Letture: At 10,25-26.34-35.44-48; 1 Gv 4,7-10; Gv 15,9-17
Nella liturgia odierna, siamo al culmine della rivelazione di Dio: “Dio è amore!” (1 Gv 4,8). “Se nient’altro a lode dell’amore fosse stato scritto… nel resto della Scrittura, e noi avessimo udito dalla bocca dello Spirito di Dio solo questa asserzione, non dovremmo cercare altro” (S. Agostino). “Amore” è il nome neotestamentario di Dio: tale amore è la fonte di ogni amore (1 Gv 4,7); ci permette di conoscere Dio (v. 7); si rivela nel dono del Figlio al mondo (v. 9); non si risparmia, arrivando a donarci l’Unigenito, che muore per noi (vv. 9-10); è gratuito, perché è Dio che ci ama per primo (v. 10); è liberante, perché ha per fine “che noi avessimo la vita” (v. 9), e l'”espiazione dei nostri peccati” (v. 10). Dio è Amore, cioè comunione, dialogo, comunicazione, dono: egli in sè è comunità d’amore (la Trinità), che trabocca all’esterno solo amore.
La contemplazione di questo mistero da una parte toglie da noi ogni visione angosciante di un Dio autoritario e severo, riempiendoci di gioia e di serenità; dall’altra incide profondamente nella nostra vita. Infatti “l’amore di lui è perfetto in noi… se ci amiamo gli uni gli altri” (1 Gv 4,12). La grande tradizione rabbinica, nel marasma di prescrizioni e decreti dell’ebraismo, ricercava quale fosse “il primo” (Mt 22,34-40), “il più grande” (Mc 12,28-31) comandamento, quello che potesse compendiare tutta la Legge e i Profeti (Mt 22,40). Il Talmud diceva che venne Mosè e furono dati 613 comandamenti, 365 negativi (il numero dei giorni dell’anno) e 248 positivi (il numero delle membra del corpo umano); Davide li ridusse a 11 (Salmo 15), Isaia a 6 (Is 33,15-16), Michea a 3 (Mi 6,8), ancora Isaia li compendiò in 2 (Is 56,1), infine Abacuc in uno solo (Ab 2,4). Gesù insegnò che “il più grande e il primo dei comandamenti” era: “Amerai il Signore Dio tuo”, ma che il secondo era “simile al primo: amerai il prossimo tuo come te stesso” (Mt 22,37-38); anzi, in Marco si dice: “Non c’è altro comandamento (ndr: al singolare) più importante di questi” (Mc 12,31), e Luca li presenta come un unico comando (Lc 10,27).
Gesù in Giovanni proclama “un comandamento nuovo: come io vi ho amato, così amatevi anche voi gli uni gli altri” (Gv 13,34): e nel Vangelo di oggi parla dell’amore reciproco come del “suo comandamento” (Gv 15,12). E’ un comandamento “nuovo” (“kainòs“) non in senso cronologico (il testo avrebbe usato “nèos“), ma in senso qualitativo: è un superamento inatteso di ogni altra precedente concezione: si usa infatti il verbo “agapào“, che indica un amore puramente oblativo, che non si attende contraccambio; si dice di amarci “come” lui ci ha amati, usando un avverbio, “kathòs“, che indica non solo il paragone, ma anche il fondamento, la “materia” di cui questo amore deve essere fatto: ci ameremo tra di noi solo se saremo radicati in Dio, riempiti di lui, fonte unica di ogni amore.
La Chiesa di Cristo deve essere il luogo dell’amore: Ignazio di Antiochia afferma che il nome della Chiesa è agape. Essa è chiamata a testimoniare al mondo al mondo la dimensione agapica di Dio. Per questo è essenziale che sia il luogo della “philadelfìa“, cioè dell’amore per i fratelli: i credenti sono quelli che con-soffrono (1 Cor 12,26), con-gioiscono (1 Cor 12,26; Fil 12,17), con-vivono e co-muoiono (2 Cor 7,3), col-laborano (Fil 1,27; 4,3), con-riposano (Rm 15,32). La Chiesa è il luogo della reciprocità: “gli uni gli altri” (Gv 14,34-35; 15,12.17). L’agape è il criterio definitivo di ecclesialità: l’amore è l’unico segno non ambiguo di appartenenza al Signore (Gv 13,35; 15,10.12; 1 Gv 4,12).
