Un’opera di misericordia a settimana con… Carlo Miglietta | 2. DAR DA BERE AGLI ASSETATI

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12 Settembre 2025

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Il commento del biblista Carlo Miglietta della seconda opera di misericordia corporale:  Dar da bere agli assetati

La situazione

La pratica caritativa di dare da bere agli assetati spesso nella tradizione della Chiesa è stata considerata di minore importanza rispetto al dare da mangiare agli affamati. Certo mangiare è un bisogno primario, ma il bere è ancora più importante: l’uomo può resistere più di quaranta giorni senza mangiare ma non più di sette senza bere. E la morte per disidratazione è particolarmente dolorosa.

È difficile per noi che abitiamo nell’emisfero settentrionale, solcato da grandi fiumi e ricco di sorgenti, immaginare che ci siano popolazioni che soffrono la sete o che rischiano di morire per mancanza d’acqua. Eppure, oltre un miliardo di persone non dispone di acqua potabile e, di queste, cinque milioni (1,6 sono bambini) muoiono a causa dell’acqua inquinata.

L’acqua nella Bibbia

Il tema dell’acqua è ampio in quanto abbraccia l’esistenza umana ed è presente lungo la storia biblica. Ad uno sguardo complessivo si può affermare che una considerevole parte della tradizione extrabiblica e biblica fa riferimento all’acqua come elemento fondamentale e presupposto costitutivo della struttura del mondo (Gn 1,6: “divise poi in acque superiori ed inferiori”).

Unitamente alla sua notevole attestazione quantitativa (oltre 1500 riferimenti biblici), la categoria dell’acqua porta in sé una consistente valenza simbolica legata alle origini della creazione, alla vita degli uomini e alla loro esperienza di fede, con un’ampia gamma di significati.

L’acqua fonte di vita per gli uomini e la natura

Le idee e i messaggi connessi all’acqua si fondono nella storia salvifica vissuta dal popolo ebraico e nel contesto concreto della terra di Canaan, della sua situazione idrica e della cultura legata alla vita quotidiana e agli scambi sociali tra i gruppi sociali del tempo.

E in mezzo c’è sempre l’ansiosa ricerca dell’acqua e la sete. Basti solo pensare a Israele nel deserto e al suo grido: “Dateci acqua da bere!” (Es 17,2), o alla siccità vista come una maledizione celeste pronunziata dal profeta in nome di Dio: “Per la vita del Signore, Dio d’Israele, alla cui presenza io sto – minaccia Elia – non ci sarà né rugiada né pioggia se non quando lo dirò io” (1 Re 17, 1).

Geremia ci ha lasciato uno dei più vivaci e drammatici ritratti di questa piaga endemica del Vicino Oriente: “I ricchi mandano i loro servi in cerca d’acqua; essi si recano ai pozzi ma non la trovano e tornano coi recipienti vuoti. Sono delusi e confusi e si coprono il capo. Per il terreno screpolato, perché non cade pioggia nel paese, gli agricoltori sono delusi e confusi. La cerva partorisce nei campi e abbandona il parto perché non c’è erba. Gli onagri si fermano sulle alture e aspirano l’aria come sciacalli; i loro occhi languiscono perché non si trovano erbaggi” (Ger 14, 3-6).

È per questo che, quando s’affacciano le nubi e cade la pioggia, si è convinti di ricevere una benedizione divina, come si legge nel Deuteronomio: “Il Signore apre per te il suo benefico tesoro, il cielo, per dare alla tua terra la pioggia a suo tempo e per benedire tutto il lavoro delle tue mani” (Dt 28,12). Tuttavia il Creatore, che è Padre di tutti, si preoccupa di ogni sua creatura prescindendo dal merito, come dirà Gesù: “Il Padre vostro celeste fa sorgere il sole sopra i malvagi e sopra i buoni e fa piovere sopra i giusti e sopra gli ingiusti” (Mt 5,45). E quando arriva la primavera con le sue piogge, il Salmista – in un dipinto poetico di straordinaria fragranza – immagina che il Signore passi col suo carro delle acque “dissetando la terra, gonfiando i fiumi, irrigando i solchi, amalgamando le zolle, bagnando il terreno con la pioggia: al suo passaggio stilla l’abbondanza, stillano i pascoli del deserto… e tutto canta e grida di gioia” (Sl 65,10-14).

