Luca, conformemente agli altri sinottici, e Giovanni, apre il Vangelo propriamente detto con la predicazione del Battista (3,1-20), ma a differenza degli altri evangelisti premette un ampio quadro della situazione politico-religiosa in cui il precursore comincia la sua manifestazione, dall’imperatore di Roma al pontificato di Anna e Caifa. Il “quindicesimo anno dell’impero di Tiberio Cesare” oscilla tra il 26 e il 28 dell’era cristiana.
Luca abbonda nella sua enumerazione richiamando accanto alla Galilea e Giudea i domini pagani, appunto per ricordare che non solo Israele ma anche i gentili erano chiamati a passare sotto la regalità di Cristo.
Luca nel “racconto” dell’infanzia (1,5-80) aveva lasciato Giovanni “nel deserto”; da qui riprende ora a parlare della sua missione, solo che a differenza di Matteo e Marco il precursore non è ferma in un luogo ma si muove “per tutta la regione del Giordano” (3,3), piuttosto popolata all’epoca per l’attività edilizia di Erode il grande e di Archelao: non è tanto un eremita che si ritira nel deserto, quanto piuttosto un profeta itinerante.
La missione di Giovanni è quella di tutti i profeti: riportare il popolo al suo Dio. La conversione è il tema abituale della predicazione profetica. Difatti non si è mai pienamente orientati verso il bene, verso Dio e il prossimo, c’è sempre qualcosa o molto da modificare, rettificare, perfezionare. Il grido di Giovanni “Preparate la via del Signore, raddrizzate i suoi sentieri” non risuona mai invano per quanti si mettono in ascolto della Parola di Dio che è sempre una spada tagliente, a doppio taglio che ha molto da recidere, sradicare nel cuore degli uomini, soprattutto del credente (cfr Is 49,2; Ebr 4,12).
Giovanni accompagna la sua predicazione con l’invito a sottoporsi a un rito simbolico che di per sé non realizzava ma indicava il cambiamento di vita che il penitente si proponeva di attuare.
Il “battesimo” consisteva in un’immersione e riemersione nelle e dalle acque del Giordano. Con tale gesto l’uomo segnalava ai presenti che nel suo intimo si andava verificando come un’abluzione spirituale, un rinnegamento delle sue vecchie abitudini con l’intento di far subentrare un nuovo regime di vita, fatto di umiltà, bontà, mansuetudine, lealtà.
Le parole pronunciate o poste in bocca a Giovanni provengono da Is 40, 2-5 e sono quelle con cui il grande profeta postesilico annunzia ai suoi connazionali la fine della schiavitù babilonese e il ritorno in patria. Si tratta pertanto di un annuncio di consolazione e non di un oracolo di sciagure. Giovanni assumerà anche la figura di un predicatore arcigno e catastrofico (Lc 3,7-18), ma in questi primi tratti della sua missione è un annunciatore di gioiose notizie, in altre parole del “Vangelo”.
Siamo nella domenica “laetare”, della Gioia: Sofonia nella prima lettura (Sof 3,14-27), prorompe per noi in un magnifico grido: “Gioite, esultate, rallegratevi, perché il Signore è in mezzo a voi, e vi toglie ogni ansia, è un Salvatore potente. E anzi vi ama così tanto che è lui che gioisce per voi, anche se siete fragili, indegni, peccatori!”. E lo ripete Paolo nella seconda lettura: “Rallegratevi nel Signore. Ve lo ripeto ancora: rallegratevi…! Il Signore è vicino! Non angustiatevi per nulla!” (Fil 4,4-7).
Questa è la caratteristica del cristiano: la Gioia, anche nelle difficoltà e nelle tribolazioni, ma occorre educarsi alla Gioia: bisogna accoglierla, farle spazio nel proprio cuore. La “strada” da preparare non è più quella che attraversa il deserto, da Babilonia a Gerusalemme, bensì quella più breve, però più insidiosa che va dalla mente al cuore, alla volontà dell’uomo, e dove si annidano ansie e preoccupazioni di ogni genere che ne ostacolano e ne impediscono la percorribilità.
Sfilano infine davanti al Battista tre categorie diverse. Queste pericopi (vv. 10-14) che sono esclusive di Luca rivelano l’interesse dell’evangelista per la dimensione universale della redenzione. È un saggio di “morale professionale”.
Gli Ebrei che vanamente allegano la loro discendenza da Abramo e che devono, invece, compiere “frutti degni di conversione”, cioè che testimonino un autentico mutamento di vita.
I pubblicani, cioè gli esattori delle tasse e i loro subalterni, invitati al rigore della giustizia evitando corruzioni e vessazioni.
I soldati, ai quali si impone il superamento di ogni tipo di violenza.
“E noi che cosa dobbiamo fare…? Non conta ciò che fai, ma come lo fai. Puoi essere parlamentare o casalinga, prete o contadino, docente o militare, commercialista o impiegato, non conta la professione, ma la qualità del tuo agire: con quanta giustizia, impegno, umanità, con quanta passione e autenticità svolgi il tuo compito. Là dove sei chiamato a vivere, nell’umile quotidiano, lì devi essere uomo di giustizia e di comunione. È la tua profezia. Allora, a cominciare da te, si riprende a tessere il tessuto buono del mondo” (E. Ronchi). E a diffondere la Gioia di Dio.
