Innanzitutto, che cosa significa “Ascensione” del Signore? Marco pone l’Ascensione di Gesù nel giorno stesso di Pasqua (Mc 16,19), Luca, invece, la colloca dopo 40 giorni (At 1,3): ma nella Bibbia il numero “40” indica un tempo compiuto, un periodo voluto da Dio… Certamente Gesù Risorto fu visto come tale per un arco di tempo preciso, dopo di che Egli non si manifestò più in apparizione. “Ascensione” è un’immagine in linguaggio spazio-temporale per esprimere proprio che da un certo momento Cristo non fu più rinvenibile all’interno del limite della nostra percezione umana: Egli è il Vivente al di fuori dello spazio e del tempo, nell’eternità e nell’infinito di Dio, “in cielo”.
Ecco perché nel Nuovo Testamento si parla indifferentemente di resurrezione o di ascensione-glorificazione-esaltazione (At 2,32-33; 5,30-31; Rm 8,34; Ef 1,20; 4,9; Fil 2,8-9; 1 Pt 3,21-22; Lc 24,26…). Anzi, in Giovanni la glorificazione di Gesù comincia già sulla Croce, quando “elevato da terra, attirerà tutti a sé” (Gv 12,32-33; cfr 3,14; 8,28): è tutta un’unica azione, un unico movimento, un unico momento, l'”Ora” di Gesù (Gv 2,4; 7,30; 8,20; 12,23.27; 16,25.32; 17,1), con la quale Egli torna al Padre (Gv 13,1; 14,12-28; 16,5-10.28).
La Liturgia celebra perciò oggi l’alterità del Signore Vivente dalla nostra realtà terrena: a noi che viviamo sempre più abbarbicati sul senso del possesso, ubriachi del mito dell’avere, della stabilità, della sicurezza, essa richiama con forza la caducità del mondo e la relatività delle cose umane: siamo “pellegrini e stranieri sulla terra” (Sl 119,54; 1 Pt 1,17; 2 Pt 2,11; Eb 11,13), in viaggio permanente verso l’Assoluto di Dio. I cristiani devono sempre ricordare che sono “nel mondo… ma non sono del mondo” (Gv 17,11.16), che per ora sono “in esilio lontano dal Signore” (2 Cor 5,6), che “non hanno quaggiù una città stabile, ma che cercano quella futura” (Eb 13,13): la loro “patria è nei cieli” (Fil 3,20).
Ci esorta Paolo: “Se siete risorti con Cristo, cercate le cose di lassù, dove si trova Cristo assiso alla destra di Dio; pensate alle cose di lassù, non a quelle della terra… Mortificate dunque quella parte di voi che appartiene alla terra: fornicazione, impurità, passioni, desideri cattivi e quella avarizia insaziabile che è idolatria…” (Col 3,1-2.5). Il cristiano contesta quindi con la sua vita l’idolatria di questo mondo, riconoscendolo come “realtà penultima”: solo il Regno di Dio è “la meta” (Fil 3,14). Perciò fonda la sua vita non sulla logica mondana, ma sulla novità della rivelazione di Dio-Amore; e vive nell’attesa della beata speranza, anelando di ricongiungersi con il suo Signore, con l’ansia con cui l’innamorata attende l’innamorato (Ct 3,1-4; 5,2), la sposa lo Sposo, implorando: “Maranathà, Vieni, Signore!” (Ap 22,17).
Un altro insegnamento odierno è che spetta ai discepoli prolungare nel mondo l’incarnazione del Figlio di Dio, facendosi segni concreti del suo amore per gli uomini, diventando essi stessi, per i fratelli, la prima esperienza della bontà e della salvezza di Dio. Noi siamo il primo sacramento di Cristo per il mondo: le nostre gambe sono le gambe con cui Gesù arriva oggi ad ogni uomo, le nostre braccia sono le braccia con cui Gesù lo soccorre, la nostra bocca quella con cui il Cristo lo consola e gli annuncia la salvezza. Siamo chiamati ad essere, per il mondo, i tramiti, i mediatori della salvezza. Ma in questa grande e difficile missione non siamo soli. Gesù ci promette la “forza dello Spirito Santo” (At 1,8) e ci rassicura: “Ecco, io sono con voi sempre, fino alla fine del mondo” (Mt 28,20).
