L’Eucarestia, sacramento dell’accoglienza
Letture: 2 Re 4, 8-11. 14-16; Rm 6, 3-4.8-11; Mt 10, 37-42
L’Eucarestia non è della Chiesa: è Dio l’Invitante, colui che ogni volta imbandisce il banchetto. È lui che ci convoca, è lui che ci accoglie: “Beati gli invitati alla mensa del Signore!”. La stessa parola “Chiesa” ci ricorda questo concetto: deriva infatti da “ek-kaleo”, “chiamare”: la Chiesa è la famiglia dei “chiamati”. L’Eucarestia non è un nostro diritto, ma dono della gratuità e benevolenza di Dio.
Ma non possiamo pretendere di essere da lui accolti se non abbiamo accolto nel nostro cuore e nella concretezza della nostra vita i fratelli, soprattutto gli ultimi, gli esclusi (prima lettura: 2 Re 4,8-11.14-16). Chi nel battesimo è morto al peccato per mezzo di Gesù Cristo, ormai vive nella logica eucaristica di Dio (seconda lettura: Rm 6,3-4.8-11), che è accoglienza per pura grazia.
“La pedagogia eucaristica andrebbe coraggiosamente ridotta a questa relazione dialettica: esclusione – comunione, non ti voglio – ti accolgo” (A. Paoli). Su questo dovrebbe vertere la preparazione catechistica dei bambini alla prima Comunione: non tanto sull’insegnamento di definizioni e di norme, ma di una dimensione interiore di gratuità, di solidarietà, di ospitalità. Quando il bambino ha compreso la logica dell’accoglienza dell’altro, del compagno emarginato e meno fortunato, del nonno malato, della mamma che deve essere aiutata, del povero che va soccorso, solo allora è pronto per l’Eucarestia.
Su questo aspetto deve meditare il nostro esame di coscienza “prima di accostarci ai Santi Misteri”. Solo chi è nell’ottica della comunione con i fratelli può entrare in comunione con Cristo: il Vangelo odierno ribadisce questa misteriosa identificazione di Dio negli uomini: “Chi accoglie voi accoglie me” (Mt 10,37-42). “Venne fra la sua gente, ma i suoi non l’hanno accolto” (Gv 1,11-12): quante volte non sappiamo accogliere Gesù che “viene tra la sua gente”, che si presenta a noi nelle vesti dei fratelli!
Bisogna avere davvero il coraggio di prendere sul serio l’Eucarestia, e di non celebrarla quando le nostre scelte politiche non hanno privilegiato i poveri nei quali il Cristo si identifica, le nostre scelte sociali non hanno voluto che le nostre Parrocchie o i nostri quartieri diventassero ospitalità per gli emarginati, gli stranieri, i migranti, i tossicodipendenti…
Scrive Bernier, riferendo uno dei tanti episodi dell’invasione delle Americhe da parte dei bianchi: “Pizzarro e i suoi uomini, dopo essersi confessati ed aver partecipato alla Messa, sorpresero Atahualpa e, armati fino ai denti, uccisero oltre tremila uomini disarmati, per non parlare di donne e bambini. Gran bella Messa, davvero…! Qualche volta dovremmo ripensare con vergogna a situazioni, personaggi e momenti storici in cui la partecipazione alla mensa del Signore è servita da alibi a tanti gesti inumani. Anche ai nostri giorni, più vicino a noi, sono tanti coloro che sfruttano la terra, minacciano con i loro affari interi sistemi economici, riducono la gente in povertà e si arricchiscono in vari modi a spese degli altri. Eppure, alcune di queste stesse persone non trovano nulla di strano nel frequentare la chiesa e partecipare alla liturgia”, come abbiamo visto drammaticamente di recente i Signori della guerra farsi benedire da Pastori compiacenti o usare la Bibbia come giustificazione dei loro crimini.
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XIII DOMENICA TEMPO ORDINARIO
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– di:
L’Eucarestia, sacramento dell’accoglienza
Letture: 2 Re 4, 8-11. 14-16; Rm 6, 3-4.8-11; Mt 10, 37-42
L’Eucarestia non è della Chiesa: è Dio l’Invitante, colui che ogni volta imbandisce il banchetto. È lui che ci convoca, è lui che ci accoglie: “Beati gli invitati alla mensa del Signore!”. La stessa parola “Chiesa” ci ricorda questo concetto: deriva infatti da “ek-kaleo”, “chiamare”: la Chiesa è la famiglia dei “chiamati”. L’Eucarestia non è un nostro diritto, ma dono della gratuità e benevolenza di Dio.
Ma non possiamo pretendere di essere da lui accolti se non abbiamo accolto nel nostro cuore e nella concretezza della nostra vita i fratelli, soprattutto gli ultimi, gli esclusi (prima lettura: 2 Re 4,8-11.14-16). Chi nel battesimo è morto al peccato per mezzo di Gesù Cristo, ormai vive nella logica eucaristica di Dio (seconda lettura: Rm 6,3-4.8-11), che è accoglienza per pura grazia.
“La pedagogia eucaristica andrebbe coraggiosamente ridotta a questa relazione dialettica: esclusione – comunione, non ti voglio – ti accolgo” (A. Paoli). Su questo dovrebbe vertere la preparazione catechistica dei bambini alla prima Comunione: non tanto sull’insegnamento di definizioni e di norme, ma di una dimensione interiore di gratuità, di solidarietà, di ospitalità. Quando il bambino ha compreso la logica dell’accoglienza dell’altro, del compagno emarginato e meno fortunato, del nonno malato, della mamma che deve essere aiutata, del povero che va soccorso, solo allora è pronto per l’Eucarestia.
