Turchia | Pregare e condividere la vita: un dialogo quotidiano con l’Islam

Immagine creata digitalmente da spazio + spadoni
I ricordi di Gabriella e Roberto Ugolini: condividere il Ramadan, pregare insieme e scoprire la fraternità universale
… seduti per terra stiamo aspettando il momento in cui dal minareto giungerà il canto del muezzin che decreta il termine del digiuno quotidiano: l’iftar.
E’ tempo di Ramadan, mese di digiuno dall’alba al tramonto. Siamo a casa di una famiglia amica che ci ha invitato a cenare con loro. Avere ospiti con cui condividere l’iftar è una cosa a cui i musulmani tengono molto, perché è radicato nella loro cultura il concetto che l’ospite è sacro in quanto è inviato da Dio.
La tovaglia di plastica stesa sul pavimento è piena di piatti semplici: riso, pane, insalata, pomodori tritati mescolati con cipolle e peperoni, conditi con succo di melograno.
Dopo il canto del muezzin il capofamiglia recita una preghiera islamica, mentre noi lo ascoltiamo in silenzio, poi chiedono anche a noi di recitare una preghiera cristiana, mentre loro ascoltano in silenzio. Queste due invocazioni si innalzano a quell’unico Dio che entrambi riconosciamo come clemente e misericordioso, datore e creatore di vita. Immaginiamo allora che entrambe le fedi siano come due strade verso l’Infinito. Si incontreranno mai? Noi crediamo di sì, in Lui certamente… e questa sera anche nella nostra condivisione dell’iftar in ‘letizia e semplicità di cuore’.
Essendo completamente immersi in ambiente musulmano, molto spesso ci capita di dover rispondere a domande che le persone ci pongono sulla nostra fede. Sono evidenti le differenze ma il dialogo, come noi cerchiamo di viverlo, è fatto anche di vivere accanto all’altro nell’accoglienza della diversità.
Un dialogo che non punta alla vittoria sull’altro, all’affermare l’unicità del proprio credo, quanto piuttosto al rispetto per la via che l’altro sta percorrendo.
Con i nostri compagni di viaggio condividiamo nel quotidiano la nostra umanità di figli di Dio.
Riconoscere che i nostri desideri, le nostre speranze, le lacrime e le gioie sono le stesse dei fratelli che vivono accanto a noi, fa parte di quella condivisione del mistero dell’incarnazione di Gesù che ha vissuto per servire e non per essere servito.
San Francesco diceva ai suoi frati che vivevano con i saraceni: “siate, nella semplicità e nell’umiltà più profonda del cuore, dei servitori di un’umanità che soffre e spera, cercando di consolare, così come siamo stati consolati”.
E’ vero: “Prima di tutto l’uomo” ha scritto il poeta turco Nazim Hikmet.
Sì, quell’uomo per il quale Gesù ha dato la vita.
Pregare in mezzo ai musulmani, allora, significa riconoscere che Dio è veramente Padre di tutti, un Padre che ci rende fratelli di coloro che, come noi, credono con tutto il loro cuore, la loro mente e la loro forza che “Dio è grande” (Allah-u-akbar).
Pregare in mezzo ai figli di Abramo è sempre motivo di stupore e fonte di ringraziamento nello scoprire che molte volte sono proprio loro quella Parola vivente, quel vangelo incarnato che ci converte quotidianamente il cuore e dal quale veniamo evangelizzati.
Dom Helder Camara, vescovo brasiliano, diceva che siamo noi, con la nostra vita e le nostre azioni, l’unico vangelo che molte persone leggeranno, quella ‘edizione speciale’ del vangelo scritta nell’umiltà e nella disponibilità ad amare.
Pregare in una realtà come questa, allora, è un’esperienza che arricchisce tanto.
La povertà di tutto ciò che ci circonda porta a ri-valutare gli aspetti più essenziali della nostra vita e della nostra fede. Anche solo il pregare, ascoltandoci mentre pronunciamo parole che non sono quelle della nostra lingua madre ri-dimensiona. Le preghiere non sono le stesse perché le traduzioni tengono conto delle differenze linguistiche. Così, un pò alla volta, ci rendiamo conto che la nostra fede è nata qui ed è da qui che è arrivata fino a noi.
“Non portate né bisaccia, né sandali, non due tuniche”. Invito alla semplicità di una fede fatta di sola fede, ri-trovata scavando dentro noi stessi e soprattutto entrando con amore dentro le immense fatiche e sofferenze di tanta gente che ci circonda, dentro le vite di quegli affaticati e oppressi che Gesù ha ri-chiamato a sé per dare loro sostegno.
Preghiera infine è per noi anche vivere quel “sacramento dell’incontro” che avviene sulla STRADA.
Strada che per noi è vita, perché è lì che incontriamo l’umanità che cerca Dio, che cerca un sorriso, una parola di conforto, uno sguardo d’amore.
E’ sulla strada che incontriamo il “samaritano” che ci soccorre e, nella gratuità, cura con generosità le ferite di orgoglio, presunzione, onnipotenza.
E’ sulla strada che incontriamo chi ci ospita nella sua casa.
“Quando il Figlio dell’uomo tornerà, troverà ancora il fuoco sulla terra?”
Sì, finché i nuovi profeti, consacrati e non, cristiani e non, avranno la capacità di farci sussultare.
Unità di cuori, di emozioni, di desiderio di mantenere il fuoco acceso per Lui, per noi, per tutti.
“E fan parte dei Suoi segni, la creazione dei cieli e della terra, la varietà dei vostri idiomi e dei vostri colori. In ciò vi sono segni per coloro che sanno.
E fan parte dei Suoi segni il sonno della notte e del giorno e la vostra ricerca della Sua grazia. Ecco davvero dei segni per coloro che sentono.
