Africa, Congo | La Pastorale degli ammalati, rivoluzione di misericordia

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12 Febbraio 2026

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Foto di Richard Nyoni su Unsplash

Alla luce della Giornata celebrata ieri 11 febbraio, l’abbé Victor Mbatu propone una pastorale in cui il malato e la Chiesa si incontrano nella misericordia

 

1) “Ero malato e siete venuti a visitarmi”

La malattia è una delle esperienze umane più universali e più destabilizzanti: indebolisce il corpo, scuote il morale, sconvolge le relazioni e spesso mette alla prova la fede.

Essa investe quattro dimensioni (fisica, psicologica, sociale e spirituale) e, nei nostri contesti, è talvolta aggravata dalla povertà, dalla lontananza delle strutture sanitarie, dalla solitudine, dalla stigmatizzazione (di alcune malattie) e dall’esaurimento delle famiglie.

La Chiesa, quindi, non può restare spettatrice: è inviata nei luoghi della sofferenza. La visita agli ammalati non è un’attività secondaria, ma un’espressione centrale del Vangelo, un luogo concreto in cui la carità diventa visibile.

Nella scena del giudizio finale (Mt 25), Gesù rivela qualcosa di decisivo:
• il criterio del Regno si gioca nell’amore vissuto;
• l’ammalato non è soltanto qualcuno da aiutare: è luogo di incontro con Cristo;
• visitare il malato diventa un atto di fede incarnata: servire l’altro significa toccare Cristo.

Così, la pastorale dei malati non è semplicemente un’“opera sociale”: è una risposta al Signore stesso.

Come passare da una compassione spontanea ma irregolare ad una presa in carico integrale, organizzata, fraterna, spirituale e concreta, affinché le nostre parrocchie diventino vere comunità di misericordia, dove nessun malato si senta abbandonato?

2) Significato dell’espressione: «rivoluzione della misericordia»

Parlare di “rivoluzione” significa qui:
• cambiare mentalità: il malato non è ai margini, ma al centro della sollecitudine cristiana;
• cambiare stile pastorale: meno discorsi, più presenza;
• cambiare organizzazione: passare da gesti isolati a una pastorale strutturata, duratura e comunitaria;
• cambiare cuore: imparare la compassione attiva, paziente, umile.

È una rivoluzione dolce ma profonda – la misericordia come modo abituale di vivere la Chiesa – per cui occorre mettere in atto una pastorale dei malati ispirata a Mt 25,36, come segno concreto della misericordia di Cristo.

Come?

Con obiettivi specifici:

1. Comprendere i fondamenti biblici e teologici della visita ai malati;
2. Coglierne le dimensioni umane e spirituali;
3. Identificare gli attori pastorali e i loro ruoli (sacerdoti, catechisti, CEV, famiglie, giovani);
4. Proporre azioni realistiche: visite, ascolto, preghiera, sacramenti, sostegno, coordinamento;
5. Suscitare un impegno comunitario: fare della parrocchia una “casa di misericordia”.

Con un piccolo percorso pedagogico che preveda un metodo semplice in quattro movimenti:

1. Vedere: ascoltare la realtà dei malati (testimonianze, constatazioni).
2. Comprendere: illuminare con la Parola di Dio e l’insegnamento della Chiesa.
3. Agire: organizzare la visita e l’accompagnamento integrale.
4. Celebrare: preghiera, sacramenti, rendimento di grazie, invio.

Il malato non è solo beneficiario del nostro aiuto, ma sacramento vivente della presenza di Cristo. E non perde mai la sua dignità.
Anche fragile o incosciente, resta immagine di Dio, membro del Corpo di Cristo, portatore di una vocazione spirituale.
Questo implica: rispetto, ascolto paziente, rifiuto di ogni stigmatizzazione, accompagnamento senza giudizio.

In Luca (4,18), Gesù definisce la sua missione: «Mi ha mandato a portare ai poveri il lieto annuncio… a restituire la vista ai ciechi, a liberare gli oppressi».

3) La misericordia: cuore della missione cristiana

La guarigione e l’attenzione ai fragili fanno parte integrante dell’annuncio del Vangelo. Già in Isaia (53,4), il Servo sofferente è colui che porta le nostre malattie: la tradizione cristiana vi riconosce Cristo, solidale con ogni sofferenza umana.

Biblicamente, la malattia diventa quindi un luogo privilegiato di rivelazione di Dio e il malato  rende visibile Cristo sofferente.
Quando entriamo in una casa o in una stanza d’ospedale, non visitiamo solo una persona, entriamo su una terra santa.

La pastorale dei malati è dunque:
• una liturgia della presenza,
• un ministero della compassione,
• una contemplazione di Cristo crocifisso e risorto.

La rivoluzione della misericordia inizia qui: riconoscere Gesù nel corpo fragile dell’altro.

La misericordia non è un’opzione pastorale: è l’identità stessa di Dio.
Nella Bibbia, Dio è Colui che vede la miseria, ascolta il grido, scende per salvare.

Gesù riprende questa dinamica:
• tocca i lebbrosi,
• ascolta i ciechi,
• rialza i paralitici,
• si avvicina agli esclusi.

In virtù di tutto ciò, la visita ai malati è  partecipazione diretta alla missione di Cristo. Senza misericordia vissuta, la fede diventa astratta.