Su questo aspetto deve meditare il nostro esame di coscienza “prima di accostarci ai Santi Misteri”. Solo chi è nell’ottica della comunione con i fratelli può entrare in comunione con Cristo: il Vangelo odierno ribadisce questa misteriosa identificazione di Dio negli uomini: “Chi accoglie voi accoglie me” (Mt 10,37-42). “Venne fra la sua gente, ma i suoi non l’hanno accolto” (Gv 1,11-12): quante volte non sappiamo accogliere Gesù che “viene tra la sua gente”, che si presenta a noi nelle vesti dei fratelli!
Bisogna avere davvero il coraggio di prendere sul serio l’Eucarestia, e di non celebrarla quando le nostre scelte politiche non hanno privilegiato i poveri nei quali il Cristo si identifica, le nostre scelte sociali non hanno voluto che le nostre Parrocchie o i nostri quartieri diventassero ospitalità per gli emarginati, gli stranieri, i migranti, i tossicodipendenti…
Scrive Bernier, riferendo uno dei tanti episodi dell’invasione delle Americhe da parte dei bianchi: “Pizzarro e i suoi uomini, dopo essersi confessati ed aver partecipato alla Messa, sorpresero Atahualpa e, armati fino ai denti, uccisero oltre tremila uomini disarmati, per non parlare di donne e bambini. Gran bella Messa, davvero…! Qualche volta dovremmo ripensare con vergogna a situazioni, personaggi e momenti storici in cui la partecipazione alla mensa del Signore è servita da alibi a tanti gesti inumani. Anche ai nostri giorni, più vicino a noi, sono tanti coloro che sfruttano la terra, minacciano con i loro affari interi sistemi economici, riducono la gente in povertà e si arricchiscono in vari modi a spese degli altri. Eppure, alcune di queste stesse persone non trovano nulla di strano nel frequentare la chiesa e partecipare alla liturgia”, come abbiamo visto drammaticamente di recente i Signori della guerra farsi benedire da Pastori compiacenti o usare la Bibbia come giustificazione dei loro crimini.
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L’Eucarestia, sacramento dell’accoglienza
Letture: 2 Re 4, 8-11. 14-16; Rm 6, 3-4.8-11; Mt 10, 37-42
L’Eucarestia non è della Chiesa: è Dio l’Invitante, colui che ogni volta imbandisce il banchetto. È lui che ci convoca, è lui che ci accoglie: “Beati gli invitati alla mensa del Signore!”. La stessa parola “Chiesa” ci ricorda questo concetto: deriva infatti da “ek-kaleo”, “chiamare”: la Chiesa è la famiglia dei “chiamati”. L’Eucarestia non è un nostro diritto, ma dono della gratuità e benevolenza di Dio.
Ma non possiamo pretendere di essere da lui accolti se non abbiamo accolto nel nostro cuore e nella concretezza della nostra vita i fratelli, soprattutto gli ultimi, gli esclusi (prima lettura: 2 Re 4,8-11.14-16). Chi nel battesimo è morto al peccato per mezzo di Gesù Cristo, ormai vive nella logica eucaristica di Dio (seconda lettura: Rm 6,3-4.8-11), che è accoglienza per pura grazia.
“La pedagogia eucaristica andrebbe coraggiosamente ridotta a questa relazione dialettica: esclusione – comunione, non ti voglio – ti accolgo” (A. Paoli). Su questo dovrebbe vertere la preparazione catechistica dei bambini alla prima Comunione: non tanto sull’insegnamento di definizioni e di norme, ma di una dimensione interiore di gratuità, di solidarietà, di ospitalità. Quando il bambino ha compreso la logica dell’accoglienza dell’altro, del compagno emarginato e meno fortunato, del nonno malato, della mamma che deve essere aiutata, del povero che va soccorso, solo allora è pronto per l’Eucarestia.
Su questo aspetto deve meditare il nostro esame di coscienza “prima di accostarci ai Santi Misteri”. Solo chi è nell’ottica della comunione con i fratelli può entrare in comunione con Cristo: il Vangelo odierno ribadisce questa misteriosa identificazione di Dio negli uomini: “Chi accoglie voi accoglie me” (Mt 10,37-42). “Venne fra la sua gente, ma i suoi non l’hanno accolto” (Gv 1,11-12): quante volte non sappiamo accogliere Gesù che “viene tra la sua gente”, che si presenta a noi nelle vesti dei fratelli!
Bisogna avere davvero il coraggio di prendere sul serio l’Eucarestia, e di non celebrarla quando le nostre scelte politiche non hanno privilegiato i poveri nei quali il Cristo si identifica, le nostre scelte sociali non hanno voluto che le nostre Parrocchie o i nostri quartieri diventassero ospitalità per gli emarginati, gli stranieri, i migranti, i tossicodipendenti…
Scrive Bernier, riferendo uno dei tanti episodi dell’invasione delle Americhe da parte dei bianchi: “Pizzarro e i suoi uomini, dopo essersi confessati ed aver partecipato alla Messa, sorpresero Atahualpa e, armati fino ai denti, uccisero oltre tremila uomini disarmati, per non parlare di donne e bambini. Gran bella Messa, davvero…! Qualche volta dovremmo ripensare con vergogna a situazioni, personaggi e momenti storici in cui la partecipazione alla mensa del Signore è servita da alibi a tanti gesti inumani. Anche ai nostri giorni, più vicino a noi, sono tanti coloro che sfruttano la terra, minacciano con i loro affari interi sistemi economici, riducono la gente in povertà e si arricchiscono in vari modi a spese degli altri. Eppure, alcune di queste stesse persone non trovano nulla di strano nel frequentare la chiesa e partecipare alla liturgia”, come abbiamo visto drammaticamente di recente i Signori della guerra farsi benedire da Pastori compiacenti o usare la Bibbia come giustificazione dei loro crimini.
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