Il Vangelo odierno ci proclama con forza che la Resurrezione di Gesù è un fatto storico, reale. La scuola critica o razionalista, sorta nel 1700, lo aveva contestato: gli Apostoli si sarebbero ingannati riguardo alla morte di Gesù (teoria della morte apparente), o riguardo al sepolcro (errore di identificazione, furto di cadavere…), o riguardo alle apparizioni (allucinazioni collettive, fenomeni parapsicologici, un sosia…). La scuola mitica, in campo protestante, alla fine dell’Ottocento afferma che la resurrezione stessa è oggetto di fede, e non suo fondamento: è un mito, una bellissima leggenda, un modo di dire che il messaggio di Cristo è ancora vivo per noi, così come si dice “Che Guevara vive”…
Ma i Vangeli rispondono sottolineando il realismo dell’evento Resurrezione: il corpo di Cristo morto è scomparso dal sepolcro, come ammesso dai suoi stessi avversari (Mt 28,11-15); Gesù risorto si può toccare (Vangelo di oggi: Gv 20,25-28) e mangia con i discepoli (Vangelo di domenica prossima: Lc 24,41-43; cfr At 10,41). Giovanni ci dice che il “Figlio di Dio” è veramente “venuto con acqua e sangue” (seconda Lettura: 1 Gv 5,6), sottolineandone la storicità: e così sintetizza la concretezza della testimonianza apostolica: “Ciò che noi abbiamo udito, ciò che noi abbiamo veduto con i nostri occhi, ciò che noi abbiamo contemplato e ciò che le nostre mani hanno toccato, ossia il Verbo della vita (poiché la vita si è fatta visibile, noi l’abbiamo veduta…), quello che abbiamo veduto e udito, noi li annunziamo anche a voi” (1 Gv 1,1-3).
Lo stesso Corpo di Gesù, ma trasfigurato
Certo, Gesù passa anche attraverso i muri (Gv 20,19), la Maddalena lo scambia per il giardiniere e lo individua solo quando è chiamata per nome (Gv 20,11-18), i due discepoli di Emmaus camminano a lungo con lui e lo riconoscono solo allo spezzar del pane (Lc 24,13-35), i discepoli si accorgono che è il Signore solo dopo una pesca miracolosa (Gv 21,4-7). I racconti evangelici sottolineano che da una parte il corpo del Signore è proprio quello di prima, dall’altra che esso è trasfigurato. Come dirà Paolo: “Così… la resurrezione dei morti: si semina corruttibile e si risorge incorruttibile…; si semina un corpo animale e si risorge un corpo spirituale” (1 Cor 15,42-54). C’è quindi continuità ma al contempo profonda diversità tra la percezione del Cristo prima e dopo la sua resurrezione. Ma la resurrezione non è un abbaglio (scuola critica) o una bella speranza (scuola mitica): è un fatto concreto, storico anche se trascende la storia diventando metastorico; un evento reale che ha trasformato un gruppo di pavidi ebrei rinchiusi in una stanza (Gv 20,19) in coraggiosi apostoli che per tutta la terra proclamano a prezzo del loro sangue la loro testimonianza.
La nuova etica pasquale: la condivisione
La concretezza della loro esperienza si traduce in concretezza di nuovo stile di vita: la morale pasquale che scaturisce dalla resurrezione di Gesù è quella della condivisione. Nella prima Lettura, la comunità cristiana è presentata come modello di solidarietà: l’essere “un cuor solo e un’anima sola” si traduce subito nel fatto che “nessuno diceva sua proprietà quello che gli apparteneva, ma ogni cosa era fra loro comune” (At 4,32-35). Per essere discepoli di Cristo, bisogna vendere i propri beni e parteciparli a chi non ne ha (Mt 19,21; Lc 12,33). E noi oggi, come singoli, come gruppi, come parrocchie o come conventi, diamo ancor al mondo questo segno concreto dell’evento pasquale? “Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli: se vi amerete” (Gv 13,35): forse siamo poco credibili nell’annuncio proprio perché non viviamo più la nuova etica pasquale della comunione dei beni?
