Africa, Ciad | “Che cosa significa il vestito bianco?”. “Che Cristo vive dentro di me”

P. Carlo Salvadori con alcuni dei "nuovi nati"
Dal Ciad, il nostro amico e corrispondente padre Carlo Salvadori, missionario saveriano, ci racconta le sue giornate
Carissimi amici della missione,
approfitto del temporale per respirare e scrivere.
Nella parrocchia di Bongor sono stati battezzati 349 catecumeni che hanno fatto un ritiro di tre giorni prima della Pasqua. È stato entusiasmante vivere con loro e raccogliere la freschezza della loro fede e il desiderio di donarsi a Cristo. Il loro percorso di preparazione è durato più di 3 anni.
Venerdì santo, alle 5 del mattino, abbiamo attraversato le strade della città per la Via Crucis. Partenza da 4 luoghi diversi e arrivo insieme in parrocchia.
Sabato Santo ho vissuto la veglia in una cappella (Nostra Signora d’Africa) senza pareti e col tetto di paglia. Ho celebrato 54 battesimi versando più acqua possibile sui “nuovi nati” (così la chiesa dei primi secoli li chiama) che gridavano di gioia, saltavano.
Una di loro non mi ha neanche lasciato finire ed è saltata in aria. I battezzati si rivestono del vestito nuovo e lo portano ogni giorno fino alla Pentecoste.
Ho chiesto a Brigitte: “che cosa significa il vestito bianco?”. “Che Cristo vive dentro di me”.
Il giorno di Pasqua tutti e 350 si sono riuniti in parrocchia per la messa, col vescovo. Qui la festa di battesimo ha carattere comunitario. Nell’area sacra dietro casa nostra circa 300 persone si sono riunite per festeggiare.
Dopo una lunga danza in cerchio le famiglie hanno portato il pasto da casa e lo hanno condiviso. Basta un vassoio ed il gioco è fatto. Ci si siete per terra e si mette il vassoio al centro e si mangia esclusivamente con le mani.
La seconda domenica di Pasqua ero a Moudou, il villaggio più lontano in direzione nord-est. Era da Natale che nessuno andava. Per arrivare abbiamo attraversato in moto una foresta. Dopo le confessioni abbiamo celebrato la Messa in una cappellina in muratura col tetto di paglia. Abbiamo concluso con l’unzione dei malati. Al momento del ringraziamento una signora percussionista ha suonato il retro di una bacinella Inox. Ritmo irresistibile.
Dopo la Messa sono andato col responsabile da Julienne, una signora anziana malata che desiderava tanto ricevere la comunione. Entrando nella sua capanna ho trovato: il letto (senza materasso), la stuoia, qualche straccio per terra e una bacinella. Ho provato un senso di vergogna al confronto con la mia stanza.
Abbiamo pregato e poi come d’abitudine la comunità ci ha offerto il pasto, sempre a base di polenta, sempre con le mani.
Raccontano di una suora che una volta ha chiesto una forchetta. Hanno cercato in un intero villaggio senza trovarla.
François Saleh è un missionario saveriano originario di Magau, un villaggio sperduto nella savana, senza strade, senza luce, senza molte cose. Martedì sono andato a trovare la sua famiglia ed è stato il momento più bello che ricordi, da tanti anni a questa parte. Il papà mi ha accolto con amore. Abbiamo provato a fare una video-chiamata disperata perché di solito non c’è rete ed ha funzionato. L’emozione era vivida nell’aria nel vedere e parlare al proprio figlio e fratello, missionario in Marocco.
L’organizzazione delle case Massa è interessante. Un grande cerchio di case africane col tetto di paglia.
Al centro un recinto di legno per i buoi. Ogni casa è una famiglia. Ogni famiglia ha la sua cucina ed il suo granaio. La prossima volta vorrei fermarmi una settimana perché mi sono veramente sentito a casa mia.
Carissimi, la pioggia continua così come la passione per la missione. Pregate per me perché sia in grado di portare avanti l’incarico che il vescovo mi ha affidato: cominciare una nuova parrocchia che si chiama “San Francesco Saverio”.