Immagine

Alla luce della Giornata celebrata ieri 11 febbraio, l’abbé Victor Mbatu propone una pastorale in cui il malato e la Chiesa si incontrano nella misericordia

 

1) “Ero malato e siete venuti a visitarmi”

La malattia è una delle esperienze umane più universali e più destabilizzanti: indebolisce il corpo, scuote il morale, sconvolge le relazioni e spesso mette alla prova la fede.

Essa investe quattro dimensioni (fisica, psicologica, sociale e spirituale) e, nei nostri contesti, è talvolta aggravata dalla povertà, dalla lontananza delle strutture sanitarie, dalla solitudine, dalla stigmatizzazione (di alcune malattie) e dall’esaurimento delle famiglie.

La Chiesa, quindi, non può restare spettatrice: è inviata nei luoghi della sofferenza. La visita agli ammalati non è un’attività secondaria, ma un’espressione centrale del Vangelo, un luogo concreto in cui la carità diventa visibile.

Nella scena del giudizio finale (Mt 25), Gesù rivela qualcosa di decisivo:
• il criterio del Regno si gioca nell’amore vissuto;
• l’ammalato non è soltanto qualcuno da aiutare: è luogo di incontro con Cristo;
• visitare il malato diventa un atto di fede incarnata: servire l’altro significa toccare Cristo.

Così, la pastorale dei malati non è semplicemente un’“opera sociale”: è una risposta al Signore stesso.

Come passare da una compassione spontanea ma irregolare ad una presa in carico integrale, organizzata, fraterna, spirituale e concreta, affinché le nostre parrocchie diventino vere comunità di misericordia, dove nessun malato si senta abbandonato?

2) Significato dell’espressione: «rivoluzione della misericordia»

Parlare di “rivoluzione” significa qui:
• cambiare mentalità: il malato non è ai margini, ma al centro della sollecitudine cristiana;
• cambiare stile pastorale: meno discorsi, più presenza;
• cambiare organizzazione: passare da gesti isolati a una pastorale strutturata, duratura e comunitaria;
• cambiare cuore: imparare la compassione attiva, paziente, umile.

È una rivoluzione dolce ma profonda – la misericordia come modo abituale di vivere la Chiesa – per cui occorre mettere in atto una pastorale dei malati ispirata a Mt 25,36, come segno concreto della misericordia di Cristo.

Come?

Con obiettivi specifici:

1. Comprendere i fondamenti biblici e teologici della visita ai malati;
2. Coglierne le dimensioni umane e spirituali;
3. Identificare gli attori pastorali e i loro ruoli (sacerdoti, catechisti, CEV, famiglie, giovani);
4. Proporre azioni realistiche: visite, ascolto, preghiera, sacramenti, sostegno, coordinamento;
5. Suscitare un impegno comunitario: fare della parrocchia una “casa di misericordia”.

Con un piccolo percorso pedagogico che preveda un metodo semplice in quattro movimenti:

1. Vedere: ascoltare la realtà dei malati (testimonianze, constatazioni).
2. Comprendere: illuminare con la Parola di Dio e l’insegnamento della Chiesa.
3. Agire: organizzare la visita e l’accompagnamento integrale.
4. Celebrare: preghiera, sacramenti, rendimento di grazie, invio.

Il malato non è solo beneficiario del nostro aiuto, ma sacramento vivente della presenza di Cristo. E non perde mai la sua dignità.
Anche fragile o incosciente, resta immagine di Dio, membro del Corpo di Cristo, portatore di una vocazione spirituale.
Questo implica: rispetto, ascolto paziente, rifiuto di ogni stigmatizzazione, accompagnamento senza giudizio.

In Luca (4,18), Gesù definisce la sua missione: «Mi ha mandato a portare ai poveri il lieto annuncio… a restituire la vista ai ciechi, a liberare gli oppressi».

3) La misericordia: cuore della missione cristiana

La guarigione e l’attenzione ai fragili fanno parte integrante dell’annuncio del Vangelo. Già in Isaia (53,4), il Servo sofferente è colui che porta le nostre malattie: la tradizione cristiana vi riconosce Cristo, solidale con ogni sofferenza umana.

Biblicamente, la malattia diventa quindi un luogo privilegiato di rivelazione di Dio e il malato  rende visibile Cristo sofferente.
Quando entriamo in una casa o in una stanza d’ospedale, non visitiamo solo una persona, entriamo su una terra santa.

La pastorale dei malati è dunque:
• una liturgia della presenza,
• un ministero della compassione,
• una contemplazione di Cristo crocifisso e risorto.

La rivoluzione della misericordia inizia qui: riconoscere Gesù nel corpo fragile dell’altro.

La misericordia non è un’opzione pastorale: è l’identità stessa di Dio.
Nella Bibbia, Dio è Colui che vede la miseria, ascolta il grido, scende per salvare.

Gesù riprende questa dinamica:
• tocca i lebbrosi,
• ascolta i ciechi,
• rialza i paralitici,
• si avvicina agli esclusi.

In virtù di tutto ciò, la visita ai malati è  partecipazione diretta alla missione di Cristo. Senza misericordia vissuta, la fede diventa astratta.

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Foto di Richard Nyoni su Unsplash

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