Molte sono le allusioni al ruolo dell’acqua per la sussistenza umana: essa insieme al pane è una necessità vitale e benedetta da IHWH (Es 23,25). Così la costante pane-acqua ritorna nelle vicende di importanti personaggi biblici: Davide (1 Sam 30,11-12); Elia (1 Re 18,4.13; 22,27); Eliseo (2 Re 6,21); Ezechiele (Ez 4,11-16s). Troviamo l’impiego dell’acqua nelle frequenti citazioni di pozzi e cisterne (Gn 26,18; 37,20), in riferimento all’irrigazione della terra coltivabile (Dt 11,10; 2Re 18,17), per l’abbeveramento del bestiame (Gn 30,38) e soprattutto l’approvvigionamento idrico durante il cammino attraverso il deserto.

Al popolo assetato, che mormora per la scarsa fede (Nm 20,24; 27,14; Sl 81,8; 106,32) Dio risponde con il prodigio della sorgente scaturita dalla roccia (Es 17,2-7; Nm 20,7-11).

L’acqua come mezzo di purificazione

Un altro aspetto relativo all’impiego della categoria dell’acqua è collegato alla sua valenza rituale e purificativa. Nella pratica dell’ospitalità l’acqua viene offerta ai forestieri per la lavanda dei piedi (Gn 18,4; 19,2; 2 Sam 11,8; Gv 13,1-17). Insieme all’olio, al sangue e al fuoco, l’acqua diviene per la comunità ebraica un elemento necessario per le purificazioni rituali, prescritte e tramandate nella tradizione levitica (Lv 11-15).

In questa linea rituale si colloca il simbolismo della purificazione dal peccato mediante il segno dell’acqua (Sl 51,9) e della remissione delle colpe di tutto il popolo mediante un’aspersione escatologica (Ez 36,25), simbolo del perdono finale di Dio (Is 1,16; 4,4; Ger 33,8) e soprattutto la prospettiva battesimale neotestamentaria (Mt 3,1-17; 28,19-20).

Le valenze spirituali

Un ulteriore rilevante aspetto è associato alla categoria dell’acqua: la sua valenza escatologica, vista nella prospettiva della restaurazione del popolo di Dio, con il ritorno degli esuli dall’esilio di Babilonia. Come un tempo IHWH aveva dato acqua dalla roccia per spegnere la sete del suo popolo (Nm 20,1-13; Sl 78,16.20; 114,8; Is 48,21), così il Dio fedele all’alleanza un giorno rinnoverà questo prodigio (Is 43,20) e il deserto si trasformerà in un fertile frutteto (Is 41,17-20), in tutto il paese ci saranno abbondanti sorgenti (Is 35,6-7). L’acqua annunzia l’era messianica e la rinascita dell’umanità: “Scaturiranno acque nel deserto, scorreranno torrenti nella steppa; la terra bruciata diventerà una palude e il suolo riarso si muterà in sorgenti d’acqua” (Is 35,6-7).

È centrale in questa prospettiva l’immagine di Gerusalemme, dal cui tempio ricostruito sgorgherà una fonte perenne (Ez 47,1-12) e lungo il suo corso sarà abbondante e rigogliosa la vegetazione.

Un ultimo aspetto è dato dalla dimensione dell’attesa e della speranza, che si coglie in particolar modo in due testi giovannei: la rivelazione nell’ultimo giorno della festa delle capanne (Gv 7,39) e la scena del costato trafitto del crocifisso (Gv 19,34). In entrambi i testi emerge in modo suggestivo la “promessa” dello Spirito Santo che il Risorto avrebbe effuso sui credenti e la pienezza dell’amore rivelata nel mistero pasquale. La fede in Gesù, generata dall’incontro personale con il Risorto, fa abbeverare a Cristo e dalla sua acqua fa nascere la “forza della speranza”, come uno sgorgare di “fiumi di acqua viva”.

L’acqua è anche segno della Parola divina senza la quale si soffoca e si è aridi (Am 8,11; Is 55,10-11). Inoltre l’acqua è simbolo della Sapienza divina (Sir 24, 23-25.28-29).

Ma l’acqua è per eccellenza simbolo di Dio, sorgente di vita: “L’anima mia (letteralmente «la mia gola») ha sete di Dio, del Dio vivente” (Sl 42,2-3); “O Dio…, di te ha sete l’anima mia, a te anela la mia carne, come terra deserta, arida, senz’acqua” (Sl 63,2).

Ripercorrendo il Vangelo giovanneo non è difficile constatare come la categoria dell’acqua possa costituire un’efficace chiave di lettura dell’incontro con Cristo. Gesù si immerge nell’acqua del Giordano (Gv 1) e trasforma l’acqua della purificazione in vino nuovo (Gv 2). A Nicodemo, visitatore notturno, annuncia che si può “rinascere” solo “dall’acqua e dallo Spirito” (Gv 3) e alla samaritana rivela di essere Lui stesso “la sorgente di acqua zampillante” (Gv 4).

