La liturgia di oggi ci propone la scelta di fondo della nostra vita cristiana: il servire o il servirsi, l’umiliazione o la gloria, il martirio o la potenza. La scelta è tra il bere lo stesso calice di Cristo, subendo il suo stesso battesimo (Mc 10,39), o il sedere su troni come i capi delle nazioni (Mc 10,37.42). Non siamo chiamati a possedere, ma a dare, non siamo chiamati al dominio, ma al martirio, alla testimonianza (in greco “marturìa”) fino al dono di noi stessi.
Siamo infatti i discepoli del “Servo del Signore”, di cui ci parla la prima Lettura, “disprezzato e reietto dagli uomini, uomo dei dolori che ben conosce il patire” (Is 53,2.3.10-11), e come afferma la seconda Lettura (Eb 4,14-16), “essendo stato lui stesso provato in ogni cosa”.
Dobbiamo con forza di nuovo meditare sulla nostra vocazione ad essere martiri. Il martirio non è più un fenomeno di altre epoche, o relegato in qualche perduto paese di missione. Oggi un Cristiano su sette + perseguitato. Da Timor all’Algeria, dal Salvador all’Ex-Jugoslavia, dal Sudan alla Cina, dal Ruanda alla Birmania, tanti credenti sempre più sono chiamati a testimoniare fino alla fine la loro fedeltà a Cristo. Il martirio è nuovamente al cuore della Chiesa: ed è un vero segno di ecumenismo che si trovino accumunati in esso cristiani di diverse confessioni. Ha detto Papa Francesco: “I martiri sono più numerosi nel nostro tempo che nei primi secoli. Oggi ci sono tanti martiri nella Chiesa, tanti, perché per confessare la fede cristiana sono cacciati via dalla società o vanno in carcere”.
Il martirio è una chiamata per tutti, in modi e forme diverse, ma che ci deve trovare pronti. Scriveva fratel Christian, il priore dei sette monaci uccisi nel 1996 in Algeria: “Insicurezza? È una grazia di fede…. La più adatta per la vigilanza: «Vegliate, perchè non sapete…». A Cristo è stato chiesto di scegliere tra due stabilità: il trono o la croce. Cristo ha scelto la croce: ne ha fatto i suo trono, lo sgabello del suo regno. Purtroppo spesso nel corso della storia la chiesa ha spesso preferito il trono. Soprattutto dopo l’editto di Costantino…”. Proclamava mons. Pierre Claverie, vescovo di Orano, in un’omelia una quarantina di giorni prima di venire ucciso nel 1996: “Mi hanno spesso chiesto: «Che ci fate laggiù? Perché restate?». Siamo là a causa di questo Messia crocifisso… Non abbiamo interessi da salvaguardare nè influenze da conservare. Non siamo neanche spinti da chissà quale perversione masochista o suicida…. Non è forse essenziale per un cristiano essere là, nei luoghi di sofferenza, di abbandono? Dove potrebbe mai essere la chiesa di Gesù Cristo se non fosse innanzitutto là? Per quanto possa sembrare paradossale, la forza, la vitalità, la speranza, la fecondità della chiesa proviene da lì. Non da altrove né altrimenti. Tutto il resto è solo fumo negli occhi, illusione mondana. La chiesa inganna se stessa e il mondo quando si pone come potenza in mezzo alle altre, come un’organizzazione, seppur umanitaria, o come un movimento evangelico spettacolare. Può brillare, ma non bruciare dell’amore di Dio, «forte come la morte» (Ct 8,6). Si tratta infatti proprio di amore, innanzitutto di amore e solo di amore. Una passione di cui Gesù ci ha donato il gusto e tracciato il cammino: «Non c’è amore più grande che dare la vita per i propri amici» (Gv 15,13)”.
Il martirio è una chiamata per tutti, in modi e forme diverse, ma che ci deve trovare pronti. E non è solo essere uccisi per aver proclamato la nostra fede. È martirio essere presi in giro perché credenti, non fare carriera perché si rifiutano i compromessi; è la rinuncia ad abortire di una ragazza-madre, è accettare una maternità frutto di violenza, o rifiutare per sé cure anche importanti che poterebbero nuocere al figlio in gestazione; è martirio, se abbandonati, non risposarsi, restando “eunuchi per il Regno dei cieli” (Mt 19,12), o perdonare il coniuge adultero; o prendersi l’AIDS o la lebbra curando i malati; o essere derisi perché casti, perché si è compartecipato i propri beni con i poveri; è lo stare in ogni caso dalla parte dei piccoli, dei poveri, dei sofferenti… È la logica della croce!
Ci lamentiamo spesso che non sappiamo farci intendere dal mondo, che gli altri non ci ascoltano: i sette monaci martirizzati in Algeria – è stato scritto- “in tre mesi hanno rievangelizzato la Francia”. Più che mille nostri convegni sulla solidarietà, ha dato al mondo una lezione sull’amore fraterno il testamento di fratel Christian: “Anche per te, amico dell’ultimo minuto, che non avrai saputo quello che facevi, voglio questo «grazie» e questo «ad-Dio» profilatosi con te”. È stato detto: “Credo nei testimoni che si fanno sgozzare”: ancora una volta, come affermavano i Padri, “il sangue dei martiri è seme di cristiani”.
I Martiri di tutti i tempi ci insegnino a seguire il Maestro sulla via della croce, unica strada proposta ai suoi discepoli (Mc 8,34).