II Domenica Di Pasqua B – La Condivisione Dei Beni, Segno Dell’incontro Con Gesù Risorto
il:
– di:
Letture: At 4,32-35; 1 Gv 5,1-6; Gv 20,19-31
La Resurrezione di Gesù, evento storico
Il Vangelo odierno ci proclama con forza che la Resurrezione di Gesù è un fatto storico, reale. La scuola critica o razionalista, sorta nel 1700, lo aveva contestato: gli Apostoli si sarebbero ingannati riguardo alla morte di Gesù (teoria della morte apparente), o riguardo al sepolcro (errore di identificazione, furto di cadavere…), o riguardo alle apparizioni (allucinazioni collettive, fenomeni parapsicologici, un sosia…). La scuola mitica, in campo protestante, alla fine dell’Ottocento afferma che la resurrezione stessa è oggetto di fede, e non suo fondamento: è un mito, una bellissima leggenda, un modo di dire che il messaggio di Cristo è ancora vivo per noi, così come si dice “Che Guevara vive”…
Ma i Vangeli rispondono sottolineando il realismo dell’evento Resurrezione: il corpo di Cristo morto è scomparso dal sepolcro, come ammesso dai suoi stessi avversari (Mt 28,11-15); Gesù risorto si può toccare (Vangelo di oggi: Gv 20,25-28) e mangia con i discepoli (Vangelo di domenica prossima: Lc 24,41-43; cfr At 10,41). Giovanni ci dice che il “Figlio di Dio” è veramente “venuto con acqua e sangue” (seconda Lettura: 1 Gv 5,6), sottolineandone la storicità: e così sintetizza la concretezza della testimonianza apostolica: “Ciò che noi abbiamo udito, ciò che noi abbiamo veduto con i nostri occhi, ciò che noi abbiamo contemplato e ciò che le nostre mani hanno toccato, ossia il Verbo della vita (poiché la vita si è fatta visibile, noi l’abbiamo veduta…), quello che abbiamo veduto e udito, noi li annunziamo anche a voi” (1 Gv 1,1-3).
Lo stesso Corpo di Gesù, ma trasfigurato
Certo, Gesù passa anche attraverso i muri (Gv 20,19), la Maddalena lo scambia per il giardiniere e lo individua solo quando è chiamata per nome (Gv 20,11-18), i due discepoli di Emmaus camminano a lungo con lui e lo riconoscono solo allo spezzar del pane (Lc 24,13-35), i discepoli si accorgono che è il Signore solo dopo una pesca miracolosa (Gv 21,4-7). I racconti evangelici sottolineano che da una parte il corpo del Signore è proprio quello di prima, dall’altra che esso è trasfigurato. Come dirà Paolo: “Così… la resurrezione dei morti: si semina corruttibile e si risorge incorruttibile…; si semina un corpo animale e si risorge un corpo spirituale” (1 Cor 15,42-54). C’è quindi continuità ma al contempo profonda diversità tra la percezione del Cristo prima e dopo la sua resurrezione. Ma la resurrezione non è un abbaglio (scuola critica) o una bella speranza (scuola mitica): è un fatto concreto, storico anche se trascende la storia diventando metastorico; un evento reale che ha trasformato un gruppo di pavidi ebrei rinchiusi in una stanza (Gv 20,19) in coraggiosi apostoli che per tutta la terra proclamano a prezzo del loro sangue la loro testimonianza.
La nuova etica pasquale: la condivisione
La concretezza della loro esperienza si traduce in concretezza di nuovo stile di vita: la morale pasquale che scaturisce dalla resurrezione di Gesù è quella della condivisione. Nella prima Lettura, la comunità cristiana è presentata come modello di solidarietà: l’essere “un cuor solo e un’anima sola” si traduce subito nel fatto che “nessuno diceva sua proprietà quello che gli apparteneva, ma ogni cosa era fra loro comune” (At 4,32-35). Per essere discepoli di Cristo, bisogna vendere i propri beni e parteciparli a chi non ne ha (Mt 19,21; Lc 12,33). E noi oggi, come singoli, come gruppi, come parrocchie o come conventi, diamo ancor al mondo questo segno concreto dell’evento pasquale? “Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli: se vi amerete” (Gv 13,35): forse siamo poco credibili nell’annuncio proprio perché non viviamo più la nuova etica pasquale della comunione dei beni?
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