Ascensione Del Signore
il:
– di:
Letture: At 1,1-11; Ef 4,1-13; Mc 16,15-20
Innanzitutto, che cosa significa “Ascensione” del Signore? Marco pone l’Ascensione di Gesù nel giorno stesso di Pasqua (Mc 16,19), Luca, invece, la colloca dopo 40 giorni (At 1,3): ma nella Bibbia il numero “40” indica un tempo compiuto, un periodo voluto da Dio… Certamente Gesù Risorto fu visto come tale per un arco di tempo preciso, dopo di che Egli non si manifestò più in apparizione. “Ascensione” è un’immagine in linguaggio spazio-temporale per esprimere proprio che da un certo momento Cristo non fu più rinvenibile all’interno del limite della nostra percezione umana: Egli è il Vivente al di fuori dello spazio e del tempo, nell’eternità e nell’infinito di Dio, “in cielo”.
Ecco perché nel Nuovo Testamento si parla indifferentemente di resurrezione o di ascensione-glorificazione-esaltazione (At 2,32-33; 5,30-31; Rm 8,34; Ef 1,20; 4,9; Fil 2,8-9; 1 Pt 3,21-22; Lc 24,26…). Anzi, in Giovanni la glorificazione di Gesù comincia già sulla Croce, quando “elevato da terra, attirerà tutti a sé” (Gv 12,32-33; cfr 3,14; 8,28): è tutta un’unica azione, un unico movimento, un unico momento, l'”Ora” di Gesù (Gv 2,4; 7,30; 8,20; 12,23.27; 16,25.32; 17,1), con la quale Egli torna al Padre (Gv 13,1; 14,12-28; 16,5-10.28).
La Liturgia celebra perciò oggi l’alterità del Signore Vivente dalla nostra realtà terrena: a noi che viviamo sempre più abbarbicati sul senso del possesso, ubriachi del mito dell’avere, della stabilità, della sicurezza, essa richiama con forza la caducità del mondo e la relatività delle cose umane: siamo “pellegrini e stranieri sulla terra” (Sl 119,54; 1 Pt 1,17; 2 Pt 2,11; Eb 11,13), in viaggio permanente verso l’Assoluto di Dio. I cristiani devono sempre ricordare che sono “nel mondo… ma non sono del mondo” (Gv 17,11.16), che per ora sono “in esilio lontano dal Signore” (2 Cor 5,6), che “non hanno quaggiù una città stabile, ma che cercano quella futura” (Eb 13,13): la loro “patria è nei cieli” (Fil 3,20).
Ci esorta Paolo: “Se siete risorti con Cristo, cercate le cose di lassù, dove si trova Cristo assiso alla destra di Dio; pensate alle cose di lassù, non a quelle della terra… Mortificate dunque quella parte di voi che appartiene alla terra: fornicazione, impurità, passioni, desideri cattivi e quella avarizia insaziabile che è idolatria…” (Col 3,1-2.5). Il cristiano contesta quindi con la sua vita l’idolatria di questo mondo, riconoscendolo come “realtà penultima”: solo il Regno di Dio è “la meta” (Fil 3,14). Perciò fonda la sua vita non sulla logica mondana, ma sulla novità della rivelazione di Dio-Amore; e vive nell’attesa della beata speranza, anelando di ricongiungersi con il suo Signore, con l’ansia con cui l’innamorata attende l’innamorato (Ct 3,1-4; 5,2), la sposa lo Sposo, implorando: “Maranathà, Vieni, Signore!” (Ap 22,17).
Un altro insegnamento odierno è che spetta ai discepoli prolungare nel mondo l’incarnazione del Figlio di Dio, facendosi segni concreti del suo amore per gli uomini, diventando essi stessi, per i fratelli, la prima esperienza della bontà e della salvezza di Dio. Noi siamo il primo sacramento di Cristo per il mondo: le nostre gambe sono le gambe con cui Gesù arriva oggi ad ogni uomo, le nostre braccia sono le braccia con cui Gesù lo soccorre, la nostra bocca quella con cui il Cristo lo consola e gli annuncia la salvezza. Siamo chiamati ad essere, per il mondo, i tramiti, i mediatori della salvezza. Ma in questa grande e difficile missione non siamo soli. Gesù ci promette la “forza dello Spirito Santo” (At 1,8) e ci rassicura: “Ecco, io sono con voi sempre, fino alla fine del mondo” (Mt 28,20).
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