Africa | Le religiose che curarono i malati di Ebola

Suor Dinarosa Belleri in Congo
Donarsi per amore: la storia delle tre suore italiane “venerabili” morte di Ebola per aver scelto di restare in Congo accanto agli ammalati
Nel 1995, in una remota regione della Repubblica Democratica del Congo, sei suore italiane scelsero di restare accanto ai malati, senza voltarsi dall’altra parte. Tre di loro sono state riconosciute dalla Chiesa come venerabili, un passo significativo verso la beatificazione, che attesta le virtù eroiche della loro vita e del loro servizio.
Suor Floralba Rondi, suor Clarangela Ghilardi e suor Dinarosa Belleri – tutte appartenenti alla Congregazione delle Suore delle Poverelle dell’Istituto Palazzolo – avevano scelto di vivere e lavorare in Africa da decenni, dedicandosi all’assistenza sanitaria, all’educazione e alla cura degli ultimi.
Quando scoppiò l’epidemia di Ebola a Kikwit, un virus emorragico colpì 220 persone, provocandone la morte di 176. Pur essendo estremamente contagioso e spesso mortale, queste religiose non lasciarono il loro posto: rimasero per servire i malati, pur sapendo quanto fosse pericoloso.
L’epidemia aveva già causato centinaia di vittime nella regione e l’ospedale in cui operavano, con i suoi padiglioni sovraffollati, era al collasso. In mezzo alla paura, suor Floralba – infermiera con 43 anni di missione alle spalle – e le sue consorelle continuarono a curare, confortare e stare vicino a chi soffriva, fino a contrarre esse stesse il virus. In poche settimane, alcune morirono.
Il loro gesto non fu superficiale o impulsivo: era radicato in una vocazione profonda all’amore e alla misericordia. Come ricordano i testimoni raccolti per il loro processo di beatificazione, queste suore chiamavano “fratelli” i congolesi che servivano, incarnando le parole evangeliche “non c’è amore più grande che dare la vita per chi si ama”.
Papa Francesco, nel 2021, riconobbe le loro virtù eroiche, definendole esempi luminosi di dedizione totale al prossimo, capaci di trasformare ospedali in luoghi non solo di cura fisica ma di speranza e umanità. La loro storia continua a vivere nel ricordo delle comunità locali, che ancora parlano con affetto delle “loro suore”, e nella Chiesa che, oggi più che mai, riflette sul significato di servizio, sacrificio e amore concreto verso i più fragili.
Fonte e immagine
Donarsi per amore: la storia delle tre suore italiane “venerabili” morte di Ebola per aver scelto di restare in Congo accanto agli ammalati
Nel 1995, in una remota regione della Repubblica Democratica del Congo, sei suore italiane scelsero di restare accanto ai malati, senza voltarsi dall’altra parte. Tre di loro sono state riconosciute dalla Chiesa come venerabili, un passo significativo verso la beatificazione, che attesta le virtù eroiche della loro vita e del loro servizio.
Suor Floralba Rondi, suor Clarangela Ghilardi e suor Dinarosa Belleri – tutte appartenenti alla Congregazione delle Suore delle Poverelle dell’Istituto Palazzolo – avevano scelto di vivere e lavorare in Africa da decenni, dedicandosi all’assistenza sanitaria, all’educazione e alla cura degli ultimi.
Quando scoppiò l’epidemia di Ebola a Kikwit, un virus emorragico colpì 220 persone, provocandone la morte di 176. Pur essendo estremamente contagioso e spesso mortale, queste religiose non lasciarono il loro posto: rimasero per servire i malati, pur sapendo quanto fosse pericoloso.
L’epidemia aveva già causato centinaia di vittime nella regione e l’ospedale in cui operavano, con i suoi padiglioni sovraffollati, era al collasso. In mezzo alla paura, suor Floralba – infermiera con 43 anni di missione alle spalle – e le sue consorelle continuarono a curare, confortare e stare vicino a chi soffriva, fino a contrarre esse stesse il virus. In poche settimane, alcune morirono.
Il loro gesto non fu superficiale o impulsivo: era radicato in una vocazione profonda all’amore e alla misericordia. Come ricordano i testimoni raccolti per il loro processo di beatificazione, queste suore chiamavano “fratelli” i congolesi che servivano, incarnando le parole evangeliche “non c’è amore più grande che dare la vita per chi si ama”.
Papa Francesco, nel 2021, riconobbe le loro virtù eroiche, definendole esempi luminosi di dedizione totale al prossimo, capaci di trasformare ospedali in luoghi non solo di cura fisica ma di speranza e umanità. La loro storia continua a vivere nel ricordo delle comunità locali, che ancora parlano con affetto delle “loro suore”, e nella Chiesa che, oggi più che mai, riflette sul significato di servizio, sacrificio e amore concreto verso i più fragili.
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Suor Dinarosa Belleri in Congo


