Costa d’Avorio | Il tempo dei poveri e le “opere buone”

Foto di Aron Visuals su Unsplash
Il nostro corrispondente in Costa d’Avorio, padre Stefano Camerlengo, missionario della Consolata, si sofferma sulle “opere buone”
Carissimi,
voglio menzionare un testo del Vangelo che mi sembra molto bello, un testo che si trova in tutti e quattro i vangeli e che dunque bisogna prendere molto sul serio: il testo dell’unzione di Betania.
Ho l’impressione che questo testo sia un po’ come la sintesi del Vangelo. Gesù sta mangiando in casa di Simone il lebbroso (che non era più tale, altrimenti non sarebbe stato in città) e viene una donna anonima che rovescia un profumo sulla testa di Gesù. Ricordate la reazione: “questo è uno spreco, si sarebbe potuto vendere il profumo per 300 denari” (un denaro era il salario di un giorno di un lavoratore).
Ma Gesù prende le sue difese: questa donna ha fatto un’opera buona. La parola greca che traduciamo con buona è una parola che ha varie traduzioni: vuol dire tanto buona come bella. E Gesù dice: questa donna ha fatto un’opera buona, bella, nei miei confronti.
L’obiezione che viene avanzata è a partire dal messaggio di Gesù: “meglio sarebbe stato distribuire il denaro tra i poveri”. È un punto del messaggio di Gesù che viene usato contro la donna. Ma Gesù dice: i poveri saranno sempre con voi. Questo richiama il cap. 15 del Deuteronomio, dove troviamo tre affermazioni: che non ci siano poveri tra di voi: è questo l’ideale; se ci sono poveri, aprite la mano e il cuore; sempre ci saranno, e perciò dovrete sempre aprire la mano e il cuore.
Se l’affermazione di Gesù viene isolata dal contesto delle due precedenti affermazioni, ne perdiamo il senso: potrete sempre fare qualcosa per i poveri, ma questa donna ha fatto un’opera buona, un’opera gratuita. Gesù in questo momento è povero, indifeso ed è in certa maniera già condannato a morte. Questa donna non può impedirlo e può semplicemente augurargli vita: il profumo è questo, è l’idea antica dell’imbalsamazione. In questo caso la donna esprime un amore gratuito.
In questi giorni di feste, non vogliamo pensare solo al materiale, al necessario, ma anche alla bellezza, al dono buono.
Una signora molto anziana mi ha detto: “sa, padre, io sono di una famiglia molto povera e, mi ricordo che quando ero bambina a Natale ricevevamo riso, pane, zucchero”. Ma un Natale un sacerdote le regalò una bambola, per la prima volta nella sua vita: “non ho più dimenticato il viso di quel sacerdote”. La bambola era inutile, rispetto alle sue necessità di base: non si mangia una bambola, non serve a niente se non a giocare. Ma lei non se ne è più dimenticata. Il povero è una persona che ha dei bisogni fisici: tetto, salute, alimenti, ma che ha anche bisogno di amicizia, di tenerezza e di gratuità.
Da una parte c’è un linguaggio che in termini biblici potremmo chiamare profetico: è il linguaggio della giustizia, dell’incontro con Dio nel povero. Ma dall’altro c’è il linguaggio della gratuità, di quello che non è immediatamente utile.
Nel mondo dei poveri il senso della gratuità è molto forte. Mi impressiona molto vedere gente che entra in chiesa e resta lì seduta, mezz’ora, un’ora, due ore. I poveri sono ricchi di tempo. Noi siamo persone di orologio e di agenda. Chi non ha lavoro di tempo ne ha d’avanzo. Prendere l’agenda è come aggredire le persone.
C’è un linguaggio profetico, della giustizia, e un linguaggio della gratuità che è contemplativo: senza contemplazione, preghiera, non c’è vita cristiana; senza impegno storico neppure. Unire questi due linguaggi è la maniera, credo, di comunicare il Vangelo. Ecco questa è la nostra evangelizzazione, almeno cosa cerchiamo di fare e soprattutto di essere. Che il Signore ci aiuti e guidi! Con la preghiera per te e per la tua gente, al tua famiglia, affinché questo Avvento sia vento nuovo e di consolazione e di pace! Fraternamente!
