Letture: Dt 4,1-2.6-8; Gc 1,17-18.21-22.27; Mc 7,1-8.14-15.21-23
Il testo del Vangelo odierno è una rielaborazione pluristratificata di Marco attorno al problema centrale del v.15, quello dei cibi puri e impuri, che tanto angustiò le prime comunità (At 10,9-43; 11,1-18; 15,29; Rm 14,15.20; 1 Tm 4,3).
Marco pone questo brano all’interno della “sezione del pane” (6,30-8,26): il problema suscitato dai Farisei è perché i discepoli mangino “il pane” (“àrtos”, v.2) con mani impure, cioè non lavate. Gesù risponde citando Is 29,13 in una versione diversa sia dal Testo Masoretico che dai LXX, e li accusa: all'”entolè”, il comandamento di Dio, di cui parla la prima Lettura (Dt 4,1-2.6-8), i Farisei hanno contrapposto le 613 “entolàs”, i comandi; alla “miswah”, il precetto, hanno contrapposto i “miswot”, i precetti (Mt 23).
Gesù enuncia al v.15 un principio rivoluzionario per la mentalità farisaica: quello del primato assoluto dell’interiorità. E di fronte alla folla pone ormai “la scure alla radice” (Mt 3,10), come aveva annunciato il Battista, e fa l’unico discorso morale presente in Marco: una morale radicale, che pretende che il cuore cambi e si dia totalmente a Dio. Il suo monito vale anche per i discepoli, quelli che sono “dentro” con lui, “nella casa” (in Marco simbolo della Chiesa): anch’essi sono sordi e ciechi, spiritualmente tonti (vv. 17-18); e Gesù li esorta a liberarsi dal male che si annida nelle profondità del cuore umano, citando un elenco di vizi, quali si trovano negli scrittori classici, nei testi rabbinici, e altrove nel Nuovo Testamento (Rm 1,29-31; Gal 5,19-21; Col 3,5-8; 2 Tm 3,2-5…): qui in Marco Gesù ne enumera 12 (vv. 21-22), simbolo della totalità del male, 6 al singolare per indicare atteggiamenti interiori, 6 al plurale per indicare gli atti cattivi che conseguono dalle malvage disposizioni dell’animo.
Marco ci vuole ricordare che un cuore non indurito, capace di cogliere il Signore, è quello pervaso dall’amore, dallo Spirito, e non dalla legge. Una religione nata ovviamente “a fin di bene”, ma poi sclerotizzatasi, attaccata a riti e tradizioni, ingolfata in disposizioni, decreti, usanze, tendente all’autoassoluzione e all’autoincensazione, legata al suo passato in maniera rigida, non è capace di intendere il Signore, di capire il mistero del “Pane”.
Gesù colpisce al cuore tutti i nostri “…ismi”: ogni moralismo e formalismo, ogni legalismo e giuridismo, ogni ritualismo e dogmatismo. Guai a una religione autogiustificazione, magia, nevrosi! “Vi cacceranno dalle sinagoghe; anzi, verrà l’ora in cui chiunque vi ucciderà crederà di rendere culto a Dio. E faranno ciò, perché non hanno conosciuto né il Padre né me” (Gv 16,2-3); il maggiore oppositore di Gesù è una religione che non ci apre al nuovo, che non ci fa scorgere i passaggi di Dio nei fatti più impensati: “Nessuno versa vino nuovo in otri vecchi, altrimenti il vino spaccherà gli otri e si perdono vino e otri, ma vino nuovo in otri nuovi” (Mc 2,22).
Solo se vivremo nel primato assoluto dello Spirito sulla legge, aperti alla novità di Dio, interiormente capaci di amore, di tenerezza e di pentimento fino alle lacrime, saremo davvero liberi (2 Cor 3,17), e la nostra sarà “una religione pura e senza macchia davanti a Dio nostro Padre”, come ci ricorda Giacomo nella Seconda Lettura (Gc 1,27). E ciò è possibile perché la nostra salvezza non viene dalle opere da noi compiute (Rm 3,20.28; 4,6; 9,12.32; Gal 2,16; Ef 2,9; Tt 3,5), ma perché Dio è sceso dai suoi cieli per diventare uno di noi. È il mistero d’amore che Mosè contempla nella Prima Lettura: “Qual grande nazione ha la divinità così vicina a sé, come il Signore nostro Dio è vicino a noi ogni volta che lo invochiamo?” (Dt 4,7).