VI Domenica Di Pasqua B – Il Comandamento dell’Amore
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Letture: At 10,25-26.34-35.44-48; 1 Gv 4,7-10; Gv 15,9-17
Nella liturgia odierna, siamo al culmine della rivelazione di Dio: “Dio è amore!” (1 Gv 4,8). “Se nient’altro a lode dell’amore fosse stato scritto… nel resto della Scrittura, e noi avessimo udito dalla bocca dello Spirito di Dio solo questa asserzione, non dovremmo cercare altro” (S. Agostino). “Amore” è il nome neotestamentario di Dio: tale amore è la fonte di ogni amore (1 Gv 4,7); ci permette di conoscere Dio (v. 7); si rivela nel dono del Figlio al mondo (v. 9); non si risparmia, arrivando a donarci l’Unigenito, che muore per noi (vv. 9-10); è gratuito, perché è Dio che ci ama per primo (v. 10); è liberante, perché ha per fine “che noi avessimo la vita” (v. 9), e l'”espiazione dei nostri peccati” (v. 10). Dio è Amore, cioè comunione, dialogo, comunicazione, dono: egli in sè è comunità d’amore (la Trinità), che trabocca all’esterno solo amore.
La contemplazione di questo mistero da una parte toglie da noi ogni visione angosciante di un Dio autoritario e severo, riempiendoci di gioia e di serenità; dall’altra incide profondamente nella nostra vita. Infatti “l’amore di lui è perfetto in noi… se ci amiamo gli uni gli altri” (1 Gv 4,12). La grande tradizione rabbinica, nel marasma di prescrizioni e decreti dell’ebraismo, ricercava quale fosse “il primo” (Mt 22,34-40), “il più grande” (Mc 12,28-31) comandamento, quello che potesse compendiare tutta la Legge e i Profeti (Mt 22,40). Il Talmud diceva che venne Mosè e furono dati 613 comandamenti, 365 negativi (il numero dei giorni dell’anno) e 248 positivi (il numero delle membra del corpo umano); Davide li ridusse a 11 (Salmo 15), Isaia a 6 (Is 33,15-16), Michea a 3 (Mi 6,8), ancora Isaia li compendiò in 2 (Is 56,1), infine Abacuc in uno solo (Ab 2,4). Gesù insegnò che “il più grande e il primo dei comandamenti” era: “Amerai il Signore Dio tuo”, ma che il secondo era “simile al primo: amerai il prossimo tuo come te stesso” (Mt 22,37-38); anzi, in Marco si dice: “Non c’è altro comandamento (ndr: al singolare) più importante di questi” (Mc 12,31), e Luca li presenta come un unico comando (Lc 10,27).
Gesù in Giovanni proclama “un comandamento nuovo: come io vi ho amato, così amatevi anche voi gli uni gli altri” (Gv 13,34): e nel Vangelo di oggi parla dell’amore reciproco come del “suo comandamento” (Gv 15,12). E’ un comandamento “nuovo” (“kainòs“) non in senso cronologico (il testo avrebbe usato “nèos“), ma in senso qualitativo: è un superamento inatteso di ogni altra precedente concezione: si usa infatti il verbo “agapào“, che indica un amore puramente oblativo, che non si attende contraccambio; si dice di amarci “come” lui ci ha amati, usando un avverbio, “kathòs“, che indica non solo il paragone, ma anche il fondamento, la “materia” di cui questo amore deve essere fatto: ci ameremo tra di noi solo se saremo radicati in Dio, riempiti di lui, fonte unica di ogni amore.
La Chiesa di Cristo deve essere il luogo dell’amore: Ignazio di Antiochia afferma che il nome della Chiesa è agape. Essa è chiamata a testimoniare al mondo al mondo la dimensione agapica di Dio. Per questo è essenziale che sia il luogo della “philadelfìa“, cioè dell’amore per i fratelli: i credenti sono quelli che con-soffrono (1 Cor 12,26), con-gioiscono (1 Cor 12,26; Fil 12,17), con-vivono e co-muoiono (2 Cor 7,3), col-laborano (Fil 1,27; 4,3), con-riposano (Rm 15,32). La Chiesa è il luogo della reciprocità: “gli uni gli altri” (Gv 14,34-35; 15,12.17). L’agape è il criterio definitivo di ecclesialità: l’amore è l’unico segno non ambiguo di appartenenza al Signore (Gv 13,35; 15,10.12; 1 Gv 4,12).
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