europa e il Nord America, gli sguardi dei giovani africani si rivolgono ora ai Paesi del Golfo: Arabia Saudita, Qatar, Emirati Arabi Uniti, Kuwait, Oman o Bahrein, alla ricerca di un lavoro e di una vita migliore.

Questo nuovo movimento, che interessa in particolare l’Africa orientale (Kenya, Uganda, Etiopia, Tanzania), solleva profonde questioni umane, economiche e sociali. Dietro le promesse di uno stipendio stabile e di una vita dignitosa, si nasconde spesso una dura realtà fatta di abusi, sfruttamento e assenza di tutela giuridica, in breve, una dignità ferita.

Un nuovo orizzonte per i giovani in cerca di sopravvivenza

In un contesto di disoccupazione endemica, instabilità politica e mancanza di opportunità locali, i paesi del Golfo appaiono come una terra di promesse. Le offerte di lavoro circolano in abbondanza sui social network, spesso diffuse da agenzie di reclutamento private che operano in molte città del continente. Le posizioni offerte vanno dal lavoro domestico alla sicurezza, passando per l’edilizia, l’ospitalità o i servizi di consegna.

Il mito di Dubai, città dei sogni e dell’opulenza, alimenta l’immaginario collettivo: lì si spera di trovare un lavoro, un reddito in valuta estera, la possibilità di inviare denaro alla famiglia e di tornare per “cambiare”.

Alcuni governi africani incoraggiano persino questa migrazione nell’ambito di accordi bilaterali, nella speranza di ridurre la pressione della disoccupazione interna.

Agenzie di reclutamento senza scrupoli

Ma la realtà è molto più complessa. Numerose agenzie di reclutamento approfittano della disperazione e dell’ingenuità di alcuni giovani. In diversi paesi dell’Africa orientale, testimonianze schiaccianti rivelano pratiche discutibili: contratti modificati dopo la firma, spese illegali da pagare, confisca dei passaporti, mancanza di formazione e promesse non mantenute.

Le donne partite come domestiche si ritrovano rinchiuse, picchiate o private dello stipendio per mesi. Altre sono costrette a lavori estenuanti senza protezione o vittime di molestie. Nei casi più gravi, alcune perdono la vita senza che le loro famiglie possano ottenere giustizia.

L’assenza di regolamentazione e controllo delle agenzie di reclutamento accentua questa deriva.

Gli Stati africani spesso non dispongono di meccanismi efficaci per controllare queste strutture, mentre le ambasciate africane nei paesi del Golfo hanno pochi mezzi per proteggere i propri cittadini. Come nel caso del governo keniota che ha firmato accordi di partenariato economico con gli Emirati, consentendo a oltre 400.000 giovani di lasciare il Paese per trasferirsi negli Emirati.

Difficile integrazione e fratture sociali

Il sistema kafala, che lega il lavoratore al suo datore di lavoro, continua a esporre i migranti a forme di schiavitù moderna. Cambiare lavoro, rescindere un contratto, tornare nel proprio Paese d’origine per le vacanze o sporgere denuncia è quasi impossibile senza l’autorizzazione del datore di lavoro.
Questo squilibrio di potere trasforma la promessa di lavoro in una trappola.

Anche quando le condizioni di lavoro sono legali, l’integrazione rimane complicata. Le differenze culturali, religiose e linguistiche creano un divario tra i migranti africani e le società ospitanti. Molti vivono nella paura di essere espulsi, altri soffrono di isolamento psicologico e del fatto di essere lontani dalla propria famiglia senza possibilità di ricevere visite.

Quali sono le sfide e le prospettive?

Questa migrazione solleva una questione fondamentale: cosa ne sarà di un continente che vede partire le sue forze vive? Mentre l’Africa parla di industrializzazione, transizione verde e innovazione, migliaia di giovani qualificati o in età produttiva partono per occupare lavori precari all’estero.

Per gli Stati africani la posta in gioco non è solo economica, ma anche morale e strategica.
Si tratta di ripensare le politiche occupazionali, rafforzare la formazione professionale, valorizzare il lavoro locale e creare condizioni dignitose per i giovani.

Verso un necessario cambiamento

Di fronte a questa realtà, la società civile, le Chiese, le ONG e i media hanno un ruolo essenziale da svolgere. È necessario rompere il silenzio, documentare gli abusi, sensibilizzare i giovani prima della loro partenza e accompagnare coloro che tornano spesso distrutti e indebitati.

Questa migrazione verso il Golfo, se non viene regolamentata, rischia di diventare un nuovo mercato di sfruttamento silenzioso in cui l’Africa scambia la sua miseria con la servitù.

Il futuro di questo movimento migratorio dipenderà dalla capacità dell’Africa di offrire ai suoi figli ciò che altri promettono loro: una speranza reale.