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Domenica XXII Anno B – Il primato dell’interiorità
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Letture: Dt 4,1-2.6-8; Gc 1,17-18.21-22.27; Mc 7,1-8.14-15.21-23
Il testo del Vangelo odierno è una rielaborazione pluristratificata di Marco attorno al problema centrale del v.15, quello dei cibi puri e impuri, che tanto angustiò le prime comunità (At 10,9-43; 11,1-18; 15,29; Rm 14,15.20; 1 Tm 4,3).
Marco pone questo brano all’interno della “sezione del pane” (6,30-8,26): il problema suscitato dai Farisei è perché i discepoli mangino “il pane” (“àrtos”, v.2) con mani impure, cioè non lavate. Gesù risponde citando Is 29,13 in una versione diversa sia dal Testo Masoretico che dai LXX, e li accusa: all'”entolè”, il comandamento di Dio, di cui parla la prima Lettura (Dt 4,1-2.6-8), i Farisei hanno contrapposto le 613 “entolàs”, i comandi; alla “miswah”, il precetto, hanno contrapposto i “miswot”, i precetti (Mt 23).
Gesù enuncia al v.15 un principio rivoluzionario per la mentalità farisaica: quello del primato assoluto dell’interiorità. E di fronte alla folla pone ormai “la scure alla radice” (Mt 3,10), come aveva annunciato il Battista, e fa l’unico discorso morale presente in Marco: una morale radicale, che pretende che il cuore cambi e si dia totalmente a Dio. Il suo monito vale anche per i discepoli, quelli che sono “dentro” con lui, “nella casa” (in Marco simbolo della Chiesa): anch’essi sono sordi e ciechi, spiritualmente tonti (vv. 17-18); e Gesù li esorta a liberarsi dal male che si annida nelle profondità del cuore umano, citando un elenco di vizi, quali si trovano negli scrittori classici, nei testi rabbinici, e altrove nel Nuovo Testamento (Rm 1,29-31; Gal 5,19-21; Col 3,5-8; 2 Tm 3,2-5…): qui in Marco Gesù ne enumera 12 (vv. 21-22), simbolo della totalità del male, 6 al singolare per indicare atteggiamenti interiori, 6 al plurale per indicare gli atti cattivi che conseguono dalle malvage disposizioni dell’animo.
Marco ci vuole ricordare che un cuore non indurito, capace di cogliere il Signore, è quello pervaso dall’amore, dallo Spirito, e non dalla legge. Una religione nata ovviamente “a fin di bene”, ma poi sclerotizzatasi, attaccata a riti e tradizioni, ingolfata in disposizioni, decreti, usanze, tendente all’autoassoluzione e all’autoincensazione, legata al suo passato in maniera rigida, non è capace di intendere il Signore, di capire il mistero del “Pane”.
Gesù colpisce al cuore tutti i nostri “…ismi”: ogni moralismo e formalismo, ogni legalismo e giuridismo, ogni ritualismo e dogmatismo. Guai a una religione autogiustificazione, magia, nevrosi! “Vi cacceranno dalle sinagoghe; anzi, verrà l’ora in cui chiunque vi ucciderà crederà di rendere culto a Dio. E faranno ciò, perché non hanno conosciuto né il Padre né me” (Gv 16,2-3); il maggiore oppositore di Gesù è una religione che non ci apre al nuovo, che non ci fa scorgere i passaggi di Dio nei fatti più impensati: “Nessuno versa vino nuovo in otri vecchi, altrimenti il vino spaccherà gli otri e si perdono vino e otri, ma vino nuovo in otri nuovi” (Mc 2,22).
Solo se vivremo nel primato assoluto dello Spirito sulla legge, aperti alla novità di Dio, interiormente capaci di amore, di tenerezza e di pentimento fino alle lacrime, saremo davvero liberi (2 Cor 3,17), e la nostra sarà “una religione pura e senza macchia davanti a Dio nostro Padre”, come ci ricorda Giacomo nella Seconda Lettura (Gc 1,27). E ciò è possibile perché la nostra salvezza non viene dalle opere da noi compiute (Rm 3,20.28; 4,6; 9,12.32; Gal 2,16; Ef 2,9; Tt 3,5), ma perché Dio è sceso dai suoi cieli per diventare uno di noi. È il mistero d’amore che Mosè contempla nella Prima Lettura: “Qual grande nazione ha la divinità così vicina a sé, come il Signore nostro Dio è vicino a noi ogni volta che lo invochiamo?” (Dt 4,7).
