“L’alfabeto della Misericordia” | R come RESILIENZA

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11 Febbraio 2026

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Immagine creata digitalmente da spazio + spadoni

Una lettera dell’alfabeto per poi pensare a una parola che ci rimandi alle opere di misericordia. Questo mercoledì, abbiamo la – R

Selene Pera, dello staff di spazio + spadoni, per questa rubrica ha scelto di condividere con noi l’espressione “Resilienza”

Nei viaggi missionari che ho fatto negli ultimi due anni nella Repubblica Democratica del Congo, Burundi, Ruanda, Costa d’Avorio e Zambia, c’è una parola che ho utilizzato sempre per descrivere i popoli che ho incontrato: resilienza.

Guerra, sfruttamento delle risorse, povertà, miseria, instabilità politica, servizi medici inaccessibili, sono alcune delle ferite che ho riscontrato in questi Paesi, ma mai è mancata da parte della gente la voglia e la capacità di resistere, ricostruire e sperare. Benché uomini, donne e bambini vivano in condizioni di grande difficoltà e indigenza, mi ha impressionata la loro capacità di mantenere salda la propria identità.

Questa resilienza ha un legame spontaneo con le Opere di Misericordia. In che modo?

Nei villaggi dell’Africa subsahariana, così come nelle periferie urbane di grandi metropoli come Lusaka, la resilienza si manifesta innanzitutto nella condivisione. Ho visto gente povera dar da mangiare a persone ancora più povere e mi ha colpito molto questa pratica concreta di resistenza all’egoismo e all’individualismo. Dar da mangiare agli affamati o da bere agli assetati è una forma di resilienza collettiva che esprime bene il concetto del “nessuno si salva da solo”.

Giovani che assistono con atti di carità i rifugiati che vivono in campi profughi all’interno del loro Paese attraverso l’incontro o la raccolta di vestiti o beni di prima necessità, insegnano che la sopravvivenza passa attraverso il prendersi cura gli uni degli altri.

Allora, le Opere di Misericordia come “alloggiare i pellegrini” o “vestire gli ignudi” se calati in contesti quotidiani e contemporanei, assumono una dimensione salvifica.

Molte delle mie esperienze missionarie, le ho vissute a fianco delle religiose. Anche loro entrano in questo contesto di resilienza sopra descritto in particolar modo scegliendo di rimanere a vivere in luoghi complicati e pericolosi per stare accanto alla gente che soffre. Consolano gli afflitti, consigliano i dubbiosi, vivono le quattordici opere di misericordia con grande umiltà affiancando la preghiera alle opere e forse proprio per questo penso che il loro agire sia una delle forme più autentiche di resilienza.

In molte culture africane, il dolore non è vissuto in solitudine ma la comunità si fa carico della sofferenza del singolo, trasformandola in un’esperienza condivisa. Questo sostegno reciproco permette alle persone di non soccombere ma di ritrovare un senso anche dopo eventi drammatici.

Pensiamo ai riti di sepoltura dei defunti: nella casa colpita dal lutto c’è sempre un andare e venire di persone e persino il cimitero, nel giorno della sepoltura, si riempie di gente.

Allora la sofferenza non viene cancellata ma viene accompagnata ed è ciò che può insegnare l’esperienza africana: una resilienza comunitaria e misericordiosa dove la preghiera diventa uno spazio di resistenza interiore e il dolore viene affidato a qualcosa di più grande senza perdere la speranza.

Per me, questa dimensione è stata e continua ad essere tanto affascinante quanto costruttiva soprattutto se ripensata alla luce del Giubileo della Speranza terminato solo qualche settimana fa.

Se anche tu vuoi scrivere la “tua” parola della misericordia, scegli una lettera e invia a: editor@spaziospadoni.org (Loredana Brigante)

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Una lettera dell’alfabeto per poi pensare a una parola che ci rimandi alle opere di misericordia. Questo mercoledì, abbiamo la – R

Selene Pera, dello staff di spazio + spadoni, per questa rubrica ha scelto di condividere con noi l’espressione “Resilienza”

Nei viaggi missionari che ho fatto negli ultimi due anni nella Repubblica Democratica del Congo, Burundi, Ruanda, Costa d’Avorio e Zambia, c’è una parola che ho utilizzato sempre per descrivere i popoli che ho incontrato: resilienza.

Guerra, sfruttamento delle risorse, povertà, miseria, instabilità politica, servizi medici inaccessibili, sono alcune delle ferite che ho riscontrato in questi Paesi, ma mai è mancata da parte della gente la voglia e la capacità di resistere, ricostruire e sperare. Benché uomini, donne e bambini vivano in condizioni di grande difficoltà e indigenza, mi ha impressionata la loro capacità di mantenere salda la propria identità.

Questa resilienza ha un legame spontaneo con le Opere di Misericordia. In che modo?

Nei villaggi dell’Africa subsahariana, così come nelle periferie urbane di grandi metropoli come Lusaka, la resilienza si manifesta innanzitutto nella condivisione. Ho visto gente povera dar da mangiare a persone ancora più povere e mi ha colpito molto questa pratica concreta di resistenza all’egoismo e all’individualismo. Dar da mangiare agli affamati o da bere agli assetati è una forma di resilienza collettiva che esprime bene il concetto del “nessuno si salva da solo”.

Giovani che assistono con atti di carità i rifugiati che vivono in campi profughi all’interno del loro Paese attraverso l’incontro o la raccolta di vestiti o beni di prima necessità, insegnano che la sopravvivenza passa attraverso il prendersi cura gli uni degli altri.

Allora, le Opere di Misericordia come “alloggiare i pellegrini” o “vestire gli ignudi” se calati in contesti quotidiani e contemporanei, assumono una dimensione salvifica.

Molte delle mie esperienze missionarie, le ho vissute a fianco delle religiose. Anche loro entrano in questo contesto di resilienza sopra descritto in particolar modo scegliendo di rimanere a vivere in luoghi complicati e pericolosi per stare accanto alla gente che soffre. Consolano gli afflitti, consigliano i dubbiosi, vivono le quattordici opere di misericordia con grande umiltà affiancando la preghiera alle opere e forse proprio per questo penso che il loro agire sia una delle forme più autentiche di resilienza.

In molte culture africane, il dolore non è vissuto in solitudine ma la comunità si fa carico della sofferenza del singolo, trasformandola in un’esperienza condivisa. Questo sostegno reciproco permette alle persone di non soccombere ma di ritrovare un senso anche dopo eventi drammatici.

Pensiamo ai riti di sepoltura dei defunti: nella casa colpita dal lutto c’è sempre un andare e venire di persone e persino il cimitero, nel giorno della sepoltura, si riempie di gente.

Allora la sofferenza non viene cancellata ma viene accompagnata ed è ciò che può insegnare l’esperienza africana: una resilienza comunitaria e misericordiosa dove la preghiera diventa uno spazio di resistenza interiore e il dolore viene affidato a qualcosa di più grande senza perdere la speranza.

Per me, questa dimensione è stata e continua ad essere tanto affascinante quanto costruttiva soprattutto se ripensata alla luce del Giubileo della Speranza terminato solo qualche settimana fa.

Se anche tu vuoi scrivere la “tua” parola della misericordia, scegli una lettera e invia a: editor@spaziospadoni.org (Loredana Brigante)

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