Immagine

  • Immagine creata digitalmente da Rodrigue Bidubula

Il nostro corrispondente per l’Africa Rodrigue Bidubula ci parla di un nuovo fenomeno: l’immigrazione africana verso i Paesi del Golfo

Il miraggio del Golfo e la dignità umana: quando l’Africa perde i suoi figli nel deserto dell’illusione

Una nuova ondata migratoria si sta profilando discretamente nel continente africano.
Dopo l’Europa e il Nord America, gli sguardi dei giovani africani si rivolgono ora ai Paesi del Golfo: Arabia Saudita, Qatar, Emirati Arabi Uniti, Kuwait, Oman o Bahrein, alla ricerca di un lavoro e di una vita migliore.

Questo nuovo movimento, che interessa in particolare l’Africa orientale (Kenya, Uganda, Etiopia, Tanzania), solleva profonde questioni umane, economiche e sociali. Dietro le promesse di uno stipendio stabile e di una vita dignitosa, si nasconde spesso una dura realtà fatta di abusi, sfruttamento e assenza di tutela giuridica, in breve, una dignità ferita.

Un nuovo orizzonte per i giovani in cerca di sopravvivenza

In un contesto di disoccupazione endemica, instabilità politica e mancanza di opportunità locali, i paesi del Golfo appaiono come una terra di promesse. Le offerte di lavoro circolano in abbondanza sui social network, spesso diffuse da agenzie di reclutamento private che operano in molte città del continente. Le posizioni offerte vanno dal lavoro domestico alla sicurezza, passando per l’edilizia, l’ospitalità o i servizi di consegna.

Il mito di Dubai, città dei sogni e dell’opulenza, alimenta l’immaginario collettivo: lì si spera di trovare un lavoro, un reddito in valuta estera, la possibilità di inviare denaro alla famiglia e di tornare per “cambiare”.

Alcuni governi africani incoraggiano persino questa migrazione nell’ambito di accordi bilaterali, nella speranza di ridurre la pressione della disoccupazione interna.

Agenzie di reclutamento senza scrupoli

Ma la realtà è molto più complessa. Numerose agenzie di reclutamento approfittano della disperazione e dell’ingenuità di alcuni giovani. In diversi paesi dell’Africa orientale, testimonianze schiaccianti rivelano pratiche discutibili: contratti modificati dopo la firma, spese illegali da pagare, confisca dei passaporti, mancanza di formazione e promesse non mantenute.

Le donne partite come domestiche si ritrovano rinchiuse, picchiate o private dello stipendio per mesi. Altre sono costrette a lavori estenuanti senza protezione o vittime di molestie. Nei casi più gravi, alcune perdono la vita senza che le loro famiglie possano ottenere giustizia.

L’assenza di regolamentazione e controllo delle agenzie di reclutamento accentua questa deriva.

Gli Stati africani spesso non dispongono di meccanismi efficaci per controllare queste strutture, mentre le ambasciate africane nei paesi del Golfo hanno pochi mezzi per proteggere i propri cittadini. Come nel caso del governo keniota che ha firmato accordi di partenariato economico con gli Emirati, consentendo a oltre 400.000 giovani di lasciare il Paese per trasferirsi negli Emirati.

Difficile integrazione e fratture sociali

Il sistema kafala, che lega il lavoratore al suo datore di lavoro, continua a esporre i migranti a forme di schiavitù moderna. Cambiare lavoro, rescindere un contratto, tornare nel proprio Paese d’origine per le vacanze o sporgere denuncia è quasi impossibile senza l’autorizzazione del datore di lavoro.
Questo squilibrio di potere trasforma la promessa di lavoro in una trappola.

Anche quando le condizioni di lavoro sono legali, l’integrazione rimane complicata. Le differenze culturali, religiose e linguistiche creano un divario tra i migranti africani e le società ospitanti. Molti vivono nella paura di essere espulsi, altri soffrono di isolamento psicologico e del fatto di essere lontani dalla propria famiglia senza possibilità di ricevere visite.

Quali sono le sfide e le prospettive?

Questa migrazione solleva una questione fondamentale: cosa ne sarà di un continente che vede partire le sue forze vive? Mentre l’Africa parla di industrializzazione, transizione verde e innovazione, migliaia di giovani qualificati o in età produttiva partono per occupare lavori precari all’estero.

Per gli Stati africani la posta in gioco non è solo economica, ma anche morale e strategica.
Si tratta di ripensare le politiche occupazionali, rafforzare la formazione professionale, valorizzare il lavoro locale e creare condizioni dignitose per i giovani.

Verso un necessario cambiamento

Di fronte a questa realtà, la società civile, le Chiese, le ONG e i media hanno un ruolo essenziale da svolgere. È necessario rompere il silenzio, documentare gli abusi, sensibilizzare i giovani prima della loro partenza e accompagnare coloro che tornano spesso distrutti e indebitati.

Questa migrazione verso il Golfo, se non viene regolamentata, rischia di diventare un nuovo mercato di sfruttamento silenzioso in cui l’Africa scambia la sua miseria con la servitù.

Il futuro di questo movimento migratorio dipenderà dalla capacità dell’Africa di offrire ai suoi figli ciò che altri promettono loro: una speranza reale.

Immagine

  • Immagine creata digitalmente da Rodrigue Bidubula
Emigrazione-africana-Golfo
Emigrazione-africana-Golfo

Immagine creata digitalmente da Rodrigue Bidubula

CONDIVIDI