(Sura Ar-Rȗm 30,22).
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I ricordi di Gabriella e Roberto Ugolini: condividere il Ramadan, pregare insieme e scoprire la fraternità universale
… seduti per terra stiamo aspettando il momento in cui dal minareto giungerà il canto del muezzin che decreta il termine del digiuno quotidiano: l’iftar.
E’ tempo di Ramadan, mese di digiuno dall’alba al tramonto. Siamo a casa di una famiglia amica che ci ha invitato a cenare con loro. Avere ospiti con cui condividere l’iftar è una cosa a cui i musulmani tengono molto, perché è radicato nella loro cultura il concetto che l’ospite è sacro in quanto è inviato da Dio.
La tovaglia di plastica stesa sul pavimento è piena di piatti semplici: riso, pane, insalata, pomodori tritati mescolati con cipolle e peperoni, conditi con succo di melograno.
Dopo il canto del muezzin il capofamiglia recita una preghiera islamica, mentre noi lo ascoltiamo in silenzio, poi chiedono anche a noi di recitare una preghiera cristiana, mentre loro ascoltano in silenzio. Queste due invocazioni si innalzano a quell’unico Dio che entrambi riconosciamo come clemente e misericordioso, datore e creatore di vita. Immaginiamo allora che entrambe le fedi siano come due strade verso l’Infinito. Si incontreranno mai? Noi crediamo di sì, in Lui certamente… e questa sera anche nella nostra condivisione dell’iftar in ‘letizia e semplicità di cuore’.
Essendo completamente immersi in ambiente musulmano, molto spesso ci capita di dover rispondere a domande che le persone ci pongono sulla nostra fede. Sono evidenti le differenze ma il dialogo, come noi cerchiamo di viverlo, è fatto anche di vivere accanto all’altro nell’accoglienza della diversità.
Un dialogo che non punta alla vittoria sull’altro, all’affermare l’unicità del proprio credo, quanto piuttosto al rispetto per la via che l’altro sta percorrendo.
Con i nostri compagni di viaggio condividiamo nel quotidiano la nostra umanità di figli di Dio.
Riconoscere che i nostri desideri, le nostre speranze, le lacrime e le gioie sono le stesse dei fratelli che vivono accanto a noi, fa parte di quella condivisione del mistero dell’incarnazione di Gesù che ha vissuto per servire e non per essere servito.
San Francesco diceva ai suoi frati che vivevano con i saraceni: “siate, nella semplicità e nell’umiltà più profonda del cuore, dei servitori di un’umanità che soffre e spera, cercando di consolare, così come siamo stati consolati”.
E’ vero: “Prima di tutto l’uomo” ha scritto il poeta turco Nazim Hikmet.
Sì, quell’uomo per il quale Gesù ha dato la vita.
Pregare in mezzo ai musulmani, allora, significa riconoscere che Dio è veramente Padre di tutti, un Padre che ci rende fratelli di coloro che, come noi, credono con tutto il loro cuore, la loro mente e la loro forza che “Dio è grande” (Allah-u-akbar).
Pregare in mezzo ai figli di Abramo è sempre motivo di stupore e fonte di ringraziamento nello scoprire che molte volte sono proprio loro quella Parola vivente, quel vangelo incarnato che ci converte quotidianamente il cuore e dal quale veniamo evangelizzati.
Dom Helder Camara, vescovo brasiliano, diceva che siamo noi, con la nostra vita e le nostre azioni, l’unico vangelo che molte persone leggeranno, quella ‘edizione speciale’ del vangelo scritta nell’umiltà e nella disponibilità ad amare.
Pregare in una realtà come questa, allora, è un’esperienza che arricchisce tanto.
La povertà di tutto ciò che ci circonda porta a ri-valutare gli aspetti più essenziali della nostra vita e della nostra fede. Anche solo il pregare, ascoltandoci mentre pronunciamo parole che non sono quelle della nostra lingua madre ri-dimensiona. Le preghiere non sono le stesse perché le traduzioni tengono conto delle differenze linguistiche. Così, un pò alla volta, ci rendiamo conto che la nostra fede è nata qui ed è da qui che è arrivata fino a noi.
“Non portate né bisaccia, né sandali, non due tuniche”. Invito alla semplicità di una fede fatta di sola fede, ri-trovata scavando dentro noi stessi e soprattutto entrando con amore dentro le immense fatiche e sofferenze di tanta gente che ci circonda, dentro le vite di quegli affaticati e oppressi che Gesù ha ri-chiamato a sé per dare loro sostegno.
Preghiera infine è per noi anche vivere quel “sacramento dell’incontro” che avviene sulla STRADA.
Strada che per noi è vita, perché è lì che incontriamo l’umanità che cerca Dio, che cerca un sorriso, una parola di conforto, uno sguardo d’amore.
E’ sulla strada che incontriamo il “samaritano” che ci soccorre e, nella gratuità, cura con generosità le ferite di orgoglio, presunzione, onnipotenza.
E’ sulla strada che incontriamo chi ci ospita nella sua casa.
“Quando il Figlio dell’uomo tornerà, troverà ancora il fuoco sulla terra?”
Sì, finché i nuovi profeti, consacrati e non, cristiani e non, avranno la capacità di farci sussultare.
Unità di cuori, di emozioni, di desiderio di mantenere il fuoco acceso per Lui, per noi, per tutti.
“E fan parte dei Suoi segni, la creazione dei cieli e della terra, la varietà dei vostri idiomi e dei vostri colori. In ciò vi sono segni per coloro che sanno.
E fan parte dei Suoi segni il sonno della notte e del giorno e la vostra ricerca della Sua grazia. Ecco davvero dei segni per coloro che sentono.
(Sura Ar-Rȗm 30,22).
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