Mandati a tutte le genti
Letture: At 1, 1-11; Ef 1, 17-23; Mt 28, 16-20
Luca negli Atti pone l’Ascensione dopo quaranta giorni dalla Resurrezione (prima Lettura: At 1,3), per indicare un tempo compiuto, stabilito da Dio (tale è il significato biblico del numero quaranta): nel suo Vangelo invece l’Ascensione avviene nel giorno stesso di Pasqua (Lc 24,50-52; cfr Mc 16,19), per sottolineare che Resurrezione e Ascensione sono l’unico momento dell’“entrare nella gloria” (Lc 24,26). L’“Ascensione” è un’immagine in linguaggio spazio-temporale per esprimere che da un certo momento Cristo non fu più rinvenibile dalla nostra percezione umana: egli è il Vivente al di fuori dello spazio e del tempo, nell’eternità di Dio, “in cielo” (At 1,10-11).
Ma ormai la missione di Gesù è continuata dalla missione di cristiani (Vangelo: Mt 28,19-20). Alcune osservazioni su questo mandato. Il comando del Signore va tradotto non: “Ammaestrate”, ma più propriamente: “Fate discepole tutte le genti” (“Matheùsate panta ta èthne”). “Fate discepoli” è secondo il senso ebraico: il discepolo (“mathetès”) diventava membro della famiglia del Rabbi, il legame che stabiliva con lui era più forte dei vincoli di sangue. Anche Gesù si comporta così verso coloro che lo seguono: “«Chi è mia madre e chi sono i miei fratelli?». Stendendo la mano verso i suoi discepoli disse: «Ecco mia madre ed ecco i miei fratelli»“ (Mt 12,47-50). “Matheùsate” non significa perciò trasmettere un insegnamento, ma inserire in un’esperienza vitale: equivale perciò a: “Fate membri della famiglia del Maestro”, “Rendete suoi intimi, suoi amici carissimi, suoi fratelli”. Ecco perché il fine specifico della missione è la “plantatio ecclesiae”, la fondazione della Chiesa (Ad gentes, n. 6), che è la “famiglia di Dio” (Ef 2,19; Gal 6,10; Eb 3,6). Si noti bene: “Matheùsate” è aoristo, che esprime dinamismo operativo, ed equivale quindi a: “Non cessate mai di fare membri della famiglia di Dio”.
Il comando di Gesù nel Vangelo di Matteo precisa le modalità di questa chiamata con tre participi, tradotti come gerundi in italiano. Il primo di essi, “andando” (“poreuenthèntes”), esprime l’aspetto propriamente missionario: non ci viene detto che gli altri accorreranno da noi, ma che noi dovremo muoverci, esporci, metterci in discussione, in cammino, in esodo verso gli uomini.
Il secondo participio greco afferma: “Immergendole nel nome («baptìzontes autoùs eis to ònoma») del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo”. Non sottolineiamo subito l’aspetto sacramentale del termine (“battezzandole”): lasciamoci prima conquistare dal suo significato letterale, che è “immergere nel nome”. Per gli ebrei, il nome indica l’essenza, la natura più intima (Gen 2,19-20): e l’essenza di Dio è l’Amore (1 Gv 4,8): Dio altro non è che Agape, cioè Amore purissimo, totale. “Immergere nel Nome” tutte le genti vuol dire fare provare ai fratelli la tenerezza dell’Amore di Dio, fare loro gustare la sua dolcezza, coprirli di una dimensione di carità e di servizio, significa cioè farli sentire amati da Dio, essendo noi i tramiti e i mezzi per questa esperienza (Mc 6,13; Gv 13,35). Diamo al mondo questo segno? Ci riconoscono come Suoi dall’intensità d’amore che regna nella Chiesa (Gv 13,14)? Solo quando gli uomini saranno stati “immersi” in un’esperienza di amore veramente eucaristico saranno pronti per un’evangelizzazione esplicita.
E allora si potrà realizzare il terzo participio del comando: “insegnando loro («didàskontes autoùs») ad osservare tutto ciò che vi ho comandato”: l’aspetto catechetico della missione. Lo scopo della missione della Chiesa è quindi fare aderire a Cristo, far vivere l’esperienza di lui, fare innamorare di lui, della sua Persona e della sua Parola.