Il diritto all’acqua

L’acqua sta diventando sempre di più un bene prezioso ed è definita “l’oro blu”. Il costo dell’acqua è in continuo aumento e vi è il tentativo di privatizzare la gestione dell’acqua con l’intenzione di affidarla a organizzazioni che vorrebbero ottenere massimi ricavi.

L’insegnamento della Chiesa insiste oggi sul diritto all’acqua come parte del diritto ad un ambiente sicuro. San Giovanni Paolo II, nel 2003, rifletteva sull’affermarsi di una crescente e preoccupante forbice tra una serie di nuovi diritti promossi nelle società tecnologicamente avanzate e consumistiche e i diritti umani elementari non ancora soddisfatti soprattutto in situazioni di sottosviluppo, come il diritto all’acqua potabile.

Nel “Compendio della Dottrina Sociale della Chiesa” (2004), si specifica che “il diritto all’acqua come tutti i diritti dell’uomo, si basa sulla dignità umana, e non su valutazioni di tipo meramente quantitativo”, e si precisa “che è un diritto universale e inalienabile”. Nel 2009 Benedetto XVI, evidenziandone la connessione con gli altri diritti, sottolineò che esso riveste un ruolo importante per il loro conseguimento, a cominciare dal diritto primario alla vita.

L’acqua è di tutti, pertanto non può essere mercificata né tantomeno privatizzata. Papa Francesco ha dedicato una grande parte della sua Enciclica “Laudato si’”, nel 2015, a quella che lui definisce “la questione dell’acqua”. A tal proposito scrive: “L’accesso all’acqua potabile e sicura è un diritto essenziale, fondamentale ed universale perché determina la sopravvivenza delle persone e per questo è condizione per l’esercizio degli altri diritti umani” (n. 30).

L’impegno per dare a tutti l’accesso all’acqua è fondamentale per tutti i credenti, perché Gesù ha promesso: “Chiunque vi darà da bere un bicchiere d’acqua nel mio nome perché siete di Cristo, vi dico in verità che non perderà la sua ricompensa” (Mc 9,41).

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Il commento del biblista Carlo Miglietta della seconda opera di misericordia corporale:  Dar da bere agli assetati

La situazione

La pratica caritativa di dare da bere agli assetati spesso nella tradizione della Chiesa è stata considerata di minore importanza rispetto al dare da mangiare agli affamati. Certo mangiare è un bisogno primario, ma il bere è ancora più importante: l’uomo può resistere più di quaranta giorni senza mangiare ma non più di sette senza bere. E la morte per disidratazione è particolarmente dolorosa.

È difficile per noi che abitiamo nell’emisfero settentrionale, solcato da grandi fiumi e ricco di sorgenti, immaginare che ci siano popolazioni che soffrono la sete o che rischiano di morire per mancanza d’acqua. Eppure, oltre un miliardo di persone non dispone di acqua potabile e, di queste, cinque milioni (1,6 sono bambini) muoiono a causa dell’acqua inquinata.

L’acqua nella Bibbia

Il tema dell’acqua è ampio in quanto abbraccia l’esistenza umana ed è presente lungo la storia biblica. Ad uno sguardo complessivo si può affermare che una considerevole parte della tradizione extrabiblica e biblica fa riferimento all’acqua come elemento fondamentale e presupposto costitutivo della struttura del mondo (Gn 1,6: “divise poi in acque superiori ed inferiori”).

Unitamente alla sua notevole attestazione quantitativa (oltre 1500 riferimenti biblici), la categoria dell’acqua porta in sé una consistente valenza simbolica legata alle origini della creazione, alla vita degli uomini e alla loro esperienza di fede, con un’ampia gamma di significati.

L’acqua fonte di vita per gli uomini e la natura

Le idee e i messaggi connessi all’acqua si fondono nella storia salvifica vissuta dal popolo ebraico e nel contesto concreto della terra di Canaan, della sua situazione idrica e della cultura legata alla vita quotidiana e agli scambi sociali tra i gruppi sociali del tempo.

E in mezzo c’è sempre l’ansiosa ricerca dell’acqua e la sete. Basti solo pensare a Israele nel deserto e al suo grido: “Dateci acqua da bere!” (Es 17,2), o alla siccità vista come una maledizione celeste pronunziata dal profeta in nome di Dio: “Per la vita del Signore, Dio d’Israele, alla cui presenza io sto – minaccia Elia – non ci sarà né rugiada né pioggia se non quando lo dirò io” (1 Re 17, 1).

