Letture: At 15,1-2.22-29; Ap 21,10-14.22-23; Gv 14,23-29
Il Dio della Bibbia è un Dio che parla, che si rivela, ma chiede ascolto. “Ascolta (Shema’), popolo mio, ti voglio ammonire; Israele, se tu mi ascoltassi!” (Sl 8,9). “Fa’ attenzione, popolo mio, ora parlerò… Io sono Dio, il tuo Dio!” (Sl 50,7). L’ascolto costituisce la condizione primaria per relazionarci con Dio: “Se davvero ascolterete la mia voce e custodirete la mia alleanza, voi sarete per me una proprietà particolare tra tutti i popoli…! Voi sarete per me un regno di sacerdoti e una nazione santa” (Es 19,4-6).
Ma “ascoltare” in molte lingue vuol dire insieme udire ed obbedire. Ascoltare implica un atteggiamento attivo dell’uditore. La parola greca che indica l’obbedienza, upakoè, è formata da up, “sotto” e akouo, “ascolto”; anche il latino ob-audire (ob, “verso”; audire, “sentire”); anche l’italiano “udire – obbedire” richiama l’ascolto. Paolo parla della “upakoè pìsteos” (Rm 1,5), che non è “l’obbedienza alla fede”, come a volte traduciamo, ma l’”obbedienza della fede”, cioè quella fede che si identifica con l’obbedienza. Quando Dio parla sul Sinai, il popolo risponde: “Quanto il Signore ha detto, noi lo faremo e lo ascolteremo!” (Es 24,7). Maria, nuovo Israele, a Cana dirà: “Fate quello che (Gesù) vi dirà” (Gv 2,5
L’ascolto quindi deve coincidere con l’obbedienza. Giacomo afferma nella sua lettera: “Siate di quelli che mettono in pratica la parola e non soltanto ascoltatori, illudendo voi stessi… Chi invece fissa lo sguardo sulla legge perfetta, la legge della libertà, e le resta fedele, non come un ascoltatore smemorato ma come uno che la mette in pratica, questi troverà la sua felicità nel praticarla” (Gc 1,22-25), e vivrà “nella città santa, Gerusalemme, che scende dal cielo…, risplendente della gloria di Dio” (Seconda Lettura: Ap 21,10-14.22-23).
In questo brano, Gesù promette l’invio dello Spirito Santo. Nell’Antico Testamento troviamo spesso esempi di relazioni strette tra due personaggi, di cui uno muore o scompare di scena e l’altro ne prende il posto raccogliendone lo spirito: Mosè e Giosuè (Dt 34,9), Elia ed Eliseo (2 Re 2,9.15)… Alla sua morte in croce, Gesù effonde lo Spirito sui credenti (Gv 19,30: “Emise lo Spirito”; cfr 7,38-39); ed è lo Spirito il grande dono del Risorto (Gv 20,22; At 1,9-11; 2,33).
Per Giovanni, colui che egli chiama “un altro Paraclito” (Gv 14,16) è un altro Gesù. E sé il Paraclito può venire solo quando Gesù se ne va (Gv 16,7), il Paraclito è la presenza di Gesù quando Gesù è assente. Il termine paràkletos può avere più significati: come passivo di parakalèin è il “chiamato vicino”, l’avvocato difensore o meglio, in Giovanni, il testimone a favore in un processo; in forma attiva parakalèin è “colui che si fa vicino”, il protettore, l’amico, il consolatore; correlato a paràklesis, è colui che esorta, che incoraggia. Non è casuale che Girolamo, traducendo il Vangelo in latino nella cosiddetta Vulgata, abbia preferito mantenere la semplice translitterazione dal greco, paracletus, per mantenere tutti i significati.
Lo Spirito Santo inabita nei cuori dei cristiani; in Gv 14,16-17, in uno stupendo crescendo, non solo si afferma che Egli è con (metà) i credenti, ma che è presso (parà) di loro, anzi in (en) loro: essi sono così diventati “Pneumatofori”, “Portatori dello Spirito Santo” (Rm 8,9-11; 1 Cor 3,16-17; 6,13-20; Ef 2,22; 4,30; 1 Pt 4,14; 1 Gv 3,9).
