In qualche misura, quando Dio aveva rivelato nella Genesi che è l'”adam” in quanto coppia ad essere a sua immagine e somiglianza (Gen 1,26-27), aveva già preannunciato qualcosa circa la sua realtà più intima, riguardo cioè al suo essere comunione di persone nell’unità della natura. Dio aveva già adombrato nell’icona nuziale il suo essere Trinità. Su questa fondamentale rivelazione, che Gesù esplicita nel Nuovo Testamento, troppe volte non ci siamo sufficientemente soffermati, impoverendo e talora distorcendo la nostra vita di fede. Dio non è un Dio solitario: è comunità, anzi “la migliore comunità” (Boff).
Dobbiamo passare dalla concezione di un Dio solitario a quella di un Dio unico, ma in tre persone in perenne e reciproco dialogo d’amore. Il nostro Dio non è l’essere isolato dei filosofi: secondo la rivelazione di Gesù Cristo, come disse Giovanni Paolo II a Puebla, “Dio è famiglia”. Questa presa di coscienza è per noi piena di risvolti pratici. Per troppi anni la contemplazione di un Dio solitario ci ha spesso portati, in campo politico, al totalitarismo: uno solo comanda, come Dio è l’unico Signore. In campo religioso, spesso ci ha suggerito forme di autoritarismo, che non danno valore al dialogo, all’ascolto, alla collaborazione, alla ricerca comune, che non sottolineano a sufficienza la dimensione comunitaria della fede, esasperando invece quella individuale. In campo sociale, spesso ci ha indotti al paternalismo: come c’è una sola Provvidenza per tutti, così nel mondo ci si limita a modelli di assistenzialismo, che sottovalutano la partecipazione di tutti, la collaborazione. Nella vita familiare, spesso questa concezione ha prodotto il maschilismo, facendoci subordinare la donna all’uomo, cui spettano le decisioni e il comando.
Al principio di tutto non c’è però la solitudine: c’è la comunione, il dialogo. Non possiamo pensare il Padre senza il Figlio e lo Spirito santo. Tra i tre c’è una meravigliosa e continua dinamica d’amore: i teologi parlano, per esprimere questo mistero di comunione, di “pericoresi”, che significa, in senso statico, che ogni Persona contiene le altre, le inabita, perché ogni Persona divina esiste solo nelle altre, con le altre, dalle altre e per le altre (circuminsessione); in senso dinamico, significa che ogni Persona interpenetra attivamente le altre, in un dono ed un interscambio vicendevole continuo (circumincessione). Ma nella Trinità non c’è solo un dono reciproco (missio ad intra), ma l’amore trabocca all’esterno, nella creazione e nella salvezza del mondo (missio ad extra).
La contemplazione di Dio come mistero di comunione d’Amore che si espande sull’universo e sugli uomini sta alla radice della nostra vita cristiana: chiamati ad essere a immagine e somiglianza di Dio, il singolo credente, la famiglia, la Chiesa devono quindi modellarsi sul mistero trinitario. La presa di coscienza che l’intima natura di Dio è solo Amore deve portarci a fare delle nostre vite solo dialogo, comunione, dono, oblazione, servizio gratuito. Inoltre “il fine ultimo dell’intera economia divina è che tutte le creature entrino nell’unità perfetta della Beata Trinità” (Catechismo, n. 260).
Ma fin d’ora siamo inabitati dalla Santissima Trinità, Padre, Figlio (Gv 14,23) e Spirito Santo (Gv 14,16-17). Il credente è quindi tempio della Trinità!!! Ciò deve comportare per noi una gioia immensa in ogni momento, perché Dio non è più lontano da noi ma è veramente il “Dio con noi”, anzi il “Dio in noi”. Da ciò scaturisce anche l’immenso valore di ogni persona e la sacralità di ogni corpo (1 Cor 6,15-20; 2 Cor 6,14-18), dimora dell’Altissimo.