Geremia ci ha lasciato uno dei più vivaci e drammatici ritratti di questa piaga endemica del Vicino Oriente: “I ricchi mandano i loro servi in cerca d’acqua; essi si recano ai pozzi ma non la trovano e tornano coi recipienti vuoti. Sono delusi e confusi e si coprono il capo. Per il terreno screpolato, perché non cade pioggia nel paese, gli agricoltori sono delusi e confusi. La cerva partorisce nei campi e abbandona il parto perché non c’è erba. Gli onagri si fermano sulle alture e aspirano l’aria come sciacalli; i loro occhi languiscono perché non si trovano erbaggi” (Ger 14, 3-6).

È per questo che, quando s’affacciano le nubi e cade la pioggia, si è convinti di ricevere una benedizione divina, come si legge nel Deuteronomio: “Il Signore apre per te il suo benefico tesoro, il cielo, per dare alla tua terra la pioggia a suo tempo e per benedire tutto il lavoro delle tue mani” (Dt 28,12). Tuttavia il Creatore, che è Padre di tutti, si preoccupa di ogni sua creatura prescindendo dal merito, come dirà Gesù: “Il Padre vostro celeste fa sorgere il sole sopra i malvagi e sopra i buoni e fa piovere sopra i giusti e sopra gli ingiusti” (Mt 5,45). E quando arriva la primavera con le sue piogge, il Salmista – in un dipinto poetico di straordinaria fragranza – immagina che il Signore passi col suo carro delle acque “dissetando la terra, gonfiando i fiumi, irrigando i solchi, amalgamando le zolle, bagnando il terreno con la pioggia: al suo passaggio stilla l’abbondanza, stillano i pascoli del deserto… e tutto canta e grida di gioia” (Sl 65,10-14).

Molte sono le allusioni al ruolo dell’acqua per la sussistenza umana: essa insieme al pane è una necessità vitale e benedetta da IHWH (Es 23,25). Così la costante pane-acqua ritorna nelle vicende di importanti personaggi biblici: Davide (1 Sam 30,11-12); Elia (1 Re 18,4.13; 22,27); Eliseo (2 Re 6,21); Ezechiele (Ez 4,11-16s). Troviamo l’impiego dell’acqua nelle frequenti citazioni di pozzi e cisterne (Gn 26,18; 37,20), in riferimento all’irrigazione della terra coltivabile (Dt 11,10; 2Re 18,17), per l’abbeveramento del bestiame (Gn 30,38) e soprattutto l’approvvigionamento idrico durante il cammino attraverso il deserto.

Al popolo assetato, che mormora per la scarsa fede (Nm 20,24; 27,14; Sl 81,8; 106,32) Dio risponde con il prodigio della sorgente scaturita dalla roccia (Es 17,2-7; Nm 20,7-11).

L’acqua come mezzo di purificazione

Un altro aspetto relativo all’impiego della categoria dell’acqua è collegato alla sua valenza rituale e purificativa. Nella pratica dell’ospitalità l’acqua viene offerta ai forestieri per la lavanda dei piedi (Gn 18,4; 19,2; 2 Sam 11,8; Gv 13,1-17). Insieme all’olio, al sangue e al fuoco, l’acqua diviene per la comunità ebraica un elemento necessario per le purificazioni rituali, prescritte e tramandate nella tradizione levitica (Lv 11-15).

In questa linea rituale si colloca il simbolismo della purificazione dal peccato mediante il segno dell’acqua (Sl 51,9) e della remissione delle colpe di tutto il popolo mediante un’aspersione escatologica (Ez 36,25), simbolo del perdono finale di Dio (Is 1,16; 4,4; Ger 33,8) e soprattutto la prospettiva battesimale neotestamentaria (Mt 3,1-17; 28,19-20).

Le valenze spirituali

Un ulteriore rilevante aspetto è associato alla categoria dell’acqua: la sua valenza escatologica, vista nella prospettiva della restaurazione del popolo di Dio, con il ritorno degli esuli dall’esilio di Babilonia. Come un tempo IHWH aveva dato acqua dalla roccia per spegnere la sete del suo popolo (Nm 20,1-13; Sl 78,16.20; 114,8; Is 48,21), così il Dio fedele all’alleanza un giorno rinnoverà questo prodigio (Is 43,20) e il deserto si trasformerà in un fertile frutteto (Is 41,17-20), in tutto il paese ci saranno abbondanti sorgenti (Is 35,6-7). L’acqua annunzia l’era messianica e la rinascita dell’umanità: “Scaturiranno acque nel deserto, scorreranno torrenti nella steppa; la terra bruciata diventerà una palude e il suolo riarso si muterà in sorgenti d’acqua” (Is 35,6-7).