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Letture: Dt 4,1-2.6-8; Gc 1,17-18.21-22.27; Mc 7,1-8.14-15.21-23
Il testo del Vangelo odierno è una rielaborazione pluristratificata di Marco attorno al problema centrale del v.15, quello dei cibi puri e impuri, che tanto angustiò le prime comunità (At 10,9-43; 11,1-18; 15,29; Rm 14,15.20; 1 Tm 4,3).
Marco pone questo brano all’interno della “sezione del pane” (6,30-8,26): il problema suscitato dai Farisei è perché i discepoli mangino “il pane” (“àrtos”, v.2) con mani impure, cioè non lavate. Gesù risponde citando Is 29,13 in una versione diversa sia dal Testo Masoretico che dai LXX, e li accusa: all'”entolè”, il comandamento di Dio, di cui parla la prima Lettura (Dt 4,1-2.6-8), i Farisei hanno contrapposto le 613 “entolàs”, i comandi; alla “miswah”, il precetto, hanno contrapposto i “miswot”, i precetti (Mt 23).
Gesù enuncia al v.15 un principio rivoluzionario per la mentalità farisaica: quello del primato assoluto dell’interiorità. E di fronte alla folla pone ormai “la scure alla radice” (Mt 3,10), come aveva annunciato il Battista, e fa l’unico discorso morale presente in Marco: una morale radicale, che pretende che il cuore cambi e si dia totalmente a Dio. Il suo monito vale anche per i discepoli, quelli che sono “dentro” con lui, “nella casa” (in Marco simbolo della Chiesa): anch’essi sono sordi e ciechi, spiritualmente tonti (vv. 17-18); e Gesù li esorta a liberarsi dal male che si annida nelle profondità del cuore umano, citando un elenco di vizi, quali si trovano negli scrittori classici, nei testi rabbinici, e altrove nel Nuovo Testamento (Rm 1,29-31; Gal 5,19-21; Col 3,5-8; 2 Tm 3,2-5…): qui in Marco Gesù ne enumera 12 (vv. 21-22), simbolo della totalità del male, 6 al singolare per indicare atteggiamenti interiori, 6 al plurale per indicare gli atti cattivi che conseguono dalle malvage disposizioni dell’animo.
Marco ci vuole ricordare che un cuore non indurito, capace di cogliere il Signore, è quello pervaso dall’amore, dallo Spirito, e non dalla legge. Una religione nata ovviamente “a fin di bene”, ma poi sclerotizzatasi, attaccata a riti e tradizioni, ingolfata in disposizioni, decreti, usanze, tendente all’autoassoluzione e all’autoincensazione, legata al suo passato in maniera rigida, non è capace di intendere il Signore, di capire il mistero del “Pane”.
Gesù colpisce al cuore tutti i nostri “…ismi”: ogni moralismo e formalismo, ogni legalismo e giuridismo, ogni ritualismo e dogmatismo. Guai a una religione autogiustificazione, magia, nevrosi! “Vi cacceranno dalle sinagoghe; anzi, verrà l’ora in cui chiunque vi ucciderà crederà di rendere culto a Dio. E faranno ciò, perché non hanno conosciuto né il Padre né me” (Gv 16,2-3); il maggiore oppositore di Gesù è una religione che non ci apre al nuovo, che non ci fa scorgere i passaggi di Dio nei fatti più impensati: “Nessuno versa vino nuovo in otri vecchi, altrimenti il vino spaccherà gli otri e si perdono vino e otri, ma vino nuovo in otri nuovi” (Mc 2,22).
Solo se vivremo nel primato assoluto dello Spirito sulla legge, aperti alla novità di Dio, interiormente capaci di amore, di tenerezza e di pentimento fino alle lacrime, saremo davvero liberi (2 Cor 3,17), e la nostra sarà “una religione pura e senza macchia davanti a Dio nostro Padre”, come ci ricorda Giacomo nella Seconda Lettura (Gc 1,27). E ciò è possibile perché la nostra salvezza non viene dalle opere da noi compiute (Rm 3,20.28; 4,6; 9,12.32; Gal 2,16; Ef 2,9; Tt 3,5), ma perché Dio è sceso dai suoi cieli per diventare uno di noi. È il mistero d’amore che Mosè contempla nella Prima Lettura: “Qual grande nazione ha la divinità così vicina a sé, come il Signore nostro Dio è vicino a noi ogni volta che lo invochiamo?” (Dt 4,7).
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