Immagine
- Foto di padre Carlo Salvadori
Dal Ciad, il nostro amico e corrispondente padre Carlo Salvadori, missionario saveriano, ci racconta le sue giornate
Carissimi amici della missione,
approfitto del temporale per respirare e scrivere.
Nella parrocchia di Bongor sono stati battezzati 349 catecumeni che hanno fatto un ritiro di tre giorni prima della Pasqua. È stato entusiasmante vivere con loro e raccogliere la freschezza della loro fede e il desiderio di donarsi a Cristo. Il loro percorso di preparazione è durato più di 3 anni.
Venerdì santo, alle 5 del mattino, abbiamo attraversato le strade della città per la Via Crucis. Partenza da 4 luoghi diversi e arrivo insieme in parrocchia.
Sabato Santo ho vissuto la veglia in una cappella (Nostra Signora d’Africa) senza pareti e col tetto di paglia. Ho celebrato 54 battesimi versando più acqua possibile sui “nuovi nati” (così la chiesa dei primi secoli li chiama) che gridavano di gioia, saltavano.
Una di loro non mi ha neanche lasciato finire ed è saltata in aria. I battezzati si rivestono del vestito nuovo e lo portano ogni giorno fino alla Pentecoste.
Ho chiesto a Brigitte: “che cosa significa il vestito bianco?”. “Che Cristo vive dentro di me”.
Il giorno di Pasqua tutti e 350 si sono riuniti in parrocchia per la messa, col vescovo. Qui la festa di battesimo ha carattere comunitario. Nell’area sacra dietro casa nostra circa 300 persone si sono riunite per festeggiare.
Dopo una lunga danza in cerchio le famiglie hanno portato il pasto da casa e lo hanno condiviso. Basta un vassoio ed il gioco è fatto. Ci si siete per terra e si mette il vassoio al centro e si mangia esclusivamente con le mani.
La seconda domenica di Pasqua ero a Moudou, il villaggio più lontano in direzione nord-est. Era da Natale che nessuno andava. Per arrivare abbiamo attraversato in moto una foresta. Dopo le confessioni abbiamo celebrato la Messa in una cappellina in muratura col tetto di paglia. Abbiamo concluso con l’unzione dei malati. Al momento del ringraziamento una signora percussionista ha suonato il retro di una bacinella Inox. Ritmo irresistibile.
Dopo la Messa sono andato col responsabile da Julienne, una signora anziana malata che desiderava tanto ricevere la comunione. Entrando nella sua capanna ho trovato: il letto (senza materasso), la stuoia, qualche straccio per terra e una bacinella. Ho provato un senso di vergogna al confronto con la mia stanza.
Abbiamo pregato e poi come d’abitudine la comunità ci ha offerto il pasto, sempre a base di polenta, sempre con le mani.
Raccontano di una suora che una volta ha chiesto una forchetta. Hanno cercato in un intero villaggio senza trovarla.
François Saleh è un missionario saveriano originario di Magau, un villaggio sperduto nella savana, senza strade, senza luce, senza molte cose. Martedì sono andato a trovare la sua famiglia ed è stato il momento più bello che ricordi, da tanti anni a questa parte. Il papà mi ha accolto con amore. Abbiamo provato a fare una video-chiamata disperata perché di solito non c’è rete ed ha funzionato. L’emozione era vivida nell’aria nel vedere e parlare al proprio figlio e fratello, missionario in Marocco.
L’organizzazione delle case Massa è interessante. Un grande cerchio di case africane col tetto di paglia.
Al centro un recinto di legno per i buoi. Ogni casa è una famiglia. Ogni famiglia ha la sua cucina ed il suo granaio. La prossima volta vorrei fermarmi una settimana perché mi sono veramente sentito a casa mia.
Carissimi, la pioggia continua così come la passione per la missione. Pregate per me perché sia in grado di portare avanti l’incarico che il vescovo mi ha affidato: cominciare una nuova parrocchia che si chiama “San Francesco Saverio”.
Immagine
- Foto di padre Carlo Salvadori

P. Carlo Salvadori con alcuni dei "nuovi nati"


