Il prologo del Vangelo di Marco (1,1-13) si era chiuso con le tentazioni, la prima sezione (1,14-3,6) con la decisione di farisei ed erodiani di ucciderlo, la seconda sezione (3,7-6,6) con il rifiuto da parte dei concittadini. Dopo il primo sentimento di stupore e di ammirazione, ci dice il Vangelo odierno (6,1-2), subentra lo scandalo (6,3-4), ed è rifiutato come gli antichi Profeti, come Ezechiele nella prima Lettura (Ez 2,2-5).
Il Messia era atteso come potente, autore di gesti spettacolari, e le sue origini dovevano rimanere ignote (Gv 6,42; 8,14): di Gesù invece si sa che fa un umile mestiere, il carpentiere (Mc 6,3), e si conosce la famiglia. Inoltre è un laico che pretende di spiegare le Scritture senza avere compiuto studi regolari: “Come mai costui conosce le Scritture, senza avere studiato?” (Gv 7,15). Donde quindi gli derivano la “sophìa”, la sapienza, e la “dynamis”, la potenza? Dal cielo, dagli uomini (Mc 11,30-31) o addirittura da satana (Mc 3,22-30)?
La fede non è accettare un’ideologia astratta, ma un Dio personale, entrato nella storia. E Dio si è fatto debole, si è rivestito di una carne di peccato, nascendo e vivendo nella povertà e nel nascondimento. La nostra fede passa attraverso lo scandalo di un Dio che si è fatto bambino, anzi “brèphos” (Lc 2,12.16) (crudo termine lucano che indica il feto da partorire o appena partorito), attraverso l’indecenza di un Dio carpentiere che muore crocifisso. Mentre nelle “Vite degli Eroi” dell’antichità si raccontavano con dovizia i successi e i prodigi dei grandi personaggi, e fugacemente si accennava alla loro fine, la maggior parte dei Vangeli è dedicata a raccontare il tragico trapasso del Signore, la sua passione e morte. Il tema di Dio che si fa piccolo, che soffre e che muore fu scandaloso anche per la Chiesa nascente, e determinò le prime eresie. Inoltre i primi credenti furono sconvolti anche dal tragico modo in cui Dio era morto, “annoverato fra i malfattori” (Lc 22,37), urlando su una croce (Mc 15,47). Siamo l’unica religione al mondo che ha come emblema non un simbolo sereno o glorioso, ma la croce di un carpentiere torturato con le più crudeli sevizie …
Gesù non trovò solo l’opposizione dei farisei e degli erodiani, ma anche dei suoi cari: egli non fu compreso dai suoi parenti (Gv 7,5), che lo giudicavano una vergogna familiare, e che “uscirono per andare a prenderlo, poiché dicevano: «È fuori di sé»” (Mc 3,21); fu rifiutato dai suoi concittadini, che volevano ucciderlo (Lc 4,28-29); fu abbandono dai discepoli, dopo il discorso sull’eucarestia (Gv 6,66) e nel momento della passione (Mt 26,56); fu tradito proprio da uno degli amici più cari, Giuda (Mt 26,47-50), e rinnegato addirittura dal primo Papa, il fido Pietro (Mt 26,69-75).
Nel mistero dei famigliari, dei concittadini, dei discepoli che rifiutano Gesù c’è il mistero della Chiesa che tutta “conosce” il Cristo, lo tocca e lo maneggia, che è abituata da sempre a stare in sua compagnia, a parlare con lui e di lui: ma che spesso, in fondo, se ne vergogna, crede che egli sia un pazzo, e cerca in mille modi di impadronirsi di lui e, forse senza accorgersene, lo respinge e lo uccide, in nome di tutto il buon senso umano e religioso. Talora rifiutiamo ed eliminiamo Dio per l’assurda pretesa di difenderne il prestigio: ci siamo fatti un’immagine di come Dio “dovrebbe essere”, e non siamo capaci di accettarlo come egli si rivela, come il Dio diventato feto, carpentiere, crocifisso che muore urlando… Anche per noi ciò è “scandalo” e “stoltezza” (1 Cor 1,23); non riusciamo, come invece fa Paolo nella seconda Lettura, a “vantarci ben volentieri delle nostre debolezze” (2 Cor 12,9): qui sta la nostra “apistìa”, la nostra incredulità (Mc 6,6).
