Asia, Myanmar | Speranza e resilienza, il messaggio del Cardinale Bo

Immagine creata digitalmente da spazio + spadoni
L’arcivescovo di Yangon racconta all’Agenzia Fides un Paese ferito, ma ancora capace di guardare avanti grazie alla fede e alle opere di misericordia delle comunità locali
- Un Paese ferito dopo cinque anni di conflitto e isolamento
- La speranza cristiana nella sofferenza
- La Chiesa come segno concreto di speranza
- Verso il futuro: resilienza, riconciliazione e opere di misericordia
1. Un Paese ferito dopo cinque anni di conflitto e isolamento
A cinque anni dal colpo di stato militare che ha riportato il Myanmar sotto il controllo della giunta, il Paese continua a vivere un conflitto prolungato, violenze diffuse e profonde ferite sociali e umanitarie.
In molte regioni, civili, famiglie e comunità sono stati costretti alla fuga, intere aree sono ridotte a macerie e la presenza internazionale si è notevolmente affievolita, lasciando la popolazione a fronteggiare da sola sofferenze immense e l’indifferenza globale.
2. La speranza cristiana nella sofferenza
Nel suo messaggio all’Agenzia Fides, il Cardinale Charles Maung Bo, arcivescovo di Yangon, invita a distinguere tra un ottimismo ingenuo e quella che definisce “speranza cristiana”, radicata nella Croce e nella Resurrezione.
Anche quando tutto sembra perduto, la fiducia in Dio e nella sua vicinanza a chi ha il cuore spezzato resta un sostegno fondamentale per molti birmani.
“La nostra speranza è riposta in Dio, non nelle circostanze. Il popolo del Myanmar ha perso molte sicurezze – pace, mezzi di sussistenza, stabilità, persino l’attenzione internazionale – ma non ha perso la presenza di Dio. Come ci ricordano i Salmi, ‘Il Signore è vicino a chi ha il cuore spezzato’. Nei villaggi svuotati a causa della guerra, nei campi di sfollati interni, tra le lacrime silenziose delle madri e la perseveranza di catechisti e religiosi, Dio continua a camminare con il suo popolo”.
3. La Chiesa come segno concreto di speranza
Non si tratta di gesti spettacolari, ma di quotidiana testimonianza delle comunità e dei più poveri a rappresentare i “semi” di una speranza viva.
In villaggi spopolati, nei campi per sfollati, nelle lacrime silenziose delle famiglie, la Chiesa continua la sua missione di assistenza educativa, sanitaria e umanitaria, e la solidarietà tra i cittadini diventa un segno concreto di resilienza e fiducia reciproca.
4. Verso il futuro: resilienza, riconciliazione e opere di misericordia
Infine, il Cardinale Bo rimarca che la fedeltà della Chiesa ai valori del Vangelo — rifiuto dell’odio, rifiuto della violenza, ricerca della dignità umana — è essa stessa un segno di speranza.
“Le comunità continuano a prendersi cura le une delle altre. Quelle cristiane in Myanmar, sia cattoliche che protestanti, sostenute dagli organismi ecumenici sono attivamente impegnate nello sforzo di costruire pace e riconciliazione a diversi livelli. E i leader religiosi, in particolare cristiani, buddisti e musulmani, continuano a parlare a favore della pace”.
Anche se il Myanmar può sentirsi dimenticato dalla comunità internazionale, la speranza non è vana: attraverso la preghiera, il perdono, il servizio e la costruzione di relazioni si prepara un terreno per un futuro migliore e più giusto.
Fonte
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L’arcivescovo di Yangon racconta all’Agenzia Fides un Paese ferito, ma ancora capace di guardare avanti grazie alla fede e alle opere di misericordia delle comunità locali
- Un Paese ferito dopo cinque anni di conflitto e isolamento
- La speranza cristiana nella sofferenza
- La Chiesa come segno concreto di speranza
- Verso il futuro: resilienza, riconciliazione e opere di misericordia
1. Un Paese ferito dopo cinque anni di conflitto e isolamento
A cinque anni dal colpo di stato militare che ha riportato il Myanmar sotto il controllo della giunta, il Paese continua a vivere un conflitto prolungato, violenze diffuse e profonde ferite sociali e umanitarie.
In molte regioni, civili, famiglie e comunità sono stati costretti alla fuga, intere aree sono ridotte a macerie e la presenza internazionale si è notevolmente affievolita, lasciando la popolazione a fronteggiare da sola sofferenze immense e l’indifferenza globale.
2. La speranza cristiana nella sofferenza
Nel suo messaggio all’Agenzia Fides, il Cardinale Charles Maung Bo, arcivescovo di Yangon, invita a distinguere tra un ottimismo ingenuo e quella che definisce “speranza cristiana”, radicata nella Croce e nella Resurrezione.
Anche quando tutto sembra perduto, la fiducia in Dio e nella sua vicinanza a chi ha il cuore spezzato resta un sostegno fondamentale per molti birmani.
“La nostra speranza è riposta in Dio, non nelle circostanze. Il popolo del Myanmar ha perso molte sicurezze – pace, mezzi di sussistenza, stabilità, persino l’attenzione internazionale – ma non ha perso la presenza di Dio. Come ci ricordano i Salmi, ‘Il Signore è vicino a chi ha il cuore spezzato’. Nei villaggi svuotati a causa della guerra, nei campi di sfollati interni, tra le lacrime silenziose delle madri e la perseveranza di catechisti e religiosi, Dio continua a camminare con il suo popolo”.
3. La Chiesa come segno concreto di speranza
Non si tratta di gesti spettacolari, ma di quotidiana testimonianza delle comunità e dei più poveri a rappresentare i “semi” di una speranza viva.
In villaggi spopolati, nei campi per sfollati, nelle lacrime silenziose delle famiglie, la Chiesa continua la sua missione di assistenza educativa, sanitaria e umanitaria, e la solidarietà tra i cittadini diventa un segno concreto di resilienza e fiducia reciproca.
4. Verso il futuro: resilienza, riconciliazione e opere di misericordia
Infine, il Cardinale Bo rimarca che la fedeltà della Chiesa ai valori del Vangelo — rifiuto dell’odio, rifiuto della violenza, ricerca della dignità umana — è essa stessa un segno di speranza.
“Le comunità continuano a prendersi cura le une delle altre. Quelle cristiane in Myanmar, sia cattoliche che protestanti, sostenute dagli organismi ecumenici sono attivamente impegnate nello sforzo di costruire pace e riconciliazione a diversi livelli. E i leader religiosi, in particolare cristiani, buddisti e musulmani, continuano a parlare a favore della pace”.
Anche se il Myanmar può sentirsi dimenticato dalla comunità internazionale, la speranza non è vana: attraverso la preghiera, il perdono, il servizio e la costruzione di relazioni si prepara un terreno per un futuro migliore e più giusto.
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