È centrale in questa prospettiva l’immagine di Gerusalemme, dal cui tempio ricostruito sgorgherà una fonte perenne (Ez 47,1-12) e lungo il suo corso sarà abbondante e rigogliosa la vegetazione.

Un ultimo aspetto è dato dalla dimensione dell’attesa e della speranza, che si coglie in particolar modo in due testi giovannei: la rivelazione nell’ultimo giorno della festa delle capanne (Gv 7,39) e la scena del costato trafitto del crocifisso (Gv 19,34). In entrambi i testi emerge in modo suggestivo la “promessa” dello Spirito Santo che il Risorto avrebbe effuso sui credenti e la pienezza dell’amore rivelata nel mistero pasquale. La fede in Gesù, generata dall’incontro personale con il Risorto, fa abbeverare a Cristo e dalla sua acqua fa nascere la “forza della speranza”, come uno sgorgare di “fiumi di acqua viva”.

L’acqua è anche segno della Parola divina senza la quale si soffoca e si è aridi (Am 8,11; Is 55,10-11). Inoltre l’acqua è simbolo della Sapienza divina (Sir 24, 23-25.28-29).

Ma l’acqua è per eccellenza simbolo di Dio, sorgente di vita: “L’anima mia (letteralmente «la mia gola») ha sete di Dio, del Dio vivente” (Sl 42,2-3); “O Dio…, di te ha sete l’anima mia, a te anela la mia carne, come terra deserta, arida, senz’acqua” (Sl 63,2).

Ripercorrendo il Vangelo giovanneo non è difficile constatare come la categoria dell’acqua possa costituire un’efficace chiave di lettura dell’incontro con Cristo. Gesù si immerge nell’acqua del Giordano (Gv 1) e trasforma l’acqua della purificazione in vino nuovo (Gv 2). A Nicodemo, visitatore notturno, annuncia che si può “rinascere” solo “dall’acqua e dallo Spirito” (Gv 3) e alla samaritana rivela di essere Lui stesso “la sorgente di acqua zampillante” (Gv 4).

Il diritto all’acqua

L’acqua sta diventando sempre di più un bene prezioso ed è definita “l’oro blu”. Il costo dell’acqua è in continuo aumento e vi è il tentativo di privatizzare la gestione dell’acqua con l’intenzione di affidarla a organizzazioni che vorrebbero ottenere massimi ricavi.

L’insegnamento della Chiesa insiste oggi sul diritto all’acqua come parte del diritto ad un ambiente sicuro. San Giovanni Paolo II, nel 2003, rifletteva sull’affermarsi di una crescente e preoccupante forbice tra una serie di nuovi diritti promossi nelle società tecnologicamente avanzate e consumistiche e i diritti umani elementari non ancora soddisfatti soprattutto in situazioni di sottosviluppo, come il diritto all’acqua potabile.

Nel “Compendio della Dottrina Sociale della Chiesa” (2004), si specifica che “il diritto all’acqua come tutti i diritti dell’uomo, si basa sulla dignità umana, e non su valutazioni di tipo meramente quantitativo”, e si precisa “che è un diritto universale e inalienabile”. Nel 2009 Benedetto XVI, evidenziandone la connessione con gli altri diritti, sottolineò che esso riveste un ruolo importante per il loro conseguimento, a cominciare dal diritto primario alla vita.

L’acqua è di tutti, pertanto non può essere mercificata né tantomeno privatizzata. Papa Francesco ha dedicato una grande parte della sua Enciclica “Laudato si’”, nel 2015, a quella che lui definisce “la questione dell’acqua”. A tal proposito scrive: “L’accesso all’acqua potabile e sicura è un diritto essenziale, fondamentale ed universale perché determina la sopravvivenza delle persone e per questo è condizione per l’esercizio degli altri diritti umani” (n. 30).

L’impegno per dare a tutti l’accesso all’acqua è fondamentale per tutti i credenti, perché Gesù ha promesso: “Chiunque vi darà da bere un bicchiere d’acqua nel mio nome perché siete di Cristo, vi dico in verità che non perderà la sua ricompensa” (Mc 9,41).

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