Il Quinto Capitale: quando le comunità accoglienti narrano il loro valore

Fonte: Il Mediterraneo24
A Palermo, un convegno organizzato dal SAI, in ascolto dello sguardo e delle parole delle comunità accoglienti
Trasformare le storie del sociale in un patrimonio condiviso, restituire voce a chi vive ogni giorno l’accoglienza. È questo il cuore del convegno “Il Quinto Capitale. Lo sguardo e le parole delle comunità accoglienti”, promosso dal progetto SAI Palermo, in programma per sabato 20 settembre nel capoluogo siciliano a Palazzo Comitini.
Raccontare la vita nelle comunità
SAI Palermo, da tempo impegnato nell’accoglienza e nel supporto dei migranti, ha elaborato un percorso che non si limita all’offerta di servizi, ma costruisce anche uno spazio narrativo. Il progetto della narrazione non è elemento ornamentale, ma parte integrante della governance sociale: si tratta di riflettere sulla propria identità, sulla propria storia, non solo come “servizio per gli altri”, ma come esperienza viva che investe chi accoglie, chi è accolto, chi costruisce reti.
Nei mesi scorsi è nata anche una struttura stabile di comunicazione per il SAI Palermo: un Coordinamento che coinvolge un referente per ogni sede degli enti attuatori. Questi si incontrano periodicamente, raccolgono materiali, foto, testi; condividono esperienze, riflessioni, accendono il dialogo fra operatori, accolti, cittadini. In parallelo, laboratori di scrittura, comunicazione visiva e social vengono aperti anche ai giovani accolti, come nel progetto Sai Palermo Young.
Il concetto di “capitale narrativo”
Ma cosa si intende con “capitale narrativo”?
Come spiegato dagli organizzatori, è più di storytelling: è riconoscere la dimensione narrativa dell’umano, il bisogno di raccontare e di ascoltare storie. È attribuire valore a quelle storie, farle diventare patrimonio non di pochi ma di tutti.
Luigino Bruni viene evocato come punto di riferimento: per lui, oltre al capitale sociale, umano, ambientale ed economico civile, serve che il settore sociale riconosca e promuova il proprio “capitale narrativo”.
In un momento in cui l’immigrazione e l’accoglienza sono al centro del dibattito pubblico, dare spazio alle esperienze concrete, alla dignità, alla cura, può cambiare la narrazione che circola nell’opinione pubblica. Raccontare le fragilità insieme alle risorse, le difficoltà insieme ai progetti di speranza, significa contrastare stereotipi, ridurre l’estraneità, costruire comunità più solide.
Inoltre, perché non si perda il valore umano dietro i numeri, dietro le politiche, dietro le emergenze. Perché chi accoglie impari anche a parlare, a narrare il proprio lavoro, le proprie sfide, le proprie speranze. Non come una narrazione esterna che deve presentarsi bene, ma come ciò che si vive e ciò che si costruisce, passo dopo passo.
Lo scenario che si apre
Il convegno sarà quindi un momento di confronto: operatori del sociale, persone accolte, cittadini, giornalisti, esperti di comunicazione, istituzioni. Non solo interventi teorici, ma testimonianze, esperienze vissute, laboratori. Importante sarà anche ascoltare le comunità più fragili, dare loro microfoni e spazio: la voce di una persona accolta può valere molto più di molte statistiche.
Fonte e immagine
A Palermo, un convegno organizzato dal SAI, in ascolto dello sguardo e delle parole delle comunità accoglienti
Trasformare le storie del sociale in un patrimonio condiviso, restituire voce a chi vive ogni giorno l’accoglienza. È questo il cuore del convegno “Il Quinto Capitale. Lo sguardo e le parole delle comunità accoglienti”, promosso dal progetto SAI Palermo, in programma per sabato 20 settembre nel capoluogo siciliano a Palazzo Comitini.
Raccontare la vita nelle comunità
SAI Palermo, da tempo impegnato nell’accoglienza e nel supporto dei migranti, ha elaborato un percorso che non si limita all’offerta di servizi, ma costruisce anche uno spazio narrativo. Il progetto della narrazione non è elemento ornamentale, ma parte integrante della governance sociale: si tratta di riflettere sulla propria identità, sulla propria storia, non solo come “servizio per gli altri”, ma come esperienza viva che investe chi accoglie, chi è accolto, chi costruisce reti.
Nei mesi scorsi è nata anche una struttura stabile di comunicazione per il SAI Palermo: un Coordinamento che coinvolge un referente per ogni sede degli enti attuatori. Questi si incontrano periodicamente, raccolgono materiali, foto, testi; condividono esperienze, riflessioni, accendono il dialogo fra operatori, accolti, cittadini. In parallelo, laboratori di scrittura, comunicazione visiva e social vengono aperti anche ai giovani accolti, come nel progetto Sai Palermo Young.
Il concetto di “capitale narrativo”
Ma cosa si intende con “capitale narrativo”?
Come spiegato dagli organizzatori, è più di storytelling: è riconoscere la dimensione narrativa dell’umano, il bisogno di raccontare e di ascoltare storie. È attribuire valore a quelle storie, farle diventare patrimonio non di pochi ma di tutti.
Luigino Bruni viene evocato come punto di riferimento: per lui, oltre al capitale sociale, umano, ambientale ed economico civile, serve che il settore sociale riconosca e promuova il proprio “capitale narrativo”.
In un momento in cui l’immigrazione e l’accoglienza sono al centro del dibattito pubblico, dare spazio alle esperienze concrete, alla dignità, alla cura, può cambiare la narrazione che circola nell’opinione pubblica. Raccontare le fragilità insieme alle risorse, le difficoltà insieme ai progetti di speranza, significa contrastare stereotipi, ridurre l’estraneità, costruire comunità più solide.
Inoltre, perché non si perda il valore umano dietro i numeri, dietro le politiche, dietro le emergenze. Perché chi accoglie impari anche a parlare, a narrare il proprio lavoro, le proprie sfide, le proprie speranze. Non come una narrazione esterna che deve presentarsi bene, ma come ciò che si vive e ciò che si costruisce, passo dopo passo.
Lo scenario che si apre
Il convegno sarà quindi un momento di confronto: operatori del sociale, persone accolte, cittadini, giornalisti, esperti di comunicazione, istituzioni. Non solo interventi teorici, ma testimonianze, esperienze vissute, laboratori. Importante sarà anche ascoltare le comunità più fragili, dare loro microfoni e spazio: la voce di una persona accolta può valere molto più di molte statistiche.
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Fonte: Il Mediterraneo24


