Nel Vangelo odierno (Mc 12,28-34) viene posto a Gesù un classico “tormentone” rabbinico: quale fosse “il più grande” comandamento, quello che potesse compendiare tutta la Legge e i Profeti (Mt 22,40). Il Talmud diceva infatti che a Mosè erano stati dati ben 613 comandamenti, 365 negativi (il numero dei giorni dell’anno) e 248 positivi (il numero delle membra del corpo umano). Il tema è attualissimo: che cosa è essenziale e veramente urgente nella vita di fede?
Gesù risponde accorpando il comando dell’amore totale a Dio (prima Lettura: Dt 6,2-6) a quello dell’amore al prossimo come se stessi (Lv 19,18). A differenza di Matteo che, nel brano parallelo, parla semplicemente di un “primo” e di un “secondo” comandamento (Mt 22,37-38), Marco aggiunge che essi formano un unico precetto: “Non c’è altro comandamento (ndr: al singolare) più importante di questo” (Mc 12,31; cfr Lc 10,27).
L’amore di Dio è origine e fondamento dell’amore del prossimo (Gv 13,34; 15,12; 1 Gv 4,7-19), ma l’amore del prossimo è la concretizzazione dell’amore verso Dio. Lo esprime con parole stupende Benedetto XVI nella sua Enciclica “Deus caritas est”: “«Se uno dicesse: Io amo Dio, e odiasse il suo fratello, è un mentitore. Chi infatti non ama il proprio fratello che vede non può amare Dio che non vede» (1 Gv 4,20)… Viene sottolineato il collegamento inscindibile tra amore di Dio e amore del prossimo. Entrambi si richiamano così strettamente che l’affermazione dell’amore di Dio diventa una menzogna, se l’uomo si chiude al prossimo… L’amore per il prossimo è una strada per incontrare anche Dio e il chiudere gli occhi di fronte al prossimo rende ciechi anche di fronte a Dio” (n. 16).
Bisogna quindi essere seri: non esiste fede in Dio che non si traduca in passione per i fratelli. “Occorre rammentare, in modo particolare, la grande parabola del Giudizio finale (cfr Mt 25, 31-46), in cui l’amore diviene il criterio per la decisione definitiva sul valore o il disvalore di una vita umana. Gesù si identifica con i bisognosi: affamati, assetati, forestieri, nudi, malati, carcerati. <<Ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me>> (Mt 25, 40). Amore di Dio e amore del prossimo si fondono insieme: nel più piccolo incontriamo Gesù stesso e in Gesù incontriamo Dio” (id., n. 15).
“Se nella mia vita tralascio l’attenzione per l’altro, volendo essere solamente «pio» e compiere i miei «doveri religiosi», allora s’inaridisce anche il rapporto con Dio… Solo la mia disponibilità ad andare incontro al prossimo, a mostrargli amore, mi rende sensibile anche di fronte a Dio. Solo il servizio al prossimo apre i miei occhi su quello che Dio fa per me e su come Egli mi ama. I santi – pensiamo ad esempio alla beata Teresa di Calcutta – hanno attinto la loro capacità di amare il prossimo, in modo sempre nuovo, dal loro incontro col Signore eucaristico e, reciprocamente questo incontro ha acquisito il suo realismo e la sua profondità proprio nel loro servizio agli altri” (id., n. 18).
Il finale del Vangelo odierno ci lascia sconcertati: “Non sei lontano dal Regno di Dio” (Mc 12,34); una risposta analoga a quella data al “giovane ricco”: “Una cosa sola ti manca” (Mc 10,21). Amare non basta: occorre la sequela di Cristo, il Dio-uomo, in cui l’Amore di Dio e del prossimo raggiungono la perfetta unità. È lui, “il Figlio reso perfetto in eterno” (seconda Lettura: Eb 7,23-28), l’Amore incarnato. È lui l’esperienza più alta dell’Amore del Padre per noi: in lui tocchiamo che cosa sia l’Amore agapico di Dio, indefettibile, totale (Gv 3,16). Ed è lui che ci insegna che cosa significhi amare i fratelli: “dare la vita per loro” (Gv 15,13). “Da questo abbiamo conosciuto l’amore: egli ha dato la sua vita per noi; quindi anche noi dobbiamo dare la vita per i fratelli” (1 Gv 3,16).
