Letture: Es 16,2-4.12-15; Ef 4,17.20-24; Gv 6,24-35
Per capire il capitolo 6 del Vangelo di Giovanni, dobbiamo subito rispondere ad una questione centrale: esso tratta della necessità di aderire a Cristo con la fede o ci parla dell’Eucarestia?
Giovanni dedica cinque capitoli all’ultimo pasto di Gesù con i suoi, senza raccontarci l’istituzione dell’Eucarestia. Questo silenzio ha dato adito ad interpretazioni molto diverse: alcuni teologi, come Bultmann, affermano che in Giovanni ci sarebbe una chiara tendenza antisacramentale, una reazione contro la chiesa primitiva che considera i riti sacri come mezzi automatici di salvezza. Altri invece affermano che Giovanni, scrivendo a fine del primo secolo, dà per scontata nella sua comunità la prassi eucaristica, e pertanto ritiene opportuno farne esegesi con il parallelo racconto della lavanda dei piedi (entrambe sono costituite da un rito, accompagnato da parole di spiegazione e dall’invito a ripetere il rito stesso…): è la posizione di quanti (Cullmann…) vedono in Giovanni un grande interesse sacramentale. Altri ancora (Brown, Leon-Dufour) affermano che esiste sì nel quarto Vangelo il tema dei sacramenti, ma che l’annuncio centrale resta quello del mistero dell’Incarnazione: i sacramenti sono importanti nella misura in cui ci uniscono a Cristo, il Verbo incarnato: Giovanni è più preoccupato di mostrarci i frutti spirituali dei sacramenti che di soffermarsi sui riti. Credo che questa posizione ci aiuti a leggere con sapienza il capitolo 6.
Il brano odierno ha forti riferimenti all’Eucarestia: Giovanni ha appena nominato di nuovo “il luogo” (6,10.23), sinonimo giudaico per indicare la Presenza di Dio e il Tempio, e il “rendere grazie” (6,23), cioè il “fare eucarestia” (“eucarizein” significa appunto “rendere grazie”). Ma questi versetti ci suggeriscono precisi riferimenti all’Esodo: la mormorazione contro Mosè nel deserto, il sangue dell’agnello, la manna, di cui ci parla la Prima Lettura (Es 16,2-4.12-15); inoltre vanno compresi alla luce della convinzione giudaica del ritorno messianico della manna, e dell’identificazione della manna, nei Libri Sapienziali e nei commenti rabbinici, con la Torah, la Parola di Dio, “Dabar- Lògos”.
Gesù è il vero Pane offerto al Padre: in Nm 15,17-21, “il Signore disse a Mosè: “Quando sarete arrivati nel paese dove io vi conduco e mangerete il pane di quel paese, ne preleverete un’offerta da presentare al Signore… da elevare secondo il rito… di elevazione”. Gesù è a Cafarnao, nella Terra Promessa, e la folla lo sottolinea: “sei venuto qua” (v. 25). Gesù, “elevato” (Gv 8,28; 12,32) sulla croce, è l’offerta definitiva il sacrificio unico, il solo che ci riconcilia con Dio (1 Gv 2,2). I cristiani, partecipando all’eucarestia, offrono al Padre il corpo e il sangue di Cristo (1Cor 10,15-18). Gesù “ha dato se stesso… in sacrificio di soave odore” (Ef 5,2), e noi “siamo stati santificati per mezzo dell’offerta del corpo di Cristo, fatta una volta per sempre” (Eb 10,10).
Gesù è il Pane che non perisce, perchè confermato da Dio con “il sigillo” (v. 27) dello Spirito: a questo mondo che cerca mille pani, viene ribadito che c’è “un pane solo” (Mc 8,14), “il pane dal cielo, quello vero,… colui che discende dal cielo e dà la vita al mondo” (Gv 6,32-33).
Gesù, il Pane, è il grande Segno (v. 30) dato dal Padre: ai giudei che, come noi, polemicamente chiedono prodigi per credere (v. 30; cfr 1 Cor 1,21), viene offerto il miracolo di un Dio che si dona totalmente, che si fa spezzare, che si fa mangiare, si fa “pane della vita”: che ogni nostra Eucarestia sia veramente adesione totale a Cristo, per “non avere più fame e non avere più sete” in eterno (v. 35)!
Ma occorre, come afferma Paolo nella seconda Lettura (Ef 4,17.20-24), che “abbandoniamo, con la sua condotta di prima, l’uomo vecchio… rinnovandoci…a rivestire l’uomo nuovo, creato secondo Dio nella giustizia e nella vera santità”.