Gesù conclude il Vangelo odierno promettendo il dono della pace. È la “sua” pace, non come “la dà il mondo” (Gv 14,27): è la pace “in lui” (Gv 16,33), che deriva dall’accoglierlo nella nostra vita (Col 3,15; Fil 4,7).
Il nome di Dio infatti è “IHWH Shalom” (Gdc 6,4): Dio infatti è “il Dio della pace” (Rm 15,33; Eb 13,20; 2 Ts 3,16). Solo aderendo a Cristo l’uomo trova pace con Dio (Ef 2,14-17). Ed è appunto la pace il grande tema che racchiude tutta la vita di Gesù, dall’annuncio degli angeli a Betlemme (Lc 2,14) all’ingresso finale in Gerusalemme (Lc 19,38). “Pace!” è offerta da Gesù ai malati (Mc 5,24), ai peccatori (Lc 7,50), ai discepoli dopo la Resurrezione (Lc 24,36; Gv 20, 19.21.26), come salvezza e riconciliazione piena con Dio (Rm 5,10; 2 Cor 5,18; Col 1,20-22) e tra gli uomini (Ef 2,14-16), tra tutti gli uomini, come ci ricorda la Prima Lettura (At 15,1-2.22-29), senza più distinzioni tra razze e religioni.
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VI Domenica Di Pasqua Anno C
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Letture: At 15,1-2.22-29; Ap 21,10-14.22-23; Gv 14,23-29
Il Dio della Bibbia è un Dio che parla, che si rivela, ma chiede ascolto. “Ascolta (Shema’), popolo mio, ti voglio ammonire; Israele, se tu mi ascoltassi!” (Sl 8,9). “Fa’ attenzione, popolo mio, ora parlerò… Io sono Dio, il tuo Dio!” (Sl 50,7). L’ascolto costituisce la condizione primaria per relazionarci con Dio: “Se davvero ascolterete la mia voce e custodirete la mia alleanza, voi sarete per me una proprietà particolare tra tutti i popoli…! Voi sarete per me un regno di sacerdoti e una nazione santa” (Es 19,4-6).
Ma “ascoltare” in molte lingue vuol dire insieme udire ed obbedire. Ascoltare implica un atteggiamento attivo dell’uditore. La parola greca che indica l’obbedienza, upakoè, è formata da up, “sotto” e akouo, “ascolto”; anche il latino ob-audire (ob, “verso”; audire, “sentire”); anche l’italiano “udire – obbedire” richiama l’ascolto. Paolo parla della “upakoè pìsteos” (Rm 1,5), che non è “l’obbedienza alla fede”, come a volte traduciamo, ma l’”obbedienza della fede”, cioè quella fede che si identifica con l’obbedienza. Quando Dio parla sul Sinai, il popolo risponde: “Quanto il Signore ha detto, noi lo faremo e lo ascolteremo!” (Es 24,7). Maria, nuovo Israele, a Cana dirà: “Fate quello che (Gesù) vi dirà” (Gv 2,5
L’ascolto quindi deve coincidere con l’obbedienza. Giacomo afferma nella sua lettera: “Siate di quelli che mettono in pratica la parola e non soltanto ascoltatori, illudendo voi stessi… Chi invece fissa lo sguardo sulla legge perfetta, la legge della libertà, e le resta fedele, non come un ascoltatore smemorato ma come uno che la mette in pratica, questi troverà la sua felicità nel praticarla” (Gc 1,22-25), e vivrà “nella città santa, Gerusalemme, che scende dal cielo…, risplendente della gloria di Dio” (Seconda Lettura: Ap 21,10-14.22-23).
In questo brano, Gesù promette l’invio dello Spirito Santo. Nell’Antico Testamento troviamo spesso esempi di relazioni strette tra due personaggi, di cui uno muore o scompare di scena e l’altro ne prende il posto raccogliendone lo spirito: Mosè e Giosuè (Dt 34,9), Elia ed Eliseo (2 Re 2,9.15)… Alla sua morte in croce, Gesù effonde lo Spirito sui credenti (Gv 19,30: “Emise lo Spirito”; cfr 7,38-39); ed è lo Spirito il grande dono del Risorto (Gv 20,22; At 1,9-11; 2,33).
