Africa, Congo | La Pastorale degli ammalati, rivoluzione di misericordia

Foto di Richard Nyoni su Unsplash
Alla luce della Giornata celebrata ieri 11 febbraio, l’abbé Victor Mbatu propone una pastorale in cui il malato e la Chiesa si incontrano nella misericordia
1) “Ero malato e siete venuti a visitarmi”
La malattia è una delle esperienze umane più universali e più destabilizzanti: indebolisce il corpo, scuote il morale, sconvolge le relazioni e spesso mette alla prova la fede.
Essa investe quattro dimensioni (fisica, psicologica, sociale e spirituale) e, nei nostri contesti, è talvolta aggravata dalla povertà, dalla lontananza delle strutture sanitarie, dalla solitudine, dalla stigmatizzazione (di alcune malattie) e dall’esaurimento delle famiglie.
La Chiesa, quindi, non può restare spettatrice: è inviata nei luoghi della sofferenza. La visita agli ammalati non è un’attività secondaria, ma un’espressione centrale del Vangelo, un luogo concreto in cui la carità diventa visibile.
Nella scena del giudizio finale (Mt 25), Gesù rivela qualcosa di decisivo:
• il criterio del Regno si gioca nell’amore vissuto;
• l’ammalato non è soltanto qualcuno da aiutare: è luogo di incontro con Cristo;
• visitare il malato diventa un atto di fede incarnata: servire l’altro significa toccare Cristo.
Così, la pastorale dei malati non è semplicemente un’“opera sociale”: è una risposta al Signore stesso.
Come passare da una compassione spontanea ma irregolare ad una presa in carico integrale, organizzata, fraterna, spirituale e concreta, affinché le nostre parrocchie diventino vere comunità di misericordia, dove nessun malato si senta abbandonato?
2) Significato dell’espressione: «rivoluzione della misericordia»
Parlare di “rivoluzione” significa qui:
• cambiare mentalità: il malato non è ai margini, ma al centro della sollecitudine cristiana;
• cambiare stile pastorale: meno discorsi, più presenza;
• cambiare organizzazione: passare da gesti isolati a una pastorale strutturata, duratura e comunitaria;
• cambiare cuore: imparare la compassione attiva, paziente, umile.
È una rivoluzione dolce ma profonda – la misericordia come modo abituale di vivere la Chiesa – per cui occorre mettere in atto una pastorale dei malati ispirata a Mt 25,36, come segno concreto della misericordia di Cristo.
Come?
Con obiettivi specifici:
1. Comprendere i fondamenti biblici e teologici della visita ai malati;
2. Coglierne le dimensioni umane e spirituali;
3. Identificare gli attori pastorali e i loro ruoli (sacerdoti, catechisti, CEV, famiglie, giovani);
4. Proporre azioni realistiche: visite, ascolto, preghiera, sacramenti, sostegno, coordinamento;
5. Suscitare un impegno comunitario: fare della parrocchia una “casa di misericordia”.
Con un piccolo percorso pedagogico che preveda un metodo semplice in quattro movimenti:
1. Vedere: ascoltare la realtà dei malati (testimonianze, constatazioni).
2. Comprendere: illuminare con la Parola di Dio e l’insegnamento della Chiesa.
3. Agire: organizzare la visita e l’accompagnamento integrale.
4. Celebrare: preghiera, sacramenti, rendimento di grazie, invio.
Il malato non è solo beneficiario del nostro aiuto, ma sacramento vivente della presenza di Cristo. E non perde mai la sua dignità.
Anche fragile o incosciente, resta immagine di Dio, membro del Corpo di Cristo, portatore di una vocazione spirituale.
Questo implica: rispetto, ascolto paziente, rifiuto di ogni stigmatizzazione, accompagnamento senza giudizio.
In Luca (4,18), Gesù definisce la sua missione: «Mi ha mandato a portare ai poveri il lieto annuncio… a restituire la vista ai ciechi, a liberare gli oppressi».
3) La misericordia: cuore della missione cristiana
La guarigione e l’attenzione ai fragili fanno parte integrante dell’annuncio del Vangelo. Già in Isaia (53,4), il Servo sofferente è colui che porta le nostre malattie: la tradizione cristiana vi riconosce Cristo, solidale con ogni sofferenza umana.
Biblicamente, la malattia diventa quindi un luogo privilegiato di rivelazione di Dio e il malato rende visibile Cristo sofferente.
Quando entriamo in una casa o in una stanza d’ospedale, non visitiamo solo una persona, entriamo su una terra santa.
La pastorale dei malati è dunque:
• una liturgia della presenza,
• un ministero della compassione,
• una contemplazione di Cristo crocifisso e risorto.
La rivoluzione della misericordia inizia qui: riconoscere Gesù nel corpo fragile dell’altro.
La misericordia non è un’opzione pastorale: è l’identità stessa di Dio.
Nella Bibbia, Dio è Colui che vede la miseria, ascolta il grido, scende per salvare.
Gesù riprende questa dinamica:
• tocca i lebbrosi,
• ascolta i ciechi,
• rialza i paralitici,
• si avvicina agli esclusi.
In virtù di tutto ciò, la visita ai malati è partecipazione diretta alla missione di Cristo. Senza misericordia vissuta, la fede diventa astratta.