Lo Scandalo di un Dio Carpentiere
il:
– di:
Letture: Ez 2,2-5; 2 Cor 12,7-10; Mc 6,1-6
Il prologo del Vangelo di Marco (1,1-13) si era chiuso con le tentazioni, la prima sezione (1,14-3,6) con la decisione di farisei ed erodiani di ucciderlo, la seconda sezione (3,7-6,6) con il rifiuto da parte dei concittadini. Dopo il primo sentimento di stupore e di ammirazione, ci dice il Vangelo odierno (6,1-2), subentra lo scandalo (6,3-4), ed è rifiutato come gli antichi Profeti, come Ezechiele nella prima Lettura (Ez 2,2-5).
Il Messia era atteso come potente, autore di gesti spettacolari, e le sue origini dovevano rimanere ignote (Gv 6,42; 8,14): di Gesù invece si sa che fa un umile mestiere, il carpentiere (Mc 6,3), e si conosce la famiglia. Inoltre è un laico che pretende di spiegare le Scritture senza avere compiuto studi regolari: “Come mai costui conosce le Scritture, senza avere studiato?” (Gv 7,15). Donde quindi gli derivano la “sophìa”, la sapienza, e la “dynamis”, la potenza? Dal cielo, dagli uomini (Mc 11,30-31) o addirittura da satana (Mc 3,22-30)?
La fede non è accettare un’ideologia astratta, ma un Dio personale, entrato nella storia. E Dio si è fatto debole, si è rivestito di una carne di peccato, nascendo e vivendo nella povertà e nel nascondimento. La nostra fede passa attraverso lo scandalo di un Dio che si è fatto bambino, anzi “brèphos” (Lc 2,12.16) (crudo termine lucano che indica il feto da partorire o appena partorito), attraverso l’indecenza di un Dio carpentiere che muore crocifisso. Mentre nelle “Vite degli Eroi” dell’antichità si raccontavano con dovizia i successi e i prodigi dei grandi personaggi, e fugacemente si accennava alla loro fine, la maggior parte dei Vangeli è dedicata a raccontare il tragico trapasso del Signore, la sua passione e morte. Il tema di Dio che si fa piccolo, che soffre e che muore fu scandaloso anche per la Chiesa nascente, e determinò le prime eresie. Inoltre i primi credenti furono sconvolti anche dal tragico modo in cui Dio era morto, “annoverato fra i malfattori” (Lc 22,37), urlando su una croce (Mc 15,47). Siamo l’unica religione al mondo che ha come emblema non un simbolo sereno o glorioso, ma la croce di un carpentiere torturato con le più crudeli sevizie …
Gesù non trovò solo l’opposizione dei farisei e degli erodiani, ma anche dei suoi cari: egli non fu compreso dai suoi parenti (Gv 7,5), che lo giudicavano una vergogna familiare, e che “uscirono per andare a prenderlo, poiché dicevano: «È fuori di sé»” (Mc 3,21); fu rifiutato dai suoi concittadini, che volevano ucciderlo (Lc 4,28-29); fu abbandono dai discepoli, dopo il discorso sull’eucarestia (Gv 6,66) e nel momento della passione (Mt 26,56); fu tradito proprio da uno degli amici più cari, Giuda (Mt 26,47-50), e rinnegato addirittura dal primo Papa, il fido Pietro (Mt 26,69-75).
Nel mistero dei famigliari, dei concittadini, dei discepoli che rifiutano Gesù c’è il mistero della Chiesa che tutta “conosce” il Cristo, lo tocca e lo maneggia, che è abituata da sempre a stare in sua compagnia, a parlare con lui e di lui: ma che spesso, in fondo, se ne vergogna, crede che egli sia un pazzo, e cerca in mille modi di impadronirsi di lui e, forse senza accorgersene, lo respinge e lo uccide, in nome di tutto il buon senso umano e religioso. Talora rifiutiamo ed eliminiamo Dio per l’assurda pretesa di difenderne il prestigio: ci siamo fatti un’immagine di come Dio “dovrebbe essere”, e non siamo capaci di accettarlo come egli si rivela, come il Dio diventato feto, carpentiere, crocifisso che muore urlando… Anche per noi ciò è “scandalo” e “stoltezza” (1 Cor 1,23); non riusciamo, come invece fa Paolo nella seconda Lettura, a “vantarci ben volentieri delle nostre debolezze” (2 Cor 12,9): qui sta la nostra “apistìa”, la nostra incredulità (Mc 6,6).
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