III Domenica Di Avvento Anno C
il:
– di:
Letture: Sof 3,14-17; Fil 4,4-7; Lc 3,10-18
Luca, conformemente agli altri sinottici, e Giovanni, apre il Vangelo propriamente detto con la predicazione del Battista (3,1-20), ma a differenza degli altri evangelisti premette un ampio quadro della situazione politico-religiosa in cui il precursore comincia la sua manifestazione, dall’imperatore di Roma al pontificato di Anna e Caifa. Il “quindicesimo anno dell’impero di Tiberio Cesare” oscilla tra il 26 e il 28 dell’era cristiana.
Luca abbonda nella sua enumerazione richiamando accanto alla Galilea e Giudea i domini pagani, appunto per ricordare che non solo Israele ma anche i gentili erano chiamati a passare sotto la regalità di Cristo.
Luca nel “racconto” dell’infanzia (1,5-80) aveva lasciato Giovanni “nel deserto”; da qui riprende ora a parlare della sua missione, solo che a differenza di Matteo e Marco il precursore non è ferma in un luogo ma si muove “per tutta la regione del Giordano” (3,3), piuttosto popolata all’epoca per l’attività edilizia di Erode il grande e di Archelao: non è tanto un eremita che si ritira nel deserto, quanto piuttosto un profeta itinerante.
La missione di Giovanni è quella di tutti i profeti: riportare il popolo al suo Dio. La conversione è il tema abituale della predicazione profetica. Difatti non si è mai pienamente orientati verso il bene, verso Dio e il prossimo, c’è sempre qualcosa o molto da modificare, rettificare, perfezionare. Il grido di Giovanni “Preparate la via del Signore, raddrizzate i suoi sentieri” non risuona mai invano per quanti si mettono in ascolto della Parola di Dio che è sempre una spada tagliente, a doppio taglio che ha molto da recidere, sradicare nel cuore degli uomini, soprattutto del credente (cfr Is 49,2; Ebr 4,12).
Giovanni accompagna la sua predicazione con l’invito a sottoporsi a un rito simbolico che di per sé non realizzava ma indicava il cambiamento di vita che il penitente si proponeva di attuare.
Il “battesimo” consisteva in un’immersione e riemersione nelle e dalle acque del Giordano. Con tale gesto l’uomo segnalava ai presenti che nel suo intimo si andava verificando come un’abluzione spirituale, un rinnegamento delle sue vecchie abitudini con l’intento di far subentrare un nuovo regime di vita, fatto di umiltà, bontà, mansuetudine, lealtà.
Le parole pronunciate o poste in bocca a Giovanni provengono da Is 40, 2-5 e sono quelle con cui il grande profeta postesilico annunzia ai suoi connazionali la fine della schiavitù babilonese e il ritorno in patria. Si tratta pertanto di un annuncio di consolazione e non di un oracolo di sciagure. Giovanni assumerà anche la figura di un predicatore arcigno e catastrofico (Lc 3,7-18), ma in questi primi tratti della sua missione è un annunciatore di gioiose notizie, in altre parole del “Vangelo”.
Siamo nella domenica “laetare”, della Gioia: Sofonia nella prima lettura (Sof 3,14-27), prorompe per noi in un magnifico grido: “Gioite, esultate, rallegratevi, perché il Signore è in mezzo a voi, e vi toglie ogni ansia, è un Salvatore potente. E anzi vi ama così tanto che è lui che gioisce per voi, anche se siete fragili, indegni, peccatori!”. E lo ripete Paolo nella seconda lettura: “Rallegratevi nel Signore. Ve lo ripeto ancora: rallegratevi…! Il Signore è vicino! Non angustiatevi per nulla!” (Fil 4,4-7).
Questa è la caratteristica del cristiano: la Gioia, anche nelle difficoltà e nelle tribolazioni, ma occorre educarsi alla Gioia: bisogna accoglierla, farle spazio nel proprio cuore. La “strada” da preparare non è più quella che attraversa il deserto, da Babilonia a Gerusalemme, bensì quella più breve, però più insidiosa che va dalla mente al cuore, alla volontà dell’uomo, e dove si annidano ansie e preoccupazioni di ogni genere che ne ostacolano e ne impediscono la percorribilità.
Sfilano infine davanti al Battista tre categorie diverse. Queste pericopi (vv. 10-14) che sono esclusive di Luca rivelano l’interesse dell’evangelista per la dimensione universale della redenzione. È un saggio di “morale professionale”.
“E noi che cosa dobbiamo fare…? Non conta ciò che fai, ma come lo fai. Puoi essere parlamentare o casalinga, prete o contadino, docente o militare, commercialista o impiegato, non conta la professione, ma la qualità del tuo agire: con quanta giustizia, impegno, umanità, con quanta passione e autenticità svolgi il tuo compito. Là dove sei chiamato a vivere, nell’umile quotidiano, lì devi essere uomo di giustizia e di comunione. È la tua profezia. Allora, a cominciare da te, si riprende a tessere il tessuto buono del mondo” (E. Ronchi). E a diffondere la Gioia di Dio.
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