VI DOMENICA DI PASQUA

il: 

5 Maggio 2026

di: 

giovanni 1
giovanni 1

Immagine elaborata digitalmente

Templi vivi dello Spirito Santo

Letture: At 8,5-8.14-17; 1 Pt 3,15-18; Gv 14,15-21

Nell’Antico Testamento troviamo talora esempi di relazioni strette tra due personaggi, di cui uno muore o scompare di scena e l’altro ne prende il posto raccogliendone lo spirito: Mosè e Giosuè (Dt 34,9), Elia ed Eliseo (2 Re 2,9.15)… Alla sua morte in croce, Gesù effonde il suo Spirito sui credenti (Gv 19,30: “Emise lo Spirito”; cfr 7,38-39); è lo Spirito il grande dono del Risorto (Gv 20,22). Per Giovanni, colui che egli chiama “un altro Paraclito” (Vangelo: Gv 14,16) è un altro Gesù. Il termine “paràkletos” come passivo di “parakalèin” è il “chiamato vicino”, l’avvocato difensore, o meglio, in Giovanni, il testimone a favore in un processo; in forma attiva “parakalèin” è “colui che si fa vicino”, il protettore, l’amico, il consolatore; correlato a “paràklesis”, è colui che esorta, che incoraggia. Girolamo, traducendo il Vangelo in latino, preferisce perciò, per mantenere tutti i significati, la semplice traslitterazione dal greco, “paracletus”. Lo Spirito procede dal Padre, che lo invia nel nome di Gesù (Gv 14,16.26): ma anche Gesù lo invia autonomamente (Gv 15,26; 16,7): i Concili Ecumenici cattolici concluderanno che “procede dal Padre e dal Figlio”. Ma poiché il Paraclito può venire solo quando Gesù se ne va (Gv 16,7), il Paraclito è la presenza di Gesù quando Gesù è assente.

Lo Spirito Santo inabita nei cuori dei cristiani. Nel Vangelo di oggi, in uno stupendo crescendo, non solo si afferma che egli è con (“metà”) i credenti, ma che è presso (“parà”) di loro, anzi in (“en”) loro (Gv 14,16-17): essi sono così diventati “Pneumatofori”, “Portatori dello Spirito Santo” (Rm 8,9-11; 1 Cor 3,16-17…), “dimora di Dio per mezzo dello Spirito” (Ef 2,20.22). Che stupendo mistero è offerto alla nostra contemplazione: siamo templi vivi dello Spirito Santo! Ciascuno di noi è un tabernacolo vivente della sua presenza! Incontrandoci, dovremmo genuflettere gli uni davanti agli altri!

I risvolti di questa realtà sono impressionanti. Innanzitutto, Dio non è mai lontano da ciascuno di noi: basta che ci raccogliamo un attimo in noi stessi per trovarvi lo Spirito d’Amore di Dio, che ci parla, ci guida, ci illumina e ci dà forza anche “per rendere ragione della speranza che è in noi” fino a “soffrire operando il bene piuttosto che fare il male” (seconda Lettura: 1 Pt 3,15-18). Inoltre ciascun uomo è sempre un valore immenso, perché inabitato dallo Spirito: si fonda qui la teologia della sessualità: “Fuggite la fornicazione…! Non sapete che il vostro corpo è tempio dello Spirito Santo che è in voi?” (1 Cor 6,18-20). Ma dall’inabitazione dello Spirito di Dio in ogni uomo sgorga anche il nostro rispetto per il corpo del malato, del sofferente, di ogni vita umana dal suo sorgere al suo declinare: nasce la nostra lotta contro l’aborto e contro l’eutanasia, contro la pena di morte e contro ogni ingiustizia, violenza, miseria, oppressione che mortificano l’uomo. È la dinamica della prima Lettura, in cui Filippo va tra gli scomunicati Samaritani a cacciare i demoni, a guarire i malati, a portare a tutti una grande gioia: e Pietro e Giovanni suggellano la sua opera con l’imposizione delle mani per la discesa dello Spirito (At 8,5-8.14-17). Dio non vuole essere servito e onorato tanto in chiese di muratura quanto in quei templi vivi che sono i fratelli (Is 1,10-17). È per questo che lo Spirito Santo è dalla Chiesa chiamato “Padre dei poveri”: perché è soprattutto nel fratello sofferente che lo troviamo, che dobbiamo amarlo e servirlo. Una Chiesa che smarrisca il senso della priorità dei poveri, è una Chiesa che perde la Presenza privilegiata dello Spirito di Dio, e che quindi viene meno alla sua vocazione di essere essa stessa è “tempio vivo dello Spirito” (Pref. VIII per annum): una Chiesa senza i poveri è una Chiesa senza Dio.

