Gesù è la Porta dell’ovile
Letture: At 2, 14. 36-41; 1 Pt 2, 20-25; Gv 10, 1-10
Nella Festa della Dedicazione (Gv 10,22), tra novembre e dicembre, si celebrava in Israele la consacrazione (Hannukah) del Tempio nel 164 a. C. dopo la profanazione da parte di Antioco IV Epifane, che aveva posto nel Santo dei Santi la statua di Zeus Olimpio. Uno dei temi teologici della ricorrenza era la proclamazione di IHWH come Pastore unico di Israele.
Durante questa Festa, Gesù riprende questa meditazione raccontando due parabole gemelle (quella della porta dell’ovile e quella del Pastore modello), poi fuse in un’unica parabola, di cui il Vangelo odierno (Gv 10,1-10) sottolinea la prima, pur presentando parecchi elementi della seconda.
Nella prima parabola Gesù si proclama la Porta dell’ovile. Egli ribadisce l’unicità assoluta del rapporto con lui: “Io sono la via…, e nessuno viene al Padre se non attraverso di me” (Gv 14,6). Solo lui ci fa conoscere il Padre, solo lui ci può dare salvezza. Non abbiamo altra Porta che Gesù Cristo: dobbiamo ribadire con forza la centralità della Cristologia, soprattutto in momenti come questo in cui ci si accontenta di un “gesuanesimo”, in cui Gesù è uno dei tanti pensatori che l’umanità ha avuto, e si rifiuta il “cristianesimo”, che invece lo propone come Dio incarnato e unico Salvatore; e in cui anche l’appartenenza al gregge dei credenti sembra passare attraverso la militanza in certi movimenti, l’adesione a certi stili o ideologie, o in cui altri valori (il culto a Maria o ai Santi, un certo tipo di fedeltà alle tradizioni…) vengono talora messi al primo posto in luogo di Gesù, che è il solo “Signore e Cristo” (Prima Lettura: At 2,36), che è l’unico Capo della Chiesa, che è la Porta ed il Pastore. Nella Festa si leggevano i libri dei Maccabei, che presentano il tradimento dei Sommi Sacerdoti Giasone e Menelao: Gesù identifica nei ladri e nei briganti le autorità infedeli.
Nel Vangelo di Giovanni, uno dei simboli della Chiesa è il gregge. “Alcuni hanno obiettato che in questa parabola «gregge» o «gregge di pecore» è menzionato soltanto una volta (Gv 10,16). Ma anche l’immagine dell’ovile che implicitamente la percorre tutta è un simbolo della comunità” (R. E. Brown). “I discepoli di Gesù non sono delle monadi, separati e slegati tra loro, ma costituiscono una comunità, formano un gregge, sono pecore che vivono nello stesso recinto, hanno uno stesso pastore, sono condotte fuori dall’ovile per essere portate al pascolo tutte insieme (Gv 10,1.3). In questo discorso non ricorre il termine «famiglia»: appare però con trasparenza che le pecore simboleggiano i discepoli del Cristo, i quali altrove dal Maestro sono chiamati suoi amici (Gv 11,11; 15,14-27) e fratelli (Gv 20,17), anzi sono affidati alle cure di sua madre (Gv 19,26). Quindi Giovanni insegna con sufficiente chiarezza che i cristiani formano la Chiesa, la famiglia del Figlio di Dio” (S. A. Panimolle).
“Chiesa è una deformazione della lingua italiana del termine greco ekklesia che è composto con la preposizione ek che indica il moto da luogo e la radice klesia deriva dal verbo chiamare (kaléo): ek-klesia significa una «chiamata fuori». La Chiesa è la convocazione che il Signore ha fatto portando fuori le persone… La Chiesa è un popolo uscito, non di scappati di casa, ma di persone tirate fuori. Ecco l’immagine del gregge che viene tirato fuori dal recinto (Gv 10,3)… Cristo porta fuori, fa uscire. Che la Chiesa sia in uscita è naturale in base al suo nome; la Chiesa si chiama così, è un gruppo di persone chiamate fuori, uscite, uscite da una struttura opprimente, uscite dall’ambiente negativo del male” (C. Doglio).
“Il gregge siamo noi, popolo di Dio, raccolti in unità attorno al Pastore supremo. L’ovile raccoglie, custodisce, preserva dal male, soprattutto nella notte, quando il buio diventa complice di chi vuol fare razzia. Così la Chiesa, vivificata dallo Spirito, contagiata dall’urgenza della stessa carità di Cristo. In unità, nell’unico gregge, per pregustare la mediazione salvifica di Cristo, Pastore buono” (E. Querce).