Fonte
ASCENSIONE DEL SIGNORE
il:
– di:
Mandati a tutte le genti
Letture: At 1, 1-11; Ef 1, 17-23; Mt 28, 16-20
Luca negli Atti pone l’Ascensione dopo quaranta giorni dalla Resurrezione (prima Lettura: At 1,3), per indicare un tempo compiuto, stabilito da Dio (tale è il significato biblico del numero quaranta): nel suo Vangelo invece l’Ascensione avviene nel giorno stesso di Pasqua (Lc 24,50-52; cfr Mc 16,19), per sottolineare che Resurrezione e Ascensione sono l’unico momento dell’“entrare nella gloria” (Lc 24,26). L’“Ascensione” è un’immagine in linguaggio spazio-temporale per esprimere che da un certo momento Cristo non fu più rinvenibile dalla nostra percezione umana: egli è il Vivente al di fuori dello spazio e del tempo, nell’eternità di Dio, “in cielo” (At 1,10-11).
Ma ormai la missione di Gesù è continuata dalla missione di cristiani (Vangelo: Mt 28,19-20). Alcune osservazioni su questo mandato. Il comando del Signore va tradotto non: “Ammaestrate”, ma più propriamente: “Fate discepole tutte le genti” (“Matheùsate panta ta èthne”). “Fate discepoli” è secondo il senso ebraico: il discepolo (“mathetès”) diventava membro della famiglia del Rabbi, il legame che stabiliva con lui era più forte dei vincoli di sangue. Anche Gesù si comporta così verso coloro che lo seguono: “«Chi è mia madre e chi sono i miei fratelli?». Stendendo la mano verso i suoi discepoli disse: «Ecco mia madre ed ecco i miei fratelli»“ (Mt 12,47-50). “Matheùsate” non significa perciò trasmettere un insegnamento, ma inserire in un’esperienza vitale: equivale perciò a: “Fate membri della famiglia del Maestro”, “Rendete suoi intimi, suoi amici carissimi, suoi fratelli”. Ecco perché il fine specifico della missione è la “plantatio ecclesiae”, la fondazione della Chiesa (Ad gentes, n. 6), che è la “famiglia di Dio” (Ef 2,19; Gal 6,10; Eb 3,6). Si noti bene: “Matheùsate” è aoristo, che esprime dinamismo operativo, ed equivale quindi a: “Non cessate mai di fare membri della famiglia di Dio”.
Il comando di Gesù nel Vangelo di Matteo precisa le modalità di questa chiamata con tre participi, tradotti come gerundi in italiano. Il primo di essi, “andando” (“poreuenthèntes”), esprime l’aspetto propriamente missionario: non ci viene detto che gli altri accorreranno da noi, ma che noi dovremo muoverci, esporci, metterci in discussione, in cammino, in esodo verso gli uomini.
Il secondo participio greco afferma: “Immergendole nel nome («baptìzontes autoùs eis to ònoma») del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo”. Non sottolineiamo subito l’aspetto sacramentale del termine (“battezzandole”): lasciamoci prima conquistare dal suo significato letterale, che è “immergere nel nome”. Per gli ebrei, il nome indica l’essenza, la natura più intima (Gen 2,19-20): e l’essenza di Dio è l’Amore (1 Gv 4,8): Dio altro non è che Agape, cioè Amore purissimo, totale. “Immergere nel Nome” tutte le genti vuol dire fare provare ai fratelli la tenerezza dell’Amore di Dio, fare loro gustare la sua dolcezza, coprirli di una dimensione di carità e di servizio, significa cioè farli sentire amati da Dio, essendo noi i tramiti e i mezzi per questa esperienza (Mc 6,13; Gv 13,35). Diamo al mondo questo segno? Ci riconoscono come Suoi dall’intensità d’amore che regna nella Chiesa (Gv 13,14)? Solo quando gli uomini saranno stati “immersi” in un’esperienza di amore veramente eucaristico saranno pronti per un’evangelizzazione esplicita.
E allora si potrà realizzare il terzo participio del comando: “insegnando loro («didàskontes autoùs») ad osservare tutto ciò che vi ho comandato”: l’aspetto catechetico della missione. Lo scopo della missione della Chiesa è quindi fare aderire a Cristo, far vivere l’esperienza di lui, fare innamorare di lui, della sua Persona e della sua Parola.