Fonte

Templi vivi dello Spirito Santo

Letture: At 8,5-8.14-17; 1 Pt 3,15-18; Gv 14,15-21

Nell’Antico Testamento troviamo talora esempi di relazioni strette tra due personaggi, di cui uno muore o scompare di scena e l’altro ne prende il posto raccogliendone lo spirito: Mosè e Giosuè (Dt 34,9), Elia ed Eliseo (2 Re 2,9.15)… Alla sua morte in croce, Gesù effonde il suo Spirito sui credenti (Gv 19,30: “Emise lo Spirito”; cfr 7,38-39); è lo Spirito il grande dono del Risorto (Gv 20,22). Per Giovanni, colui che egli chiama “un altro Paraclito” (Vangelo: Gv 14,16) è un altro Gesù. Il termine “paràkletos” come passivo di “parakalèin” è il “chiamato vicino”, l’avvocato difensore, o meglio, in Giovanni, il testimone a favore in un processo; in forma attiva “parakalèin” è “colui che si fa vicino”, il protettore, l’amico, il consolatore; correlato a “paràklesis”, è colui che esorta, che incoraggia. Girolamo, traducendo il Vangelo in latino, preferisce perciò, per mantenere tutti i significati, la semplice traslitterazione dal greco, “paracletus”. Lo Spirito procede dal Padre, che lo invia nel nome di Gesù (Gv 14,16.26): ma anche Gesù lo invia autonomamente (Gv 15,26; 16,7): i Concili Ecumenici cattolici concluderanno che “procede dal Padre e dal Figlio”. Ma poiché il Paraclito può venire solo quando Gesù se ne va (Gv 16,7), il Paraclito è la presenza di Gesù quando Gesù è assente.

Lo Spirito Santo inabita nei cuori dei cristiani. Nel Vangelo di oggi, in uno stupendo crescendo, non solo si afferma che egli è con (“metà”) i credenti, ma che è presso (“parà”) di loro, anzi in (“en”) loro (Gv 14,16-17): essi sono così diventati “Pneumatofori”, “Portatori dello Spirito Santo” (Rm 8,9-11; 1 Cor 3,16-17…), “dimora di Dio per mezzo dello Spirito” (Ef 2,20.22). Che stupendo mistero è offerto alla nostra contemplazione: siamo templi vivi dello Spirito Santo! Ciascuno di noi è un tabernacolo vivente della sua presenza! Incontrandoci, dovremmo genuflettere gli uni davanti agli altri!

I risvolti di questa realtà sono impressionanti. Innanzitutto, Dio non è mai lontano da ciascuno di noi: basta che ci raccogliamo un attimo in noi stessi per trovarvi lo Spirito d’Amore di Dio, che ci parla, ci guida, ci illumina e ci dà forza anche “per rendere ragione della speranza che è in noi” fino a “soffrire operando il bene piuttosto che fare il male” (seconda Lettura: 1 Pt 3,15-18). Inoltre ciascun uomo è sempre un valore immenso, perché inabitato dallo Spirito: si fonda qui la teologia della sessualità: “Fuggite la fornicazione…! Non sapete che il vostro corpo è tempio dello Spirito Santo che è in voi?” (1 Cor 6,18-20). Ma dall’inabitazione dello Spirito di Dio in ogni uomo sgorga anche il nostro rispetto per il corpo del malato, del sofferente, di ogni vita umana dal suo sorgere al suo declinare: nasce la nostra lotta contro l’aborto e contro l’eutanasia, contro la pena di morte e contro ogni ingiustizia, violenza, miseria, oppressione che mortificano l’uomo. È la dinamica della prima Lettura, in cui Filippo va tra gli scomunicati Samaritani a cacciare i demoni, a guarire i malati, a portare a tutti una grande gioia: e Pietro e Giovanni suggellano la sua opera con l’imposizione delle mani per la discesa dello Spirito (At 8,5-8.14-17). Dio non vuole essere servito e onorato tanto in chiese di muratura quanto in quei templi vivi che sono i fratelli (Is 1,10-17). È per questo che lo Spirito Santo è dalla Chiesa chiamato “Padre dei poveri”: perché è soprattutto nel fratello sofferente che lo troviamo, che dobbiamo amarlo e servirlo. Una Chiesa che smarrisca il senso della priorità dei poveri, è una Chiesa che perde la Presenza privilegiata dello Spirito di Dio, e che quindi viene meno alla sua vocazione di essere essa stessa è “tempio vivo dello Spirito” (Pref. VIII per annum): una Chiesa senza i poveri è una Chiesa senza Dio.

Fonte

giovanni 1
giovanni 1

Immagine elaborata digitalmente

CONDIVIDI