Domenica XXXI Anno B – Un unico Amore
il:
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Letture: Dt 6,2-6; Eb 7,23-28; Mc 12,28-34
Nel Vangelo odierno (Mc 12,28-34) viene posto a Gesù un classico “tormentone” rabbinico: quale fosse “il più grande” comandamento, quello che potesse compendiare tutta la Legge e i Profeti (Mt 22,40). Il Talmud diceva infatti che a Mosè erano stati dati ben 613 comandamenti, 365 negativi (il numero dei giorni dell’anno) e 248 positivi (il numero delle membra del corpo umano). Il tema è attualissimo: che cosa è essenziale e veramente urgente nella vita di fede?
Gesù risponde accorpando il comando dell’amore totale a Dio (prima Lettura: Dt 6,2-6) a quello dell’amore al prossimo come se stessi (Lv 19,18). A differenza di Matteo che, nel brano parallelo, parla semplicemente di un “primo” e di un “secondo” comandamento (Mt 22,37-38), Marco aggiunge che essi formano un unico precetto: “Non c’è altro comandamento (ndr: al singolare) più importante di questo” (Mc 12,31; cfr Lc 10,27).
L’amore di Dio è origine e fondamento dell’amore del prossimo (Gv 13,34; 15,12; 1 Gv 4,7-19), ma l’amore del prossimo è la concretizzazione dell’amore verso Dio. Lo esprime con parole stupende Benedetto XVI nella sua Enciclica “Deus caritas est”: “«Se uno dicesse: Io amo Dio, e odiasse il suo fratello, è un mentitore. Chi infatti non ama il proprio fratello che vede non può amare Dio che non vede» (1 Gv 4,20)… Viene sottolineato il collegamento inscindibile tra amore di Dio e amore del prossimo. Entrambi si richiamano così strettamente che l’affermazione dell’amore di Dio diventa una menzogna, se l’uomo si chiude al prossimo… L’amore per il prossimo è una strada per incontrare anche Dio e il chiudere gli occhi di fronte al prossimo rende ciechi anche di fronte a Dio” (n. 16).
Bisogna quindi essere seri: non esiste fede in Dio che non si traduca in passione per i fratelli. “Occorre rammentare, in modo particolare, la grande parabola del Giudizio finale (cfr Mt 25, 31-46), in cui l’amore diviene il criterio per la decisione definitiva sul valore o il disvalore di una vita umana. Gesù si identifica con i bisognosi: affamati, assetati, forestieri, nudi, malati, carcerati. <<Ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me>> (Mt 25, 40). Amore di Dio e amore del prossimo si fondono insieme: nel più piccolo incontriamo Gesù stesso e in Gesù incontriamo Dio” (id., n. 15).
“Se nella mia vita tralascio l’attenzione per l’altro, volendo essere solamente «pio» e compiere i miei «doveri religiosi», allora s’inaridisce anche il rapporto con Dio… Solo la mia disponibilità ad andare incontro al prossimo, a mostrargli amore, mi rende sensibile anche di fronte a Dio. Solo il servizio al prossimo apre i miei occhi su quello che Dio fa per me e su come Egli mi ama. I santi – pensiamo ad esempio alla beata Teresa di Calcutta – hanno attinto la loro capacità di amare il prossimo, in modo sempre nuovo, dal loro incontro col Signore eucaristico e, reciprocamente questo incontro ha acquisito il suo realismo e la sua profondità proprio nel loro servizio agli altri” (id., n. 18).
Il finale del Vangelo odierno ci lascia sconcertati: “Non sei lontano dal Regno di Dio” (Mc 12,34); una risposta analoga a quella data al “giovane ricco”: “Una cosa sola ti manca” (Mc 10,21). Amare non basta: occorre la sequela di Cristo, il Dio-uomo, in cui l’Amore di Dio e del prossimo raggiungono la perfetta unità. È lui, “il Figlio reso perfetto in eterno” (seconda Lettura: Eb 7,23-28), l’Amore incarnato. È lui l’esperienza più alta dell’Amore del Padre per noi: in lui tocchiamo che cosa sia l’Amore agapico di Dio, indefettibile, totale (Gv 3,16). Ed è lui che ci insegna che cosa significhi amare i fratelli: “dare la vita per loro” (Gv 15,13). “Da questo abbiamo conosciuto l’amore: egli ha dato la sua vita per noi; quindi anche noi dobbiamo dare la vita per i fratelli” (1 Gv 3,16).
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