Giornata della Vita Consacrata | Dal Ciad “una presenza che resta”

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Foto di Jeffrey Riley su Unsplash
Ciad: ospitalità, spiritualità, giustizia, sete. Una lettera del missionario saveriano padre Carlo Salvadori
Da poco più di un mese mi trovo in Ciad, a Bongor, e ringrazio il Signore perché ogni giorno mi regala qualcosa di nuovo.
La prima cosa è l’ospitalità. L’esempio che mi viene in mente è la mano di Bienvenue, una bambina di 7 anni che insieme ad Avenita e Ines (sorelle di 6 e 7 anni) mi insegna l’arabo ciadiano. Con loro, durante un corso, siamo andati al mercato per salutare la nonna che vende le arachidi. Nel tornare a casa, laddove si presentava un pericolo dovuto al passaggio delle moto o all’attraversamento dell’unica strada asfaltata, mi dirigeva con la mano. Avanti! fermati! scansati!
La seconda cosa è la spiritualità.
Quando alle 5:30 del mattino vado a Messa, incrocio sul mio cammino molti musulmani che vanno alla moschea. Arrivo in chiesa ed un gruppo di fedeli mi attende per cominciare nel Signore la giornata.
Qual è la missione che mi è affidata? In quale Paese sono arrivato?
Sto frequentando la formazione dei nuovi arrivati nella diocesi di Pala. Padre Ji (di fantasia), relatore, ci chiede: qual è l’identità del ciadiano? cosa identifica il cittadino del nono Paese più povero al mondo quando attorno a sé vede ogni ben di Dio (bestiame, cotone, acqua, ecc.)?
La questione in gioco è: giustizia.
Come la Parola di Dio può toccare il cuore ferito del popolo?Esso ha bisogno di essere curato, sollevato, liberato.L’apertura del cuore è il lavoro del missionario: un cuore umano.
Poi, c’è la sete, non di acqua in stagione secca, ma di ascolto.
Un giorno, all’uscita della chiesa, si presentano due donne: Abi e Eugénie.
Abi ha vissuto una depressione post partum che la porta a desiderare la morte del secondogenito. Lei dice: “è il diavolo”. Eugénie non riesce a dormire, perciò ogni tanto va in giro come una matta e fa cose strane. Un giorno, il fratello nel tentativo di fermarla le ha slogato il gomito (è ancora slogato per mancanza di fondi). Anche lei dà la colpa ed uno spirito cattivo, eppure si tratta di malattia psichiatrica. Ma dov’è lo psichiatra? Dove lo psicologo? Almeno un infermiere con uno psicofarmaco?
Ho ascoltato le due donne; ho spiegato la malattia mentale e la tentazione di andare da un marabout (guaritore tradizionale) o da un esorcista (a pagamento); abbiamo cercato una soluzione; infine, abbiamo pregato e le ho benedette. Nei giorni successivi, le ho incontrate e stanno meglio, grazie a Dio.
Per quanto mi riguarda, la salute va bene, nel corpo e nello spirito, ma ogni giorno mi sento più lontano da questo popolo amato che fa di tutto per accogliermi ma la cui distanza culturale e sociale è grande. L’arabo ciadiano è duro ma non mollo. Il desiderio di inserirmi è grande.
Vi saluto con tutto il cuore e vi ringrazio per la vostra amicizia.
Immagine
- Foto di Jeffrey Riley su Unsplash
Ciad: ospitalità, spiritualità, giustizia, sete. Una lettera del missionario saveriano padre Carlo Salvadori
Da poco più di un mese mi trovo in Ciad, a Bongor, e ringrazio il Signore perché ogni giorno mi regala qualcosa di nuovo.
La prima cosa è l’ospitalità. L’esempio che mi viene in mente è la mano di Bienvenue, una bambina di 7 anni che insieme ad Avenita e Ines (sorelle di 6 e 7 anni) mi insegna l’arabo ciadiano. Con loro, durante un corso, siamo andati al mercato per salutare la nonna che vende le arachidi. Nel tornare a casa, laddove si presentava un pericolo dovuto al passaggio delle moto o all’attraversamento dell’unica strada asfaltata, mi dirigeva con la mano. Avanti! fermati! scansati!
La seconda cosa è la spiritualità.
Quando alle 5:30 del mattino vado a Messa, incrocio sul mio cammino molti musulmani che vanno alla moschea. Arrivo in chiesa ed un gruppo di fedeli mi attende per cominciare nel Signore la giornata.
Qual è la missione che mi è affidata? In quale Paese sono arrivato?
Sto frequentando la formazione dei nuovi arrivati nella diocesi di Pala. Padre Ji (di fantasia), relatore, ci chiede: qual è l’identità del ciadiano? cosa identifica il cittadino del nono Paese più povero al mondo quando attorno a sé vede ogni ben di Dio (bestiame, cotone, acqua, ecc.)?
La questione in gioco è: giustizia.
Come la Parola di Dio può toccare il cuore ferito del popolo?Esso ha bisogno di essere curato, sollevato, liberato.L’apertura del cuore è il lavoro del missionario: un cuore umano.
Poi, c’è la sete, non di acqua in stagione secca, ma di ascolto.
Un giorno, all’uscita della chiesa, si presentano due donne: Abi e Eugénie.
Abi ha vissuto una depressione post partum che la porta a desiderare la morte del secondogenito. Lei dice: “è il diavolo”. Eugénie non riesce a dormire, perciò ogni tanto va in giro come una matta e fa cose strane. Un giorno, il fratello nel tentativo di fermarla le ha slogato il gomito (è ancora slogato per mancanza di fondi). Anche lei dà la colpa ed uno spirito cattivo, eppure si tratta di malattia psichiatrica. Ma dov’è lo psichiatra? Dove lo psicologo? Almeno un infermiere con uno psicofarmaco?
Ho ascoltato le due donne; ho spiegato la malattia mentale e la tentazione di andare da un marabout (guaritore tradizionale) o da un esorcista (a pagamento); abbiamo cercato una soluzione; infine, abbiamo pregato e le ho benedette. Nei giorni successivi, le ho incontrate e stanno meglio, grazie a Dio.
Per quanto mi riguarda, la salute va bene, nel corpo e nello spirito, ma ogni giorno mi sento più lontano da questo popolo amato che fa di tutto per accogliermi ma la cui distanza culturale e sociale è grande. L’arabo ciadiano è duro ma non mollo. Il desiderio di inserirmi è grande.
Vi saluto con tutto il cuore e vi ringrazio per la vostra amicizia.
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- Foto di Jeffrey Riley su Unsplash

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