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IV DOMENICA DI PASQUA
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Gesù è la Porta dell’ovile
Letture: At 2, 14. 36-41; 1 Pt 2, 20-25; Gv 10, 1-10
Nella Festa della Dedicazione (Gv 10,22), tra novembre e dicembre, si celebrava in Israele la consacrazione (Hannukah) del Tempio nel 164 a. C. dopo la profanazione da parte di Antioco IV Epifane, che aveva posto nel Santo dei Santi la statua di Zeus Olimpio. Uno dei temi teologici della ricorrenza era la proclamazione di IHWH come Pastore unico di Israele.
Durante questa Festa, Gesù riprende questa meditazione raccontando due parabole gemelle (quella della porta dell’ovile e quella del Pastore modello), poi fuse in un’unica parabola, di cui il Vangelo odierno (Gv 10,1-10) sottolinea la prima, pur presentando parecchi elementi della seconda.
Nella prima parabola Gesù si proclama la Porta dell’ovile. Egli ribadisce l’unicità assoluta del rapporto con lui: “Io sono la via…, e nessuno viene al Padre se non attraverso di me” (Gv 14,6). Solo lui ci fa conoscere il Padre, solo lui ci può dare salvezza. Non abbiamo altra Porta che Gesù Cristo: dobbiamo ribadire con forza la centralità della Cristologia, soprattutto in momenti come questo in cui ci si accontenta di un “gesuanesimo”, in cui Gesù è uno dei tanti pensatori che l’umanità ha avuto, e si rifiuta il “cristianesimo”, che invece lo propone come Dio incarnato e unico Salvatore; e in cui anche l’appartenenza al gregge dei credenti sembra passare attraverso la militanza in certi movimenti, l’adesione a certi stili o ideologie, o in cui altri valori (il culto a Maria o ai Santi, un certo tipo di fedeltà alle tradizioni…) vengono talora messi al primo posto in luogo di Gesù, che è il solo “Signore e Cristo” (Prima Lettura: At 2,36), che è l’unico Capo della Chiesa, che è la Porta ed il Pastore. Nella Festa si leggevano i libri dei Maccabei, che presentano il tradimento dei Sommi Sacerdoti Giasone e Menelao: Gesù identifica nei ladri e nei briganti le autorità infedeli.
Nel Vangelo di Giovanni, uno dei simboli della Chiesa è il gregge. “Alcuni hanno obiettato che in questa parabola «gregge» o «gregge di pecore» è menzionato soltanto una volta (Gv 10,16). Ma anche l’immagine dell’ovile che implicitamente la percorre tutta è un simbolo della comunità” (R. E. Brown). “I discepoli di Gesù non sono delle monadi, separati e slegati tra loro, ma costituiscono una comunità, formano un gregge, sono pecore che vivono nello stesso recinto, hanno uno stesso pastore, sono condotte fuori dall’ovile per essere portate al pascolo tutte insieme (Gv 10,1.3). In questo discorso non ricorre il termine «famiglia»: appare però con trasparenza che le pecore simboleggiano i discepoli del Cristo, i quali altrove dal Maestro sono chiamati suoi amici (Gv 11,11; 15,14-27) e fratelli (Gv 20,17), anzi sono affidati alle cure di sua madre (Gv 19,26). Quindi Giovanni insegna con sufficiente chiarezza che i cristiani formano la Chiesa, la famiglia del Figlio di Dio” (S. A. Panimolle).
“Chiesa è una deformazione della lingua italiana del termine greco ekklesia che è composto con la preposizione ek che indica il moto da luogo e la radice klesia deriva dal verbo chiamare (kaléo): ek-klesia significa una «chiamata fuori». La Chiesa è la convocazione che il Signore ha fatto portando fuori le persone… La Chiesa è un popolo uscito, non di scappati di casa, ma di persone tirate fuori. Ecco l’immagine del gregge che viene tirato fuori dal recinto (Gv 10,3)… Cristo porta fuori, fa uscire. Che la Chiesa sia in uscita è naturale in base al suo nome; la Chiesa si chiama così, è un gruppo di persone chiamate fuori, uscite, uscite da una struttura opprimente, uscite dall’ambiente negativo del male” (C. Doglio).
“Il gregge siamo noi, popolo di Dio, raccolti in unità attorno al Pastore supremo. L’ovile raccoglie, custodisce, preserva dal male, soprattutto nella notte, quando il buio diventa complice di chi vuol fare razzia. Così la Chiesa, vivificata dallo Spirito, contagiata dall’urgenza della stessa carità di Cristo. In unità, nell’unico gregge, per pregustare la mediazione salvifica di Cristo, Pastore buono” (E. Querce).