Fonte
Mandati a tutte le genti
Letture: At 1, 1-11; Ef 1, 17-23; Mt 28, 16-20
Luca negli Atti pone l’Ascensione dopo quaranta giorni dalla Resurrezione (prima Lettura: At 1,3), per indicare un tempo compiuto, stabilito da Dio (tale è il significato biblico del numero quaranta): nel suo Vangelo invece l’Ascensione avviene nel giorno stesso di Pasqua (Lc 24,50-52; cfr Mc 16,19), per sottolineare che Resurrezione e Ascensione sono l’unico momento dell’“entrare nella gloria” (Lc 24,26). L’“Ascensione” è un’immagine in linguaggio spazio-temporale per esprimere che da un certo momento Cristo non fu più rinvenibile dalla nostra percezione umana: egli è il Vivente al di fuori dello spazio e del tempo, nell’eternità di Dio, “in cielo” (At 1,10-11).
Ma ormai la missione di Gesù è continuata dalla missione di cristiani (Vangelo: Mt 28,19-20). Alcune osservazioni su questo mandato. Il comando del Signore va tradotto non: “Ammaestrate”, ma più propriamente: “Fate discepole tutte le genti” (“Matheùsate panta ta èthne”). “Fate discepoli” è secondo il senso ebraico: il discepolo (“mathetès”) diventava membro della famiglia del Rabbi, il legame che stabiliva con lui era più forte dei vincoli di sangue. Anche Gesù si comporta così verso coloro che lo seguono: “«Chi è mia madre e chi sono i miei fratelli?». Stendendo la mano verso i suoi discepoli disse: «Ecco mia madre ed ecco i miei fratelli»“ (Mt 12,47-50). “Matheùsate” non significa perciò trasmettere un insegnamento, ma inserire in un’esperienza vitale: equivale perciò a: “Fate membri della famiglia del Maestro”, “Rendete suoi intimi, suoi amici carissimi, suoi fratelli”. Ecco perché il fine specifico della missione è la “plantatio ecclesiae”, la fondazione della Chiesa (Ad gentes, n. 6), che è la “famiglia di Dio” (Ef 2,19; Gal 6,10; Eb 3,6). Si noti bene: “Matheùsate” è aoristo, che esprime dinamismo operativo, ed equivale quindi a: “Non cessate mai di fare membri della famiglia di Dio”.
Il comando di Gesù nel Vangelo di Matteo precisa le modalità di questa chiamata con tre participi, tradotti come gerundi in italiano. Il primo di essi, “andando” (“poreuenthèntes”), esprime l’aspetto propriamente missionario: non ci viene detto che gli altri accorreranno da noi, ma che noi dovremo muoverci, esporci, metterci in discussione, in cammino, in esodo verso gli uomini.
Il secondo participio greco afferma: “Immergendole nel nome («baptìzontes autoùs eis to ònoma») del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo”. Non sottolineiamo subito l’aspetto sacramentale del termine (“battezzandole”): lasciamoci prima conquistare dal suo significato letterale, che è “immergere nel nome”. Per gli ebrei, il nome indica l’essenza, la natura più intima (Gen 2,19-20): e l’essenza di Dio è l’Amore (1 Gv 4,8): Dio altro non è che Agape, cioè Amore purissimo, totale. “Immergere nel Nome” tutte le genti vuol dire fare provare ai fratelli la tenerezza dell’Amore di Dio, fare loro gustare la sua dolcezza, coprirli di una dimensione di carità e di servizio, significa cioè farli sentire amati da Dio, essendo noi i tramiti e i mezzi per questa esperienza (Mc 6,13; Gv 13,35). Diamo al mondo questo segno? Ci riconoscono come Suoi dall’intensità d’amore che regna nella Chiesa (Gv 13,14)? Solo quando gli uomini saranno stati “immersi” in un’esperienza di amore veramente eucaristico saranno pronti per un’evangelizzazione esplicita.
E allora si potrà realizzare il terzo participio del comando: “insegnando loro («didàskontes autoùs») ad osservare tutto ciò che vi ho comandato”: l’aspetto catechetico della missione. Lo scopo della missione della Chiesa è quindi fare aderire a Cristo, far vivere l’esperienza di lui, fare innamorare di lui, della sua Persona e della sua Parola.
Fonte
TAG
CONDIVIDI
Salmo V DOMENICA DI PASQUA
V DOMENICA DI PASQUA
Salmo IV DOMENICA DI PASQUA
IV DOMENICA DI PASQUA
Salmo III DOMENICA DI PASQUA
III DOMENICA DI PASQUA
Salmo II DOMENICA DI PASQUA
II DOMENICA DI PASQUA
Salmo DOMENICA DI PASQUA
DOMENICA DI PASQUA