Per Giovanni, colui che egli chiama “un altro Paraclito” (Gv 14,16) è un altro Gesù. E sé il Paraclito può venire solo quando Gesù se ne va (Gv 16,7), il Paraclito è la presenza di Gesù quando Gesù è assente. Il termine paràkletos può avere più significati: come passivo di parakalèin è il “chiamato vicino”, l’avvocato difensore o meglio, in Giovanni, il testimone a favore in un processo; in forma attiva parakalèin è “colui che si fa vicino”, il protettore, l’amico, il consolatore; correlato a paràklesis, è colui che esorta, che incoraggia. Non è casuale che Girolamo, traducendo il Vangelo in latino nella cosiddetta Vulgata, abbia preferito mantenere la semplice translitterazione dal greco, paracletus, per mantenere tutti i significati.
Lo Spirito Santo inabita nei cuori dei cristiani; in Gv 14,16-17, in uno stupendo crescendo, non solo si afferma che Egli è con (metà) i credenti, ma che è presso (parà) di loro, anzi in (en) loro: essi sono così diventati “Pneumatofori”, “Portatori dello Spirito Santo” (Rm 8,9-11; 1 Cor 3,16-17; 6,13-20; Ef 2,22; 4,30; 1 Pt 4,14; 1 Gv 3,9).
Gesù conclude il Vangelo odierno promettendo il dono della pace. È la “sua” pace, non come “la dà il mondo” (Gv 14,27): è la pace “in lui” (Gv 16,33), che deriva dall’accoglierlo nella nostra vita (Col 3,15; Fil 4,7).
Il nome di Dio infatti è “IHWH Shalom” (Gdc 6,4): Dio infatti è “il Dio della pace” (Rm 15,33; Eb 13,20; 2 Ts 3,16). Solo aderendo a Cristo l’uomo trova pace con Dio (Ef 2,14-17). Ed è appunto la pace il grande tema che racchiude tutta la vita di Gesù, dall’annuncio degli angeli a Betlemme (Lc 2,14) all’ingresso finale in Gerusalemme (Lc 19,38). “Pace!” è offerta da Gesù ai malati (Mc 5,24), ai peccatori (Lc 7,50), ai discepoli dopo la Resurrezione (Lc 24,36; Gv 20, 19.21.26), come salvezza e riconciliazione piena con Dio (Rm 5,10; 2 Cor 5,18; Col 1,20-22) e tra gli uomini (Ef 2,14-16), tra tutti gli uomini, come ci ricorda la Prima Lettura (At 15,1-2.22-29), senza più distinzioni tra razze e religioni.
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Il Dio della Bibbia è un Dio che parla, che si rivela, ma chiede ascolto. “Ascolta (Shema’), popolo mio, ti voglio ammonire; Israele, se tu mi ascoltassi!” (Sl 8,9). “Fa’ attenzione, popolo mio, ora parlerò… Io sono Dio, il tuo Dio!” (Sl 50,7). L’ascolto costituisce la condizione primaria per relazionarci con Dio: “Se davvero ascolterete la mia voce e custodirete la mia alleanza, voi sarete per me una proprietà particolare tra tutti i popoli…! Voi sarete per me un regno di sacerdoti e una nazione santa” (Es 19,4-6).
