Uganda: terra di accoglienza nel cuore di una crisi umanitaria regionale

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13 Agosto 2025

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Foto di Rodrigue Bidubula

Dal nostro corrispondente per l’Africa Rodrigue Bidubula, un articolo che ci presenta l’Uganda: terra accogliente, ma che si scontra con i suoi limiti

Da diversi anni l’Uganda si è affermata come un’oasi di pace per centinaia di migliaia di rifugiati in fuga dai conflitti che devastano la regione dei Grandi Laghi e il Corno d’Africa. Oggi, mentre le tensioni si intensificano nella Repubblica Democratica del Congo (RDC), in Sudan e nel Sudan del Sud, l’Uganda si trova a un bivio, tra la fedeltà alla sua politica di accoglienza e i limiti crescenti delle sue capacità di ospitalità e assistenza.

Un ruolo di accoglienza eccezionale

Con oltre 1,93 milioni di rifugiati registrati sul suo territorio secondo l’ONU, questa cifra potrebbe raggiungere i 2 milioni entro la fine dell’anno.
L’Uganda è ora il primo Paese di accoglienza in Africa e il terzo al mondo, secondo i dati più recenti delle Nazioni Unite. Pur non avendo sbocco sul mare, ha adottato una politica progressista e umanitaria nei confronti degli sfollati.
A differenza di altri contesti in cui i rifugiati sono confinati in campi chiusi, l’Uganda offre loro il diritto di lavorare, di accedere all’istruzione, all’assistenza sanitaria e alla terra per l’agricoltura. Questo approccio inclusivo mira a promuovere l’autonomia e la dignità dei rifugiati.
Tra i nuovi sfollati registrati, il Paese accoglie non solo i congolesi in fuga dalle recenti violenze nella parte orientale della Repubblica Democratica del Congo, ma anche sudanesi, sud-sudanesi, somali, eritrei e burundesi. Ogni giorno, circa 600 nuovi arrivati attraversano i confini ugandesi nella speranza di trovare sicurezza e speranza.

Una pressione crescente sulle risorse locali

Uganda2Tuttavia, questa ospitalità è messa a dura prova. Le risorse disponibili per accogliere i rifugiati si stanno riducendo notevolmente. L’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (UNHCR) indica che la risposta umanitaria in Uganda è finanziata solo al 25%: questa carenza di finanziamenti si traduce in un deterioramento delle condizioni di vita nei campi e nelle comunità di accoglienza: accesso limitato all’acqua potabile, sovraffollamento nelle scuole, servizi sanitari sovraccarichi, mancanza di viveri e crescente insicurezza alimentare.

I rifugiati vivono in gran parte in condizioni precarie, dipendendo in larga misura dagli aiuti internazionali. Sebbene l’Uganda dimostri buona volontà, è evidente che le sue capacità finanziarie e logistiche sono superate dalla portata della crisi.

Le tensioni tra i rifugiati e le comunità locali sono spesso ricorrenti, soprattutto quando le risorse scarseggiano. Molti rifugiati, in particolare donne e bambini, sono vulnerabili ad abusi, tratta di esseri umani o sfruttamento sessuale.
Nonostante i diritti garantiti dalla legislazione ugandese, la realtà quotidiana è spesso caratterizzata dall’esclusione dal mercato del lavoro formale, dall’emarginazione nelle decisioni locali e da un senso di instabilità permanente. La salute mentale dei rifugiati, segnata dai traumi della guerra, dallo sradicamento e dall’incertezza, rimane una questione poco affrontata.

L’urgenza di un sostegno internazionale strutturale

Il caso dell’Uganda è un chiaro appello alla solidarietà internazionale. L’ONU e le sue agenzie hanno lanciato appelli urgenti per aumentare i finanziamenti umanitari. Ma al di là degli aiuti puntuali, è fondamentale mettere in atto una strategia a lungo termine, basata sulla condivisione delle responsabilità.

I Paesi donatori dovranno non solo aumentare il loro sostegno finanziario, ma anche investire nel rafforzamento delle infrastrutture locali (sanità, istruzione, servizi igienico-sanitari), affinché l’accoglienza dei rifugiati non vada a discapito delle popolazioni locali; senza dimenticare il supporto tecnico alle autorità ugandesi nella gestione dei dati, nel coordinamento degli attori umanitari e nella pianificazione urbana.

Quale ruolo possono svolgere le organizzazioni religiose, i movimenti e la società civile?

È opportuno ricordare che le iniziative di accompagnamento sono indispensabili. I rifugiati hanno bisogno di un sostegno sociale e psicologico; a ciò si aggiunge il coinvolgimento della società civile nella lotta contro ogni forma di discriminazione e di incitamento all’odio. La vita è un dono sacro e anche la vita di un rifugiato deve essere rispettata e dare dignità a ciascuno.

Ritrovare la pace per sperare in un ritorno

È essenziale ricordare che il destino dei rifugiati non può essere dissociato dai conflitti che li hanno costretti ad abbandonare le loro case. Il futuro di milioni di sfollati dipende dal ripristino della pace nei loro Paesi d’origine. Ciò richiede maggiori sforzi diplomatici per risolvere le crisi nella Repubblica Democratica del Congo, in Sudan e nel Sudan del Sud, nonché il sostegno alla ricostruzione delle regioni colpite.

Gli stessi rifugiati esprimono il desiderio di tornare a casa, ma in condizioni dignitose, sicure e durature. Per questo è necessario lavorare alla stabilizzazione politica, alla riconciliazione e alla giustizia transitoria. La vita dei rifugiati non deve essere una condanna all’esilio perpetuo, ma una tappa verso il ritorno alla dignità e alla pace.