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Gesù è la Porta dell’ovile
Letture: At 2, 14. 36-41; 1 Pt 2, 20-25; Gv 10, 1-10
Nella Festa della Dedicazione (Gv 10,22), tra novembre e dicembre, si celebrava in Israele la consacrazione (Hannukah) del Tempio nel 164 a. C. dopo la profanazione da parte di Antioco IV Epifane, che aveva posto nel Santo dei Santi la statua di Zeus Olimpio. Uno dei temi teologici della ricorrenza era la proclamazione di IHWH come Pastore unico di Israele.
Durante questa Festa, Gesù riprende questa meditazione raccontando due parabole gemelle (quella della porta dell’ovile e quella del Pastore modello), poi fuse in un’unica parabola, di cui il Vangelo odierno (Gv 10,1-10) sottolinea la prima, pur presentando parecchi elementi della seconda.
Nella prima parabola Gesù si proclama la Porta dell’ovile. Egli ribadisce l’unicità assoluta del rapporto con lui: “Io sono la via…, e nessuno viene al Padre se non attraverso di me” (Gv 14,6). Solo lui ci fa conoscere il Padre, solo lui ci può dare salvezza. Non abbiamo altra Porta che Gesù Cristo: dobbiamo ribadire con forza la centralità della Cristologia, soprattutto in momenti come questo in cui ci si accontenta di un “gesuanesimo”, in cui Gesù è uno dei tanti pensatori che l’umanità ha avuto, e si rifiuta il “cristianesimo”, che invece lo propone come Dio incarnato e unico Salvatore; e in cui anche l’appartenenza al gregge dei credenti sembra passare attraverso la militanza in certi movimenti, l’adesione a certi stili o ideologie, o in cui altri valori (il culto a Maria o ai Santi, un certo tipo di fedeltà alle tradizioni…) vengono talora messi al primo posto in luogo di Gesù, che è il solo “Signore e Cristo” (Prima Lettura: At 2,36), che è l’unico Capo della Chiesa, che è la Porta ed il Pastore. Nella Festa si leggevano i libri dei Maccabei, che presentano il tradimento dei Sommi Sacerdoti Giasone e Menelao: Gesù identifica nei ladri e nei briganti le autorità infedeli.
Nel Vangelo di Giovanni, uno dei simboli della Chiesa è il gregge. “Alcuni hanno obiettato che in questa parabola «gregge» o «gregge di pecore» è menzionato soltanto una volta (Gv 10,16). Ma anche l’immagine dell’ovile che implicitamente la percorre tutta è un simbolo della comunità” (R. E. Brown). “I discepoli di Gesù non sono delle monadi, separati e slegati tra loro, ma costituiscono una comunità, formano un gregge, sono pecore che vivono nello stesso recinto, hanno uno stesso pastore, sono condotte fuori dall’ovile per essere portate al pascolo tutte insieme (Gv 10,1.3). In questo discorso non ricorre il termine «famiglia»: appare però con trasparenza che le pecore simboleggiano i discepoli del Cristo, i quali altrove dal Maestro sono chiamati suoi amici (Gv 11,11; 15,14-27) e fratelli (Gv 20,17), anzi sono affidati alle cure di sua madre (Gv 19,26). Quindi Giovanni insegna con sufficiente chiarezza che i cristiani formano la Chiesa, la famiglia del Figlio di Dio” (S. A. Panimolle).
“Chiesa è una deformazione della lingua italiana del termine greco ekklesia che è composto con la preposizione ek che indica il moto da luogo e la radice klesia deriva dal verbo chiamare (kaléo): ek-klesia significa una «chiamata fuori». La Chiesa è la convocazione che il Signore ha fatto portando fuori le persone… La Chiesa è un popolo uscito, non di scappati di casa, ma di persone tirate fuori. Ecco l’immagine del gregge che viene tirato fuori dal recinto (Gv 10,3)… Cristo porta fuori, fa uscire. Che la Chiesa sia in uscita è naturale in base al suo nome; la Chiesa si chiama così, è un gruppo di persone chiamate fuori, uscite, uscite da una struttura opprimente, uscite dall’ambiente negativo del male” (C. Doglio).
“Il gregge siamo noi, popolo di Dio, raccolti in unità attorno al Pastore supremo. L’ovile raccoglie, custodisce, preserva dal male, soprattutto nella notte, quando il buio diventa complice di chi vuol fare razzia. Così la Chiesa, vivificata dallo Spirito, contagiata dall’urgenza della stessa carità di Cristo. In unità, nell’unico gregge, per pregustare la mediazione salvifica di Cristo, Pastore buono” (E. Querce).
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