Ma “ascoltare” in molte lingue vuol dire insieme udire ed obbedire. Ascoltare implica un atteggiamento attivo dell’uditore. La parola greca che indica l’obbedienza, upakoè, è formata da up, “sotto” e akouo, “ascolto”; anche il latino ob-audire (ob, “verso”; audire, “sentire”); anche l’italiano “udire – obbedire” richiama l’ascolto. Paolo parla della “upakoè pìsteos” (Rm 1,5), che non è “l’obbedienza alla fede”, come a volte traduciamo, ma l’”obbedienza della fede”, cioè quella fede che si identifica con l’obbedienza. Quando Dio parla sul Sinai, il popolo risponde: “Quanto il Signore ha detto, noi lo faremo e lo ascolteremo!” (Es 24,7). Maria, nuovo Israele, a Cana dirà: “Fate quello che (Gesù) vi dirà” (Gv 2,5
L’ascolto quindi deve coincidere con l’obbedienza. Giacomo afferma nella sua lettera: “Siate di quelli che mettono in pratica la parola e non soltanto ascoltatori, illudendo voi stessi… Chi invece fissa lo sguardo sulla legge perfetta, la legge della libertà, e le resta fedele, non come un ascoltatore smemorato ma come uno che la mette in pratica, questi troverà la sua felicità nel praticarla” (Gc 1,22-25), e vivrà “nella città santa, Gerusalemme, che scende dal cielo…, risplendente della gloria di Dio” (Seconda Lettura: Ap 21,10-14.22-23).
In questo brano, Gesù promette l’invio dello Spirito Santo. Nell’Antico Testamento troviamo spesso esempi di relazioni strette tra due personaggi, di cui uno muore o scompare di scena e l’altro ne prende il posto raccogliendone lo spirito: Mosè e Giosuè (Dt 34,9), Elia ed Eliseo (2 Re 2,9.15)… Alla sua morte in croce, Gesù effonde lo Spirito sui credenti (Gv 19,30: “Emise lo Spirito”; cfr 7,38-39); ed è lo Spirito il grande dono del Risorto (Gv 20,22; At 1,9-11; 2,33).
Per Giovanni, colui che egli chiama “un altro Paraclito” (Gv 14,16) è un altro Gesù. E sé il Paraclito può venire solo quando Gesù se ne va (Gv 16,7), il Paraclito è la presenza di Gesù quando Gesù è assente. Il termine paràkletos può avere più significati: come passivo di parakalèin è il “chiamato vicino”, l’avvocato difensore o meglio, in Giovanni, il testimone a favore in un processo; in forma attiva parakalèin è “colui che si fa vicino”, il protettore, l’amico, il consolatore; correlato a paràklesis, è colui che esorta, che incoraggia. Non è casuale che Girolamo, traducendo il Vangelo in latino nella cosiddetta Vulgata, abbia preferito mantenere la semplice translitterazione dal greco, paracletus, per mantenere tutti i significati.
Lo Spirito Santo inabita nei cuori dei cristiani; in Gv 14,16-17, in uno stupendo crescendo, non solo si afferma che Egli è con (metà) i credenti, ma che è presso (parà) di loro, anzi in (en) loro: essi sono così diventati “Pneumatofori”, “Portatori dello Spirito Santo” (Rm 8,9-11; 1 Cor 3,16-17; 6,13-20; Ef 2,22; 4,30; 1 Pt 4,14; 1 Gv 3,9).
Gesù conclude il Vangelo odierno promettendo il dono della pace. È la “sua” pace, non come “la dà il mondo” (Gv 14,27): è la pace “in lui” (Gv 16,33), che deriva dall’accoglierlo nella nostra vita (Col 3,15; Fil 4,7).
Il nome di Dio infatti è “IHWH Shalom” (Gdc 6,4): Dio infatti è “il Dio della pace” (Rm 15,33; Eb 13,20; 2 Ts 3,16). Solo aderendo a Cristo l’uomo trova pace con Dio (Ef 2,14-17). Ed è appunto la pace il grande tema che racchiude tutta la vita di Gesù, dall’annuncio degli angeli a Betlemme (Lc 2,14) all’ingresso finale in Gerusalemme (Lc 19,38). “Pace!” è offerta da Gesù ai malati (Mc 5,24), ai peccatori (Lc 7,50), ai discepoli dopo la Resurrezione (Lc 24,36; Gv 20, 19.21.26), come salvezza e riconciliazione piena con Dio (Rm 5,10; 2 Cor 5,18; Col 1,20-22) e tra gli uomini (Ef 2,14-16), tra tutti gli uomini, come ci ricorda la Prima Lettura (At 15,1-2.22-29), senza più distinzioni tra razze e religioni.
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