La pagina di Vangelo di oggi è una di quelle che da sempre la Chiesa ha preso meno sul serio: “Una cosa sola ti manca: va’, vendi quello che hai e dallo ai poveri” (Mc 10,21). Preti e suore spesso abitano in palazzi, case, ville bellissime, con ogni confort, e si trincerano dietro al solito: “Tanto tutto questo non è mio, è della Diocesi, della Parrocchia, della Congregazione… E quando morirò non lascerò nulla a nessuno…”. Non parliamo poi di noi laici, che frequentiamo le nostre chiese con auto e telefonino, spesso padroni della prima e della seconda casa, e con l’immancabile conto in banca…
Il disagio di fronte a questa Parola del Signore fu evidente già nella prima Chiesa, che edulcorò il duro: “Beati voi poveri, perché vostro è il Regno dei cieli” di Luca (Lc 6,20) nel più soft: “Beati i poveri in spirito” di matteana memoria (Mt 5,3). Ma il Vangelo di oggi non esprime un “consiglio evangelico”: è una vocazione per tutti: è “ciò che ci manca” (Mc 10,21). Dobbiamo allora tutti, con umiltà e serenità, metterci di fronte alla Parola di Dio, anche se essa ci fa male, perchè “è più tagliente di ogni spada a doppio taglio, … penetra fino al punto di divisione dell’anima e dello spirito, delle giuntura e delle midolla, e scruta i sentimenti e i pensieri del cuore… Tutto è nudo e scoperto agli occhi di Dio e a lui noi dobbiamo rendere conto” (Eb 4,12-13: Seconda Lettura).
Facciamo quindi obbedienza al grande annuncio del Vangelo: è per i veri “poveri” che è “proclamato il lieto messaggio” di Gesù (Lc 4,18; 7,22): e il significato di “ptòchoi” è concreto, indicando nella Bibbia le persone che sono nella miseria, nella fame, nella malattia. Dirà Giacomo: “Ascoltate, fratelli miei carissimi: Dio non ha forse scelto i poveri nel mondo per farli… eredi del Regno?” (Gc 2,5; cfr Paolo in 1 Cor 1,26-28). Ben lo comprende Maria che, nel suo rivoluzionario cantico, il Magnificat, proclama che Dio “ha rovesciato i potenti dai troni, ha innalzato gli umili; ha ricolmato di beni gli affamati, ha rimandato a mani vuote i ricchi” (Lc 1,51-54; cfr 14,11; 18,14). E Gesù stesso si fece povero (Mt 8,20; 2 Cor 8,9), scelse l’ultimo posto (Mt 20,28; Gv 13,12-17; Mt 21,5; Fil 2,7-8), e chiese ai suoi discepoli una povertà effettiva (Mt 6,19; Lc 12,33; 14,33; 19,21-24.27; At 2,44-45; 4,32).
Nella proclamazione, da parte di Gesù, con la parola e con l’esempio, della beatitudine escatologica dei poveri c’è la grande, gioiosa speranza di tutti i miseri della terra, che sanno che il Signore si è fatto veramente uno di loro, e ciò è per essi pegno di riscatto, di salvezza, e certezza di liberazione e di resurrezione. Ma c’è anche una chiara chiamata alla povertà vera per tutti i credenti: perché essa è condizione necessaria per accogliere la Sapienza di Dio (Sap 7,7-11: Prima Lettura; cfr Sl 49,13.21: “L’uomo nella prosperità non comprende, è come gli animali che periscono”); è perchè la condivisione dei beni con i poveri è segno indispensabile per amare il Dio che non vediamo nel fratello che vediamo (1 Gv 4,20; 3,17-18).
Occorre un profondo esame di coscienza da parte di tutti noi che ci proclamiamo seguaci di Gesù ma non condividiamo la sorte dei poveri e viviamo nelle ricchezze e negli agi di questo mondo. Certamente diverso sarà il modo di “vendere tutto” per il padre di famiglia rispetto a quello dell’eremita: ma tutti dobbiamo lasciarci mettere in crisi e convertire dalla Parola odierna. E non rifugiamoci troppo frettolosamente, almeno per una volta, nel fatto che la salvezza, che a queste condizioni ci pare difficilissima, non è però impossibile a Dio (Mc 10,27).