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- Foto di Aron Visuals su Unsplash
Il nostro corrispondente in Costa d’Avorio, padre Stefano Camerlengo, missionario della Consolata, si sofferma sulle “opere buone”
Carissimi,
voglio menzionare un testo del Vangelo che mi sembra molto bello, un testo che si trova in tutti e quattro i vangeli e che dunque bisogna prendere molto sul serio: il testo dell’unzione di Betania.
Ho l’impressione che questo testo sia un po’ come la sintesi del Vangelo. Gesù sta mangiando in casa di Simone il lebbroso (che non era più tale, altrimenti non sarebbe stato in città) e viene una donna anonima che rovescia un profumo sulla testa di Gesù. Ricordate la reazione: “questo è uno spreco, si sarebbe potuto vendere il profumo per 300 denari” (un denaro era il salario di un giorno di un lavoratore).
Ma Gesù prende le sue difese: questa donna ha fatto un’opera buona. La parola greca che traduciamo con buona è una parola che ha varie traduzioni: vuol dire tanto buona come bella. E Gesù dice: questa donna ha fatto un’opera buona, bella, nei miei confronti.
L’obiezione che viene avanzata è a partire dal messaggio di Gesù: “meglio sarebbe stato distribuire il denaro tra i poveri”. È un punto del messaggio di Gesù che viene usato contro la donna. Ma Gesù dice: i poveri saranno sempre con voi. Questo richiama il cap. 15 del Deuteronomio, dove troviamo tre affermazioni: che non ci siano poveri tra di voi: è questo l’ideale; se ci sono poveri, aprite la mano e il cuore; sempre ci saranno, e perciò dovrete sempre aprire la mano e il cuore.
Se l’affermazione di Gesù viene isolata dal contesto delle due precedenti affermazioni, ne perdiamo il senso: potrete sempre fare qualcosa per i poveri, ma questa donna ha fatto un’opera buona, un’opera gratuita. Gesù in questo momento è povero, indifeso ed è in certa maniera già condannato a morte. Questa donna non può impedirlo e può semplicemente augurargli vita: il profumo è questo, è l’idea antica dell’imbalsamazione. In questo caso la donna esprime un amore gratuito.
In questi giorni di feste, non vogliamo pensare solo al materiale, al necessario, ma anche alla bellezza, al dono buono.
Una signora molto anziana mi ha detto: “sa, padre, io sono di una famiglia molto povera e, mi ricordo che quando ero bambina a Natale ricevevamo riso, pane, zucchero”. Ma un Natale un sacerdote le regalò una bambola, per la prima volta nella sua vita: “non ho più dimenticato il viso di quel sacerdote”. La bambola era inutile, rispetto alle sue necessità di base: non si mangia una bambola, non serve a niente se non a giocare. Ma lei non se ne è più dimenticata. Il povero è una persona che ha dei bisogni fisici: tetto, salute, alimenti, ma che ha anche bisogno di amicizia, di tenerezza e di gratuità.
Da una parte c’è un linguaggio che in termini biblici potremmo chiamare profetico: è il linguaggio della giustizia, dell’incontro con Dio nel povero. Ma dall’altro c’è il linguaggio della gratuità, di quello che non è immediatamente utile.
Nel mondo dei poveri il senso della gratuità è molto forte. Mi impressiona molto vedere gente che entra in chiesa e resta lì seduta, mezz’ora, un’ora, due ore. I poveri sono ricchi di tempo. Noi siamo persone di orologio e di agenda. Chi non ha lavoro di tempo ne ha d’avanzo. Prendere l’agenda è come aggredire le persone.
C’è un linguaggio profetico, della giustizia, e un linguaggio della gratuità che è contemplativo: senza contemplazione, preghiera, non c’è vita cristiana; senza impegno storico neppure. Unire questi due linguaggi è la maniera, credo, di comunicare il Vangelo. Ecco questa è la nostra evangelizzazione, almeno cosa cerchiamo di fare e soprattutto di essere. Che il Signore ci aiuti e guidi! Con la preghiera per te e per la tua gente, al tua famiglia, affinché questo Avvento sia vento nuovo e di consolazione e di pace! Fraternamente!
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- Foto di Aron Visuals su Unsplash

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