Immagine
- Foto di Richard Nyoni su Unsplash
Alla luce della Giornata celebrata ieri 11 febbraio, l’abbé Victor Mbatu propone una pastorale in cui il malato e la Chiesa si incontrano nella misericordia
1) “Ero malato e siete venuti a visitarmi”
La malattia è una delle esperienze umane più universali e più destabilizzanti: indebolisce il corpo, scuote il morale, sconvolge le relazioni e spesso mette alla prova la fede.
Essa investe quattro dimensioni (fisica, psicologica, sociale e spirituale) e, nei nostri contesti, è talvolta aggravata dalla povertà, dalla lontananza delle strutture sanitarie, dalla solitudine, dalla stigmatizzazione (di alcune malattie) e dall’esaurimento delle famiglie.
La Chiesa, quindi, non può restare spettatrice: è inviata nei luoghi della sofferenza. La visita agli ammalati non è un’attività secondaria, ma un’espressione centrale del Vangelo, un luogo concreto in cui la carità diventa visibile.
Nella scena del giudizio finale (Mt 25), Gesù rivela qualcosa di decisivo:
• il criterio del Regno si gioca nell’amore vissuto;
• l’ammalato non è soltanto qualcuno da aiutare: è luogo di incontro con Cristo;
• visitare il malato diventa un atto di fede incarnata: servire l’altro significa toccare Cristo.
Così, la pastorale dei malati non è semplicemente un’“opera sociale”: è una risposta al Signore stesso.
Come passare da una compassione spontanea ma irregolare ad una presa in carico integrale, organizzata, fraterna, spirituale e concreta, affinché le nostre parrocchie diventino vere comunità di misericordia, dove nessun malato si senta abbandonato?
2) Significato dell’espressione: «rivoluzione della misericordia»
Parlare di “rivoluzione” significa qui:
• cambiare mentalità: il malato non è ai margini, ma al centro della sollecitudine cristiana;
• cambiare stile pastorale: meno discorsi, più presenza;
• cambiare organizzazione: passare da gesti isolati a una pastorale strutturata, duratura e comunitaria;
• cambiare cuore: imparare la compassione attiva, paziente, umile.
È una rivoluzione dolce ma profonda – la misericordia come modo abituale di vivere la Chiesa – per cui occorre mettere in atto una pastorale dei malati ispirata a Mt 25,36, come segno concreto della misericordia di Cristo.
Come?
Con obiettivi specifici:
1. Comprendere i fondamenti biblici e teologici della visita ai malati;
2. Coglierne le dimensioni umane e spirituali;
3. Identificare gli attori pastorali e i loro ruoli (sacerdoti, catechisti, CEV, famiglie, giovani);
4. Proporre azioni realistiche: visite, ascolto, preghiera, sacramenti, sostegno, coordinamento;
5. Suscitare un impegno comunitario: fare della parrocchia una “casa di misericordia”.
Con un piccolo percorso pedagogico che preveda un metodo semplice in quattro movimenti:
1. Vedere: ascoltare la realtà dei malati (testimonianze, constatazioni).
2. Comprendere: illuminare con la Parola di Dio e l’insegnamento della Chiesa.
3. Agire: organizzare la visita e l’accompagnamento integrale.
4. Celebrare: preghiera, sacramenti, rendimento di grazie, invio.
Il malato non è solo beneficiario del nostro aiuto, ma sacramento vivente della presenza di Cristo. E non perde mai la sua dignità.
Anche fragile o incosciente, resta immagine di Dio, membro del Corpo di Cristo, portatore di una vocazione spirituale.
Questo implica: rispetto, ascolto paziente, rifiuto di ogni stigmatizzazione, accompagnamento senza giudizio.
In Luca (4,18), Gesù definisce la sua missione: «Mi ha mandato a portare ai poveri il lieto annuncio… a restituire la vista ai ciechi, a liberare gli oppressi».
3) La misericordia: cuore della missione cristiana
La guarigione e l’attenzione ai fragili fanno parte integrante dell’annuncio del Vangelo. Già in Isaia (53,4), il Servo sofferente è colui che porta le nostre malattie: la tradizione cristiana vi riconosce Cristo, solidale con ogni sofferenza umana.
Biblicamente, la malattia diventa quindi un luogo privilegiato di rivelazione di Dio e il malato rende visibile Cristo sofferente.
Quando entriamo in una casa o in una stanza d’ospedale, non visitiamo solo una persona, entriamo su una terra santa.
La pastorale dei malati è dunque:
• una liturgia della presenza,
• un ministero della compassione,
• una contemplazione di Cristo crocifisso e risorto.
La rivoluzione della misericordia inizia qui: riconoscere Gesù nel corpo fragile dell’altro.
La misericordia non è un’opzione pastorale: è l’identità stessa di Dio.
Nella Bibbia, Dio è Colui che vede la miseria, ascolta il grido, scende per salvare.
Gesù riprende questa dinamica:
• tocca i lebbrosi,
• ascolta i ciechi,
• rialza i paralitici,
• si avvicina agli esclusi.
In virtù di tutto ciò, la visita ai malati è partecipazione diretta alla missione di Cristo. Senza misericordia vissuta, la fede diventa astratta.
Immagine
- Foto di Richard Nyoni su Unsplash

Foto di Richard Nyoni su Unsplash