Immagini

  • Foto di Rodrigue Bidubula

Dal nostro corrispondente per l’Africa Rodrigue Bidubula, un articolo che ci presenta l’Uganda: terra accogliente, ma che si scontra con i suoi limiti

Da diversi anni l’Uganda si è affermata come un’oasi di pace per centinaia di migliaia di rifugiati in fuga dai conflitti che devastano la regione dei Grandi Laghi e il Corno d’Africa. Oggi, mentre le tensioni si intensificano nella Repubblica Democratica del Congo (RDC), in Sudan e nel Sudan del Sud, l’Uganda si trova a un bivio, tra la fedeltà alla sua politica di accoglienza e i limiti crescenti delle sue capacità di ospitalità e assistenza.

Un ruolo di accoglienza eccezionale

Con oltre 1,93 milioni di rifugiati registrati sul suo territorio secondo l’ONU, questa cifra potrebbe raggiungere i 2 milioni entro la fine dell’anno.
L’Uganda è ora il primo Paese di accoglienza in Africa e il terzo al mondo, secondo i dati più recenti delle Nazioni Unite. Pur non avendo sbocco sul mare, ha adottato una politica progressista e umanitaria nei confronti degli sfollati.
A differenza di altri contesti in cui i rifugiati sono confinati in campi chiusi, l’Uganda offre loro il diritto di lavorare, di accedere all’istruzione, all’assistenza sanitaria e alla terra per l’agricoltura. Questo approccio inclusivo mira a promuovere l’autonomia e la dignità dei rifugiati.
Tra i nuovi sfollati registrati, il Paese accoglie non solo i congolesi in fuga dalle recenti violenze nella parte orientale della Repubblica Democratica del Congo, ma anche sudanesi, sud-sudanesi, somali, eritrei e burundesi. Ogni giorno, circa 600 nuovi arrivati attraversano i confini ugandesi nella speranza di trovare sicurezza e speranza.

Una pressione crescente sulle risorse locali

Uganda2Tuttavia, questa ospitalità è messa a dura prova. Le risorse disponibili per accogliere i rifugiati si stanno riducendo notevolmente. L’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (UNHCR) indica che la risposta umanitaria in Uganda è finanziata solo al 25%: questa carenza di finanziamenti si traduce in un deterioramento delle condizioni di vita nei campi e nelle comunità di accoglienza: accesso limitato all’acqua potabile, sovraffollamento nelle scuole, servizi sanitari sovraccarichi, mancanza di viveri e crescente insicurezza alimentare.

I rifugiati vivono in gran parte in condizioni precarie, dipendendo in larga misura dagli aiuti internazionali. Sebbene l’Uganda dimostri buona volontà, è evidente che le sue capacità finanziarie e logistiche sono superate dalla portata della crisi.

Le tensioni tra i rifugiati e le comunità locali sono spesso ricorrenti, soprattutto quando le risorse scarseggiano. Molti rifugiati, in particolare donne e bambini, sono vulnerabili ad abusi, tratta di esseri umani o sfruttamento sessuale.
Nonostante i diritti garantiti dalla legislazione ugandese, la realtà quotidiana è spesso caratterizzata dall’esclusione dal mercato del lavoro formale, dall’emarginazione nelle decisioni locali e da un senso di instabilità permanente. La salute mentale dei rifugiati, segnata dai traumi della guerra, dallo sradicamento e dall’incertezza, rimane una questione poco affrontata.

L’urgenza di un sostegno internazionale strutturale

Il caso dell’Uganda è un chiaro appello alla solidarietà internazionale. L’ONU e le sue agenzie hanno lanciato appelli urgenti per aumentare i finanziamenti umanitari. Ma al di là degli aiuti puntuali, è fondamentale mettere in atto una strategia a lungo termine, basata sulla condivisione delle responsabilità.

I Paesi donatori dovranno non solo aumentare il loro sostegno finanziario, ma anche investire nel rafforzamento delle infrastrutture locali (sanità, istruzione, servizi igienico-sanitari), affinché l’accoglienza dei rifugiati non vada a discapito delle popolazioni locali; senza dimenticare il supporto tecnico alle autorità ugandesi nella gestione dei dati, nel coordinamento degli attori umanitari e nella pianificazione urbana.

Quale ruolo possono svolgere le organizzazioni religiose, i movimenti e la società civile?

È opportuno ricordare che le iniziative di accompagnamento sono indispensabili. I rifugiati hanno bisogno di un sostegno sociale e psicologico; a ciò si aggiunge il coinvolgimento della società civile nella lotta contro ogni forma di discriminazione e di incitamento all’odio. La vita è un dono sacro e anche la vita di un rifugiato deve essere rispettata e dare dignità a ciascuno.

Ritrovare la pace per sperare in un ritorno

È essenziale ricordare che il destino dei rifugiati non può essere dissociato dai conflitti che li hanno costretti ad abbandonare le loro case. Il futuro di milioni di sfollati dipende dal ripristino della pace nei loro Paesi d’origine. Ciò richiede maggiori sforzi diplomatici per risolvere le crisi nella Repubblica Democratica del Congo, in Sudan e nel Sudan del Sud, nonché il sostegno alla ricostruzione delle regioni colpite.

Gli stessi rifugiati esprimono il desiderio di tornare a casa, ma in condizioni dignitose, sicure e durature. Per questo è necessario lavorare alla stabilizzazione politica, alla riconciliazione e alla giustizia transitoria. La vita dei rifugiati non deve essere una condanna all’esilio perpetuo, ma una tappa verso il ritorno alla dignità e alla pace.

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