Domenica XXVIII Anno B – La Chiamata Ad Essere Poveri
il:
– di:
Letture: Sap 7,7-11; Eb 4,12-13; Mc 10,17-30
La pagina di Vangelo di oggi è una di quelle che da sempre la Chiesa ha preso meno sul serio: “Una cosa sola ti manca: va’, vendi quello che hai e dallo ai poveri” (Mc 10,21). Preti e suore spesso abitano in palazzi, case, ville bellissime, con ogni confort, e si trincerano dietro al solito: “Tanto tutto questo non è mio, è della Diocesi, della Parrocchia, della Congregazione… E quando morirò non lascerò nulla a nessuno…”. Non parliamo poi di noi laici, che frequentiamo le nostre chiese con auto e telefonino, spesso padroni della prima e della seconda casa, e con l’immancabile conto in banca…
Il disagio di fronte a questa Parola del Signore fu evidente già nella prima Chiesa, che edulcorò il duro: “Beati voi poveri, perché vostro è il Regno dei cieli” di Luca (Lc 6,20) nel più soft: “Beati i poveri in spirito” di matteana memoria (Mt 5,3). Ma il Vangelo di oggi non esprime un “consiglio evangelico”: è una vocazione per tutti: è “ciò che ci manca” (Mc 10,21). Dobbiamo allora tutti, con umiltà e serenità, metterci di fronte alla Parola di Dio, anche se essa ci fa male, perchè “è più tagliente di ogni spada a doppio taglio, … penetra fino al punto di divisione dell’anima e dello spirito, delle giuntura e delle midolla, e scruta i sentimenti e i pensieri del cuore… Tutto è nudo e scoperto agli occhi di Dio e a lui noi dobbiamo rendere conto” (Eb 4,12-13: Seconda Lettura).
Facciamo quindi obbedienza al grande annuncio del Vangelo: è per i veri “poveri” che è “proclamato il lieto messaggio” di Gesù (Lc 4,18; 7,22): e il significato di “ptòchoi” è concreto, indicando nella Bibbia le persone che sono nella miseria, nella fame, nella malattia. Dirà Giacomo: “Ascoltate, fratelli miei carissimi: Dio non ha forse scelto i poveri nel mondo per farli… eredi del Regno?” (Gc 2,5; cfr Paolo in 1 Cor 1,26-28). Ben lo comprende Maria che, nel suo rivoluzionario cantico, il Magnificat, proclama che Dio “ha rovesciato i potenti dai troni, ha innalzato gli umili; ha ricolmato di beni gli affamati, ha rimandato a mani vuote i ricchi” (Lc 1,51-54; cfr 14,11; 18,14). E Gesù stesso si fece povero (Mt 8,20; 2 Cor 8,9), scelse l’ultimo posto (Mt 20,28; Gv 13,12-17; Mt 21,5; Fil 2,7-8), e chiese ai suoi discepoli una povertà effettiva (Mt 6,19; Lc 12,33; 14,33; 19,21-24.27; At 2,44-45; 4,32).
Nella proclamazione, da parte di Gesù, con la parola e con l’esempio, della beatitudine escatologica dei poveri c’è la grande, gioiosa speranza di tutti i miseri della terra, che sanno che il Signore si è fatto veramente uno di loro, e ciò è per essi pegno di riscatto, di salvezza, e certezza di liberazione e di resurrezione. Ma c’è anche una chiara chiamata alla povertà vera per tutti i credenti: perché essa è condizione necessaria per accogliere la Sapienza di Dio (Sap 7,7-11: Prima Lettura; cfr Sl 49,13.21: “L’uomo nella prosperità non comprende, è come gli animali che periscono”); è perchè la condivisione dei beni con i poveri è segno indispensabile per amare il Dio che non vediamo nel fratello che vediamo (1 Gv 4,20; 3,17-18).
Occorre un profondo esame di coscienza da parte di tutti noi che ci proclamiamo seguaci di Gesù ma non condividiamo la sorte dei poveri e viviamo nelle ricchezze e negli agi di questo mondo. Certamente diverso sarà il modo di “vendere tutto” per il padre di famiglia rispetto a quello dell’eremita: ma tutti dobbiamo lasciarci mettere in crisi e convertire dalla Parola odierna. E non rifugiamoci troppo frettolosamente, almeno per una volta, nel fatto che la salvezza, che a queste condizioni ci pare difficilissima, non è però impossibile a Dio (Mc 10,27).
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