Santissima Trinità
il:
– di:
Letture: Dt 4,32-34.39-40; Rm 8,14-17; Mt 28,16-20
In qualche misura, quando Dio aveva rivelato nella Genesi che è l'”adam” in quanto coppia ad essere a sua immagine e somiglianza (Gen 1,26-27), aveva già preannunciato qualcosa circa la sua realtà più intima, riguardo cioè al suo essere comunione di persone nell’unità della natura. Dio aveva già adombrato nell’icona nuziale il suo essere Trinità. Su questa fondamentale rivelazione, che Gesù esplicita nel Nuovo Testamento, troppe volte non ci siamo sufficientemente soffermati, impoverendo e talora distorcendo la nostra vita di fede. Dio non è un Dio solitario: è comunità, anzi “la migliore comunità” (Boff).
Dobbiamo passare dalla concezione di un Dio solitario a quella di un Dio unico, ma in tre persone in perenne e reciproco dialogo d’amore. Il nostro Dio non è l’essere isolato dei filosofi: secondo la rivelazione di Gesù Cristo, come disse Giovanni Paolo II a Puebla, “Dio è famiglia”. Questa presa di coscienza è per noi piena di risvolti pratici. Per troppi anni la contemplazione di un Dio solitario ci ha spesso portati, in campo politico, al totalitarismo: uno solo comanda, come Dio è l’unico Signore. In campo religioso, spesso ci ha suggerito forme di autoritarismo, che non danno valore al dialogo, all’ascolto, alla collaborazione, alla ricerca comune, che non sottolineano a sufficienza la dimensione comunitaria della fede, esasperando invece quella individuale. In campo sociale, spesso ci ha indotti al paternalismo: come c’è una sola Provvidenza per tutti, così nel mondo ci si limita a modelli di assistenzialismo, che sottovalutano la partecipazione di tutti, la collaborazione. Nella vita familiare, spesso questa concezione ha prodotto il maschilismo, facendoci subordinare la donna all’uomo, cui spettano le decisioni e il comando.
Al principio di tutto non c’è però la solitudine: c’è la comunione, il dialogo. Non possiamo pensare il Padre senza il Figlio e lo Spirito santo. Tra i tre c’è una meravigliosa e continua dinamica d’amore: i teologi parlano, per esprimere questo mistero di comunione, di “pericoresi”, che significa, in senso statico, che ogni Persona contiene le altre, le inabita, perché ogni Persona divina esiste solo nelle altre, con le altre, dalle altre e per le altre (circuminsessione); in senso dinamico, significa che ogni Persona interpenetra attivamente le altre, in un dono ed un interscambio vicendevole continuo (circumincessione). Ma nella Trinità non c’è solo un dono reciproco (missio ad intra), ma l’amore trabocca all’esterno, nella creazione e nella salvezza del mondo (missio ad extra).
La contemplazione di Dio come mistero di comunione d’Amore che si espande sull’universo e sugli uomini sta alla radice della nostra vita cristiana: chiamati ad essere a immagine e somiglianza di Dio, il singolo credente, la famiglia, la Chiesa devono quindi modellarsi sul mistero trinitario. La presa di coscienza che l’intima natura di Dio è solo Amore deve portarci a fare delle nostre vite solo dialogo, comunione, dono, oblazione, servizio gratuito. Inoltre “il fine ultimo dell’intera economia divina è che tutte le creature entrino nell’unità perfetta della Beata Trinità” (Catechismo, n. 260).
Ma fin d’ora siamo inabitati dalla Santissima Trinità, Padre, Figlio (Gv 14,23) e Spirito Santo (Gv 14,16-17). Il credente è quindi tempio della Trinità!!! Ciò deve comportare per noi una gioia immensa in ogni momento, perché Dio non è più lontano da noi ma è veramente il “Dio con noi”, anzi il “Dio in noi”. Da ciò scaturisce anche l’immenso valore di ogni persona e la sacralità di ogni corpo (1 Cor 6,15-20; 2 Cor 6,14-18), dimora dell’Altissimo.
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