Domenica XXIX Anno B – Chiamati Al Martirio
il:
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Letture: Is 53,2.3.10-11; Eb 4,14-16; Mc 10,35-45
La liturgia di oggi ci propone la scelta di fondo della nostra vita cristiana: il servire o il servirsi, l’umiliazione o la gloria, il martirio o la potenza. La scelta è tra il bere lo stesso calice di Cristo, subendo il suo stesso battesimo (Mc 10,39), o il sedere su troni come i capi delle nazioni (Mc 10,37.42). Non siamo chiamati a possedere, ma a dare, non siamo chiamati al dominio, ma al martirio, alla testimonianza (in greco “marturìa”) fino al dono di noi stessi.
Siamo infatti i discepoli del “Servo del Signore”, di cui ci parla la prima Lettura, “disprezzato e reietto dagli uomini, uomo dei dolori che ben conosce il patire” (Is 53,2.3.10-11), e come afferma la seconda Lettura (Eb 4,14-16), “essendo stato lui stesso provato in ogni cosa”.
Dobbiamo con forza di nuovo meditare sulla nostra vocazione ad essere martiri. Il martirio non è più un fenomeno di altre epoche, o relegato in qualche perduto paese di missione. Oggi un Cristiano su sette + perseguitato. Da Timor all’Algeria, dal Salvador all’Ex-Jugoslavia, dal Sudan alla Cina, dal Ruanda alla Birmania, tanti credenti sempre più sono chiamati a testimoniare fino alla fine la loro fedeltà a Cristo. Il martirio è nuovamente al cuore della Chiesa: ed è un vero segno di ecumenismo che si trovino accumunati in esso cristiani di diverse confessioni. Ha detto Papa Francesco: “I martiri sono più numerosi nel nostro tempo che nei primi secoli. Oggi ci sono tanti martiri nella Chiesa, tanti, perché per confessare la fede cristiana sono cacciati via dalla società o vanno in carcere”.
Il martirio è una chiamata per tutti, in modi e forme diverse, ma che ci deve trovare pronti. Scriveva fratel Christian, il priore dei sette monaci uccisi nel 1996 in Algeria: “Insicurezza? È una grazia di fede…. La più adatta per la vigilanza: «Vegliate, perchè non sapete…». A Cristo è stato chiesto di scegliere tra due stabilità: il trono o la croce. Cristo ha scelto la croce: ne ha fatto i suo trono, lo sgabello del suo regno. Purtroppo spesso nel corso della storia la chiesa ha spesso preferito il trono. Soprattutto dopo l’editto di Costantino…”. Proclamava mons. Pierre Claverie, vescovo di Orano, in un’omelia una quarantina di giorni prima di venire ucciso nel 1996: “Mi hanno spesso chiesto: «Che ci fate laggiù? Perché restate?». Siamo là a causa di questo Messia crocifisso… Non abbiamo interessi da salvaguardare nè influenze da conservare. Non siamo neanche spinti da chissà quale perversione masochista o suicida…. Non è forse essenziale per un cristiano essere là, nei luoghi di sofferenza, di abbandono? Dove potrebbe mai essere la chiesa di Gesù Cristo se non fosse innanzitutto là? Per quanto possa sembrare paradossale, la forza, la vitalità, la speranza, la fecondità della chiesa proviene da lì. Non da altrove né altrimenti. Tutto il resto è solo fumo negli occhi, illusione mondana. La chiesa inganna se stessa e il mondo quando si pone come potenza in mezzo alle altre, come un’organizzazione, seppur umanitaria, o come un movimento evangelico spettacolare. Può brillare, ma non bruciare dell’amore di Dio, «forte come la morte» (Ct 8,6). Si tratta infatti proprio di amore, innanzitutto di amore e solo di amore. Una passione di cui Gesù ci ha donato il gusto e tracciato il cammino: «Non c’è amore più grande che dare la vita per i propri amici» (Gv 15,13)”.
Il martirio è una chiamata per tutti, in modi e forme diverse, ma che ci deve trovare pronti. E non è solo essere uccisi per aver proclamato la nostra fede. È martirio essere presi in giro perché credenti, non fare carriera perché si rifiutano i compromessi; è la rinuncia ad abortire di una ragazza-madre, è accettare una maternità frutto di violenza, o rifiutare per sé cure anche importanti che poterebbero nuocere al figlio in gestazione; è martirio, se abbandonati, non risposarsi, restando “eunuchi per il Regno dei cieli” (Mt 19,12), o perdonare il coniuge adultero; o prendersi l’AIDS o la lebbra curando i malati; o essere derisi perché casti, perché si è compartecipato i propri beni con i poveri; è lo stare in ogni caso dalla parte dei piccoli, dei poveri, dei sofferenti… È la logica della croce!
Ci lamentiamo spesso che non sappiamo farci intendere dal mondo, che gli altri non ci ascoltano: i sette monaci martirizzati in Algeria – è stato scritto- “in tre mesi hanno rievangelizzato la Francia”. Più che mille nostri convegni sulla solidarietà, ha dato al mondo una lezione sull’amore fraterno il testamento di fratel Christian: “Anche per te, amico dell’ultimo minuto, che non avrai saputo quello che facevi, voglio questo «grazie» e questo «ad-Dio» profilatosi con te”. È stato detto: “Credo nei testimoni che si fanno sgozzare”: ancora una volta, come affermavano i Padri, “il sangue dei martiri è seme di cristiani”.
I Martiri di tutti i tempi ci insegnino a seguire il Maestro sulla via della croce, unica strada proposta ai suoi discepoli (Mc 8,34).
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