Domenica XVIII Anno B – Gesù, Il Pane Vero
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Letture: Es 16,2-4.12-15; Ef 4,17.20-24; Gv 6,24-35
Per capire il capitolo 6 del Vangelo di Giovanni, dobbiamo subito rispondere ad una questione centrale: esso tratta della necessità di aderire a Cristo con la fede o ci parla dell’Eucarestia?
Giovanni dedica cinque capitoli all’ultimo pasto di Gesù con i suoi, senza raccontarci l’istituzione dell’Eucarestia. Questo silenzio ha dato adito ad interpretazioni molto diverse: alcuni teologi, come Bultmann, affermano che in Giovanni ci sarebbe una chiara tendenza antisacramentale, una reazione contro la chiesa primitiva che considera i riti sacri come mezzi automatici di salvezza. Altri invece affermano che Giovanni, scrivendo a fine del primo secolo, dà per scontata nella sua comunità la prassi eucaristica, e pertanto ritiene opportuno farne esegesi con il parallelo racconto della lavanda dei piedi (entrambe sono costituite da un rito, accompagnato da parole di spiegazione e dall’invito a ripetere il rito stesso…): è la posizione di quanti (Cullmann…) vedono in Giovanni un grande interesse sacramentale. Altri ancora (Brown, Leon-Dufour) affermano che esiste sì nel quarto Vangelo il tema dei sacramenti, ma che l’annuncio centrale resta quello del mistero dell’Incarnazione: i sacramenti sono importanti nella misura in cui ci uniscono a Cristo, il Verbo incarnato: Giovanni è più preoccupato di mostrarci i frutti spirituali dei sacramenti che di soffermarsi sui riti. Credo che questa posizione ci aiuti a leggere con sapienza il capitolo 6.
Il brano odierno ha forti riferimenti all’Eucarestia: Giovanni ha appena nominato di nuovo “il luogo” (6,10.23), sinonimo giudaico per indicare la Presenza di Dio e il Tempio, e il “rendere grazie” (6,23), cioè il “fare eucarestia” (“eucarizein” significa appunto “rendere grazie”). Ma questi versetti ci suggeriscono precisi riferimenti all’Esodo: la mormorazione contro Mosè nel deserto, il sangue dell’agnello, la manna, di cui ci parla la Prima Lettura (Es 16,2-4.12-15); inoltre vanno compresi alla luce della convinzione giudaica del ritorno messianico della manna, e dell’identificazione della manna, nei Libri Sapienziali e nei commenti rabbinici, con la Torah, la Parola di Dio, “Dabar- Lògos”.
Gesù è il vero Pane offerto al Padre: in Nm 15,17-21, “il Signore disse a Mosè: “Quando sarete arrivati nel paese dove io vi conduco e mangerete il pane di quel paese, ne preleverete un’offerta da presentare al Signore… da elevare secondo il rito… di elevazione”. Gesù è a Cafarnao, nella Terra Promessa, e la folla lo sottolinea: “sei venuto qua” (v. 25). Gesù, “elevato” (Gv 8,28; 12,32) sulla croce, è l’offerta definitiva il sacrificio unico, il solo che ci riconcilia con Dio (1 Gv 2,2). I cristiani, partecipando all’eucarestia, offrono al Padre il corpo e il sangue di Cristo (1Cor 10,15-18). Gesù “ha dato se stesso… in sacrificio di soave odore” (Ef 5,2), e noi “siamo stati santificati per mezzo dell’offerta del corpo di Cristo, fatta una volta per sempre” (Eb 10,10).
Gesù è il Pane che non perisce, perchè confermato da Dio con “il sigillo” (v. 27) dello Spirito: a questo mondo che cerca mille pani, viene ribadito che c’è “un pane solo” (Mc 8,14), “il pane dal cielo, quello vero,… colui che discende dal cielo e dà la vita al mondo” (Gv 6,32-33).
Gesù, il Pane, è il grande Segno (v. 30) dato dal Padre: ai giudei che, come noi, polemicamente chiedono prodigi per credere (v. 30; cfr 1 Cor 1,21), viene offerto il miracolo di un Dio che si dona totalmente, che si fa spezzare, che si fa mangiare, si fa “pane della vita”: che ogni nostra Eucarestia sia veramente adesione totale a Cristo, per “non avere più fame e non avere più sete” in eterno (v. 35)!
Ma occorre, come afferma Paolo nella seconda Lettura (Ef 4,17.20-24), che “abbandoniamo, con la sua condotta di prima, l’uomo vecchio… rinnovandoci…a rivestire l’uomo nuovo, creato secondo Dio nella giustizia e nella vera santità”.
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